la costruzione di ogni amore

quando meno me l’aspettavo, è successo di nuovo. mi sono innamorata. e non importa che questa volta si tratti una città, di un uomo, di un lavoro o di un’emozione. mi sono innamorata e quando ti innamori provi le stesse sensazioni, indipendentemente dall’oggetto del tuo amore. tutto, attorno, sembra migliore. ogni cosa è possibile e, perdonate la citazione, anche illuminata. e può accadere di continuo.

mi innamoravo di tutto, scriveva de andrè. eppure pare sempre più difficile, chiusi come siamo nei nostri microcosmi egoisti e cinici. almeno fino a che non accade qualcosa che stravolge il già conosciuto e ti trasporta in un mondo nuovo. perché lo sapevi anche prima che sarebbe potuto essere così, solo che non ne avevi le prove. non potevi dimostrarlo. così lo sussurravi a te stessa facendo attenzione a non alzare troppo la voce, per paura di essere schernita. le persone ti avrebbero guardato con un sorriso carico di un sentimento simile alla commiserazione e avrebbero tenuto stretti a sé dubbi e diffidenza. e tu avresti pensato: vi sbagliate! senza riuscire a provarlo. e in fondo avresti creduto che il tepore del già conosciuto fosse l’unica possibilità.

poi ti innamori e sai di non essere mai caduta in errore. e senti che non contano gli sbagli: ogni passo, anche il più piccolo, ti ha condotta dove sei.
c’è chi sa da subito cosa vuole, c’è chi si accontenta di quello che arriva e c’è chi pensa di avere le idee chiare e intraprende un percorso durante il quale continua a cambiare sempre un po’ di più facendo evolvere, assieme, bisogni e desideri. io, naturalmente, appartengo alla terza categoria di chi sembra confusa tra le mille possibilità e invece sta continuando ad ascoltarsi e a imparare.

come sempre, non si tratta soltanto di cercare quello per cui valga la pena ogni sorriso e ogni sacrificio. si tratta di non finire anestetizzati, come le tante persone che ogni giorno indossano la loro maschera migliore in famiglia, sul lavoro e con gli amici e si illudono di stare bene, raccontandosi che “in fondo è giusto così”. fatevi domande, anche le più crudeli, e abbiate il coraggio di rispondervi e agire di conseguenza. per quanto mi riguarda, è la base per la costruzione di ogni amore.

 

la rivoluzione perfetta

quasi un anno fa scrivevo un post: i trent’anni, secondo me, sono una benedizione. ero appena andata a vivere da sola e c’erano un paio di illusioni che coltivavo ingenuamente: ero ancora un po’ innamorata e credevo che la spontaneità e la sincerità potessero fare da cornice al celebre verso degli smiths, so please please please let me get what I want this time.

come nei copioni più ovvi, naturalmente non avevo capito nulla.
sempre come nei copioni più ovvi, potremmo ritrovarci a leggere: un anno dopo.

un anno dopo vivo nello stesso monolocale. quelle illusioni sono ormai sbiadite e ridicole. so per certo che il concetto di amicizia può essere sopravvalutato ben più di quello di amore.
i trentuno anni aggiungono un altro tassello alle mie considerazioni: mi ricordano quanto sia entusiasmante essere determinati e ambiziosi. ho imparato che la passione, da sola, è una favoletta che non porta a nulla.
ho attraversato me stessa e le mie paure più ancestrali, mi sono svegliata guardando il soffitto e chiedendomi: “e ora?”, ho pianto, mi sono sentita sola, sono stata delusa, sono stata aiutata dalle persone più inaspettate, ho sfidato me stessa e i miei limiti e ho investito i pochi risparmi in un nuovo progetto.
ho ottenuto quello che desideravo: un nuovo inizio.

nel frattempo io sono cambiata. quando senti di non avere più nulla da perdere, puoi scommettere solo su te stessa. e scopri, o sarebbe meglio dire riscopri, una fame di vita che rende insignificanti e noiose moltissime cose.
“non sei tu, sono io”, diresti alla città in cui vivi e alle persone. e sarebbe vero. non so se sia più immaturo rimanere uguali a se stessi oppure continuare a perseguire qualcosa che non ha nome ma è permeato di sensazioni profonde e reali.
so che, in un certo senso, mi sento nuova nella città in cui abito da sei anni. so che è in atto una rivoluzione e che la rivoluzione porta cambiamenti. mi piacerebbe che l’ansia e le delusioni si potessero trasformare, a un certo punto, in sorrisi e abbracci, nuove persone da scoprire e viaggi reali e metaforici. sarebbe la mia rivoluzione perfetta.

e io ti canterò questa canzone uguale a tante che già ti cantai / ignorala come hai ignorato le altre e poi saran le ultime oramai*

se avessi saputo che sarebbe stata l’ultima volta, ti avrei abbracciato più forte. per il resto, il passato sfiorito è andato via con agosto.
quanto a me, ascolto *eskimo, cerco di fare pace con milano e penso che di quella che ero fino a qualche mese fa è rimasto davvero poco.

