Archive for le conseguenze dell’amore

non ne ho più memoria

mi fa quasi sorridere ripensare alle amiche che ascoltavo sciorinare pensieri su pensieri su come sarebbero certamente rimaste sole nella vita. ne ricordo nitidamente una, la ascoltavo letteralmente per ore e ne perdevo altrettante per ripeterle che si sbagliava, si sbagliava di certo. aveva torto marcio e il tempo mi avrebbe dato ragione. così è stato, in effetti, per lei e per tutte le altre.

cosa ne è stato, invece, di quella ragazza che si sentiva talmente fiduciosa da infondere tranquillità alle amiche su qualcosa di ignoto e imprevedibile? “non ne ho più memoria” – dicevo stasera a chi mi conosce da innumerevoli anni – “ma credo di essere stata, molto tempo fa, una persona che credeva al ‘grande’ amore, che forse lo aspettava, non lo so”. e lei, guardandomi, mi ha risposto: “sì, mi ricordo com’eri”. io sono rimasta un attimo in silenzio, smarrita. mi è sembrato impossibile essere stata quella persona.

la rivoluzione perfetta

quasi un anno fa scrivevo un post: i trent’anni, secondo me, sono una benedizione. ero appena andata a vivere da sola e c’erano un paio di illusioni che coltivavo ingenuamente: ero ancora un po’ innamorata e credevo che la spontaneità e la sincerità potessero fare da cornice al celebre verso degli smiths, so please please please let me get what I want this time.

come nei copioni più ovvi, naturalmente non avevo capito nulla.
sempre come nei copioni più ovvi, potremmo ritrovarci a leggere: un anno dopo.

un anno dopo vivo nello stesso monolocale. quelle illusioni sono ormai sbiadite e ridicole. so per certo che il concetto di amicizia può essere sopravvalutato ben più di quello di amore.
i trentuno anni aggiungono un altro tassello alle mie considerazioni: mi ricordano quanto sia entusiasmante essere determinati e ambiziosi. ho imparato che la passione, da sola, è una favoletta che non porta a nulla.
ho attraversato me stessa e le mie paure più ancestrali, mi sono svegliata guardando il soffitto e chiedendomi: “e ora?”, ho pianto, mi sono sentita sola, sono stata delusa, sono stata aiutata dalle persone più inaspettate, ho sfidato me stessa e i miei limiti e ho investito i pochi risparmi in un nuovo progetto.
ho ottenuto quello che desideravo: un nuovo inizio.

nel frattempo io sono cambiata. quando senti di non avere più nulla da perdere, puoi scommettere solo su te stessa. e scopri, o sarebbe meglio dire riscopri, una fame di vita che rende insignificanti e noiose moltissime cose.
“non sei tu, sono io”, diresti alla città in cui vivi e alle persone. e sarebbe vero. non so se sia più immaturo rimanere uguali a se stessi oppure continuare a perseguire qualcosa che non ha nome ma è permeato di sensazioni profonde e reali.
so che, in un certo senso, mi sento nuova nella città in cui abito da sei anni. so che è in atto una rivoluzione e che la rivoluzione porta cambiamenti. mi piacerebbe che l’ansia e le delusioni si potessero trasformare, a un certo punto, in sorrisi e abbracci, nuove persone da scoprire e viaggi reali e metaforici. sarebbe la mia rivoluzione perfetta.

e io ti canterò questa canzone uguale a tante che già ti cantai / ignorala come hai ignorato le altre e poi saran le ultime oramai*

se avessi saputo che sarebbe stata l’ultima volta, ti avrei abbracciato più forte. per il resto, il passato sfiorito è andato via con agosto.
quanto a me, ascolto *eskimo, cerco di fare pace con milano e penso che di quella che ero fino a qualche mese fa è rimasto davvero poco.

ti prometto, milano

la scomparsa di enzo jannacci mi ha addolorata così tanto, facendomi piangere un’infinità imbarazzante di lacrime, perché oltre ai ricordi personali legati alle sue canzoni, esiste un filo che lo lega irrimediabilmente alla città di cui sono sempre innamorata come una povera scema.
e se milano lo piangeva, io piangevo un po’ di più, pensando a quel pezzo di città che non conoscerò mai, che avrei desiderato moltissimo che qualcuno mi raccontasse e lasciasse immaginare. ho pianto percependo con quanta forza io sia legata a queste strade e provando, ancora una volta, la sensazione che si tratti di uno di quegli amori totalizzanti che, a un certo punto lo comprendi, raramente portano a qualcosa di buono. e che finiranno. malissimo, per giunta.
ma ti prometto, milano, che se un giorno dovessi andare via, rimarrai la città che più di tutte farà parte della mia vita. non importa quanto, spero molto di più di adesso, potrò essere felice altrove. e che mai, ti dico mai, diventerai per me un’estranea.

l’ultimo giorno d’inverno non sarò qui dove sono ora

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l’ultimo giorno d’inverno non sarò qui 
dove sono ora
perché non farà così freddo fuori come fa adesso
e non sarò da solo a casa ad aspettare 

che passi l’inverno. 
io non lo so se sarò con te 
è più probabile che anche tu sia altrove
e se ci sarà qualcosa 
che mi infastidirà
perché mi conosco e ci sarà 

