Archive for intrecciando strade e storie

a metà tra lo smarrimento e il tornare a casa

c’è stato un periodo della mia vita in cui ero molto sciocca e molto innamorata, e naturalmente pensavo cose molto sciocche e insensate, e altrettanto naturalmente adoravo un certo film e la sua colonna sonora. di yann tiersen non ascoltavo nulla da anni. ieri, quando per un esercizio di teatro l’insegnante ha fatto partire questa canzone, ho provato una sensazione a metà tra lo smarrimento e il tornare a casa. ed ero felice, e pensavo che ero lì, a fare qualcosa che non avrei mai immaginato, e che dopotutto – prendendo in prestito alcuni versi di mariangela gualtieri – chiedere le cose impossibili, battersi con il vento, sbandare di continuo, indispettire quel cielo ostinato che si nasconde dietro al nostro cielo è un gioco battagliero meraviglioso.

quando sai quello che vuoi, prima o poi lo trovi

ho amato moltissimo una persona che, se incontrassi adesso per strada, so per certo non riconoscerei. e non in senso metaforico. fa una certa impressione. è la cifra del tempo che passa, che a volte sa essere dilatato in modo esagerato.
ad esempio, sono trascorsi tre mesi dal mio ultimo post eppure mi sembra un tempo lontanissimo. un tempo buio e triste, in cui ho imparato ancora una volta di più che devi farcela, comunque sia, da sola. unicamente da sola. e allora ci ho provato. perché so cosa cerco e ogni giorno imparo un po’ di più a volermi bene e a camminare verso i miei desideri.

e ho scoperto un mondo bellissimo, di cui sono molto orgogliosa. quando scegli di aprirti al mondo, e lo vuoi davvero, prima o poi incontri persone nuove. se sei fortunata, ognuna di loro ha qualcosa da raccontare. e questa, secondo me, è la vera ricchezza. non sono gli aperitivi a oltranza e non è fare le quattro di notte il week end. e lo dico con cognizione di causa, essendo reduce esattamente da un venerdì sera in cui, mio malgrado, mi sono trovata alle tre di notte in un locale della milano bene a guardare come un’antropologa persone più o meno ubriache che sembravano divertirsi molto ballando, peraltro tutti vicinissime causa mancanza di spazio. forse si divertivano davvero. lo spero per loro.

io, invece, avevo sonno. pensavo che sarei già voluta essere a letto in quel momento, e non sapevo ancora che il giorno dopo avrei incontrato qualcuno con cui girare per mostre fotografiche gratuite e bellissime, e avrei mangiato, bevuto, riso, scherzato. parlato di viaggi, fatti o da programmare. raccontato di me, di questa città. ascoltato tanto. e tutto questo assomiglia un po’ di più alla vita che desidero.

perché quando sai quello che vuoi, puoi stare certa che prima o poi lo trovi.

at the final moment, I cried / I always cry at endings

al termine dell’esame di maturità avevo regalato una musicassetta alla compagna di classe a cui ero più legata (sono meno vecchia di quanto sembri, lo assicuro: la musica digitale si è evoluta in pochissimi anni).
conteneva una canzone che mi faceva emozionare, che raccontava uno scorcio dei nostri anni liceali che in quel momento sentivo mi sarebbero mancati moltissimo. in fin dei conti entri in classe da ragazzina ed esci che, sebbene immatura tu lo sia sempre, ma questo lo capisci dopo, per l’anagrafe sei un’adulta. nel mezzo, gli anni che ti hanno formata e il grande punto interrogativo del futuro: molti ideali e sogni, qualche progetto dai contorni ancora sfocati, lo spaesamento, la paura di non farcela e di omologarsi. e i compagni di classe con cui sei cresciuta, e come fai a spiegare quel nodo in gola che arriva quando sei consapevole che un percorso è terminato per sempre, che arriveranno altre esperienze, ma che quel pezzo di vita che ha contribuito a renderti la persona che sei non tornerà più.

compagno di scuola mi è tornata in mente stasera dopo aver salutato una collega con cui ho condiviso tre anni di lavoro ma soprattutto tre anni di vita, gioie, pianti, scazzi, arrabbiature, traguardi e risate, quasi si fosse ancora sui banchi di scuola e si crescesse insieme ancora un po’. una di quelle persone a cui vuoi talmente bene che potresti rischiare di commuoverti, anche se in ufficio sei sempre stata famosa per essere una sorta di gatta selvatica che non si faceva abbracciare neppure sotto tortura.

stasera, dopo molti anni, ho ascoltato di nuovo quella canzone, ed è raffiorata la malinconia dei finali che rende tutto, in ogni caso, un po’ speciale. e questa è una fortuna che voglio tenermi stretta.