at the final moment, I cried / I always cry at endings

al termine dell’esame di maturità avevo regalato una musicassetta alla compagna di classe a cui ero più legata (sono meno vecchia di quanto sembri, lo assicuro: la musica digitale si è evoluta in pochissimi anni).
conteneva una canzone che mi faceva emozionare, che raccontava uno scorcio dei nostri anni liceali che in quel momento sentivo mi sarebbero mancati moltissimo. in fin dei conti entri in classe da ragazzina ed esci che, sebbene immatura tu lo sia sempre, ma questo lo capisci dopo, per l’anagrafe sei un’adulta. nel mezzo, gli anni che ti hanno formata e il grande punto interrogativo del futuro: molti ideali e sogni, qualche progetto dai contorni ancora sfocati, lo spaesamento, la paura di non farcela e di omologarsi. e i compagni di classe con cui sei cresciuta, e come fai a spiegare quel nodo in gola che arriva quando sei consapevole che un percorso è terminato per sempre, che arriveranno altre esperienze, ma che quel pezzo di vita che ha contribuito a renderti la persona che sei non tornerà più.

compagno di scuola mi è tornata in mente stasera dopo aver salutato una collega con cui ho condiviso tre anni di lavoro ma soprattutto tre anni di vita, gioie, pianti, scazzi, arrabbiature, traguardi e risate, quasi si fosse ancora sui banchi di scuola e si crescesse insieme ancora un po’. una di quelle persone a cui vuoi talmente bene che potresti rischiare di commuoverti, anche se in ufficio sei sempre stata famosa per essere una sorta di gatta selvatica che non si faceva abbracciare neppure sotto tortura.

stasera, dopo molti anni, ho ascoltato di nuovo quella canzone, ed è raffiorata la malinconia dei finali che rende tutto, in ogni caso, un po’ speciale. e questa è una fortuna che voglio tenermi stretta.

chi ti credi di essere?, scriverebbe alice munro

se oggi mi chiedessero la personale definizione di dolore, probabilmente la identificherei come il sentirmi costretta alla rinuncia di qualcosa che mi è costato tenacia e sacrificio.
non è questione di possesso, ormai non mi sento legata a quasi nulla di materiale, neppure ai libri, che infatti sto dando via, e ai moti di incredulità rispondo semplicemente che mi piace immaginare quello di cui ho davvero bisogno in un’unica valigia, kindle compreso.
ad addolorarmi è il momento in cui subisco la rinuncia a qualcosa che avevo conquistato senza essere io a deciderlo e senza poter fare nulla se non scrollare le spalle o camminare per le strade di quella che credevo potesse essere la mia città, piangendo un po’ e pensando che tutto sommato si tratta dell’equivalente della fine di una storia d’amore in cui non c’è chi ha vinto o chi ha perso, è andata come poteva andare, ti vorrò sempre bene, e non c’è niente che io possa aggiungere, e le persone intorno a me continuano la loro vita, e non mi toccano davvero, e io non tocco loro. probabilmente non importa, probabilmente è normale così. il dolore degli altri è sempre dolore a metà.
pensare che da tutta questa distruzione possa accadere qualcosa di bello, che anzi probabilmente accadrà, perché ammettere che non si è più felici richiede una discreta dose di coraggio, non basta per non tornare alla domanda che mi tormentava da adolescente: perché non posso essere normale come loro, perché non riesco a trovare anche io un posto da chiamare casa, perché non posso desiderare semplicemente un fidanzato-un matrimonio-una famiglia-una casa di proprietà, perché non posso accontentarmi, perché ho sempre inseguito la cosa più difficile e sbagliata, perché l’inquietudine e i dubbi mi mangiano viva e perché ora che non avrò più una casa, in ogni senso, e che potrei andare (quasi) ovunque, temo che l’istinto mi tradisca ancora, ammesso che sia possibile.

note to myself /1

well, I’d like my life to be like a bruce springsteen song. just once. I know I’m not born to run, I know that the seven sisters road is nothing like thunder road, but feelings can’t be so different, can they? I’d like to phone all those people up and say good luck, and good-bye, and then they’d feel good and I’d feel good. we’d all feel good. that would be good. great even.
[nick hornby, high fidelity]

una valigia da chiudere

se riesci a immaginare te stessa e la tua vita racchiuse in una valigia da chiudere sorridente, senza tristezza ma solo gratitudine per quello che ti ha arricchita e che lasci alle spalle senza rimpianti, e se ti incammini verso un altrove più o meno definito priva di alcuna aspettativa se non quella di tendere a qualcosa che banalmente viene definita felicità, allora, ragazza, secondo me hai scelto la strada giusta, qualunque essa sia.

i tradimenti non si possono perdonare

per la seconda volta, in due differenti contesti, mi sono trovata a proferire, tra incredulità, disgusto e indignazione: “non voglio l’elemosina”.

sono appassionata, entusiasta, ambiziosa. dove l’ambizione è il desiderio di fare sempre del proprio meglio, senza lasciarsi spaventare dai limiti. dove la passione e l’entusiasmo fanno la differenza nelle persone e nel lavoro.
ma non in italia.
il mio paese mi ha tradita e i tradimenti non si possono perdonare.

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