è che tu non ti sarai nemmeno accorta dei viali di milano
che saranno diventati rosa 
e bianchi ai lati
perché ancora ci si ostina a credere 

che milano è una città dove mancano i colori
ma io 
ti assicuro che l’ultimo giorno d’inverno,
i bastioni, 

per chi si potrà permettere il lusso di guardare non solo avanti ma anche di fianco
saranno uno spettacolo di pura e concreta 
bellezza.
[niccolò agliardi, l’ultimo giorno di inverno]

a proposito della letteratura che racconta la vita /5

mio caro passato, sei sfiorito.
sono sfioriti i marciapiedi mattutini delle strade berlinesi.
i mercati, cosparsi di bianchi petali di meli in fiore. i rami dei meli, nei secchi, si ergevano sui lunghi banchi del mercato. più avanti, in estate, c’erano rose dal gambo lungo, probabilmente erano rose rampicanti.
le orchidee si trovavano nel negozio di fiori di unter den linden, ma io non le ho mai comperate.
camminavo per le strade di berlino, innamorato, come una vela al vento. con un po’ di buona volontà ci si può raccapezzare in questa frase. poi ho rifatto questo libro, quando faceva ancora male. ma ormai, da tempo, quel pezzetto di cuore tagliato è stato portato via. mi dispiace soltanto per quel passato: per l’uomo che è stato. 
ho un eroe, perché il libro ormai non è più scritto su di me. l’ho lasciato (il mio vecchio io) in questo libro, così come nei vecchi romanzi si lasciava su un’isola deserta il marinaio colpevole.
vivi, caro, qui ci sono calore e sentimento. vivi, caro, io non ti modificherò. siedi, osserva il tramonto. le lettere che non figuravano nella prima edizione, furono veramente scritte da te, ma tu, allora, non le spedisti.
[viktor sklovskij, zoo o lettere non d’amore]

sorrido, di un sorriso tenero e indulgente, rileggendo le splendide righe del libro la cui lettura mi aveva ispirato questo post alcuni anni fa – sebbene mi sembrino un’altra vita e un’altra me, esattamente come viene descritto con perfezione nello stralcio pubblicato.
ero giovane, ingenua, innamorata ancora prima di confessarlo ed ero certa che questo, dopotutto, sarebbe bastato.

a proposito della letteratura che racconta la vita /4

vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. in tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi, e in date ore vaga la poesia congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene.

nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre delle città, le avventure, i vagheggiati romanzi. e allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola.

ma tu – adesso mi ricordo – mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l’anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all’ora giusta l’incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient’altro.

vorrei anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. fermarci sul ponte di legno a guardare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. e strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne.

tu diresti “che bello!”. niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora. ma tu – ora che ci penso – tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un’altra sigaretta, impaziente di fare ritorno.

e non diresti “che bello!”, ma altre povere cose che a me non importano. perché purtroppo sei fatta così. e non saremmo neppure per un istante felici.

[dino buzzati, inviti superflui]

un bacio che sembrò un battesimo

“mi sembra” disse alla fine magid, mentre la luna diventava più chiara del sole “che hai tentato di amare un uomo come se lui fosse un’isola e tu un relitto di nave e potessi contrassegnare la terra con una X. mi sembra che sia troppo tardi, per questo”.
poi le posò sulla fronte un bacio che sembrò un battesimo, e lei pianse come una bambina.
[zadie smith, denti bianchi]

la mia milano

milano, se ci sei nata, è difficile raccontarla, trovare un inizio, un’immagine netta, precisa da cui partire, un odore.
[…]
città irreale, ci vorrebbe thomas stearns eliot a evocarne visioni, ci vorrebbe calvino a spiegarne l’indecifrabilità.
miracolo a milano non fa freddo.
ma in piazza duomo non c’è neanche una panchina, chissà se c’è mai stata. forse oggi de sica ci si smarrirebbe, forse oggi ci vorrebbe clint eastwood per raccontare le facce quasi solo straniere che sembra che vivano, i ragazzi dai tratti asiatici che parlano cantilenando, uguali precisi ai loro coetanei autoctoni, iPod e telefonini e “che sbatti” e “non ci sto dentro”.
vincenzo io ti ammazzerò, sei troppo stupido per vivere.
[…]
ma ci vorrebbe un izzo per raccontare i nuovi morenti, tribù senza sole, migranti stremati che dormono dentro i metrò, e hanno intorno un odore malato che prende alla gola.
milano mia portami via, ho tanto freddo e schifo e non ne posso più.
[…]
o città, città… così sobria e segreta, coi giardini sublimi nascosti dietro i portoni più austeri, e i balconi fioriti, e quel glicine all’angolo di mario pagano, che in aprile si ferma anche il traffico a guardarlo e a rubarne il profumo, ci vorrebbe miss woolf per descriverlo.
[lella costa, la sindrome di gertrude]

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