chi ti credi di essere?, scriverebbe alice munro

se oggi mi chiedessero la personale definizione di dolore, probabilmente la identificherei come il sentirmi costretta alla rinuncia di qualcosa che mi è costato tenacia e sacrificio.
non è questione di possesso, ormai non mi sento legata a quasi nulla di materiale, neppure ai libri, che infatti sto dando via, e ai moti di incredulità rispondo semplicemente che mi piace immaginare quello di cui ho davvero bisogno in un’unica valigia, kindle compreso.
ad addolorarmi è il momento in cui subisco la rinuncia a qualcosa che avevo conquistato senza essere io a deciderlo e senza poter fare nulla se non scrollare le spalle o camminare per le strade di quella che credevo potesse essere la mia città, piangendo un po’ e pensando che tutto sommato si tratta dell’equivalente della fine di una storia d’amore in cui non c’è chi ha vinto o chi ha perso, è andata come poteva andare, ti vorrò sempre bene, e non c’è niente che io possa aggiungere, e le persone intorno a me continuano la loro vita, e non mi toccano davvero, e io non tocco loro. probabilmente non importa, probabilmente è normale così. il dolore degli altri è sempre dolore a metà.
pensare che da tutta questa distruzione possa accadere qualcosa di bello, che anzi probabilmente accadrà, perché ammettere che non si è più felici richiede una discreta dose di coraggio, non basta per non tornare alla domanda che mi tormentava da adolescente: perché non posso essere normale come loro, perché non riesco a trovare anche io un posto da chiamare casa, perché non posso desiderare semplicemente un fidanzato-un matrimonio-una famiglia-una casa di proprietà, perché non posso accontentarmi, perché ho sempre inseguito la cosa più difficile e sbagliata, perché l’inquietudine e i dubbi mi mangiano viva e perché ora che non avrò più una casa, in ogni senso, e che potrei andare (quasi) ovunque, temo che l’istinto mi tradisca ancora, ammesso che sia possibile.

una valigia da chiudere

se riesci a immaginare te stessa e la tua vita racchiuse in una valigia da chiudere sorridente, senza tristezza ma solo gratitudine per quello che ti ha arricchita e che lasci alle spalle senza rimpianti, e se ti incammini verso un altrove più o meno definito priva di alcuna aspettativa se non quella di tendere a qualcosa che banalmente viene definita felicità, allora, ragazza, secondo me hai scelto la strada giusta, qualunque essa sia.

(è per la tradizione di scrivere un post per punti all’anno)

– a fine mese chiude splinder, e questo credo sia un segno inequivocabile: i maya hanno ragione. intendiamoci, la piattaforma di blogging di splinder non mancherà a nessuno, credo. ma sapere che spariranno centinaia di blog mi lascia quasi un senso di malinconia. è come buttar via la tua maglietta preferita, ormai consunta, con cui hai dormito per anni non potendola più indossare in giro.
splinder, per me, è un pezzo di vita. dal 2003 ho conosciuto talmente tante persone da non riuscire a ricordarle tutte. ho letto moltissimi blog, scambiato centinaia di mail e incontrato alcune persone: c’è chi mi ha fatto molto bene, chi male, chi entrambe le cose. sono nate amicizie che continuano tuttora. mi sono perfino innamorata, o qualcosa di simile. molti di quei blog sono ormai chiusi e dopo anni le persone che sento ancora si contano su una mano.
in un modo buffo e strambo mi dispiace sapere che quella piattaforma non esisterà più e che i blog saranno cancellati. è come dire addio a qualcosa che, sembra esagerato ma è la verità, ha cambiato la mia vita.
e poi il mio è un temperamento malinconico, si sa.

– il premio per l’odio più profondo – anche se più che odio si può parlare di disprezzo misto a tristezza – va alle coppie fidanzate che, forse non sufficientemente appagate, si sentono elette alla missione di trovare un compagno o una compagna ad amici, conoscenti e parenti ai loro occhi tristemente “soli”.
vi svelo un piccolo segreto di cui spero possiate far tesoro: non tutti vedono la propria realizzazione unicamente attraverso una relazione. vi dirò di più: ci sono donne che non cercano disperatamente qualcuno per non essere sole. ci sono persone che sanno stare bene a priori e che non sono ossessionate dall’idea del fidanzato/a da trovare per dividere una casa, avere qualcuno con cui viaggiare o per nutrire l’illusione di annoiarsi meno (personalmente da sola non mi sono mai annoiata, semmai il contrario). persone a cui non dispiacerebbe, certo, ma che desiderano accanto un articolo determinativo, non un indeterminativo qualsiasi.
sul vostro sentirvi superiori e su frasi cult come “fare chiacchiere tra donne”, al cui proposito perfino jane austen nell’ottocento si sarebbe ribellata, come suggerisce lei, non sprecherò altre parole.

– in un modo probabilmente masochista, la milano gelida di questi giorni mi piace, tornare di notte a casa a piedi quando il termometro segna -2 mi fa sentire viva, piena di cose da vivere e scoprire, con impazienza e curiosità.

– chi non coglie le opportunità che ha davanti non ha diritto di lamentarsi.

– certe persone possono rimanere incastrate tra gli occhi, la pelle e i sensi ma sappiate che non sarà mai una buona giustificazione.

sparsi.

non sarebbe bello non farsi più del male (?) –
non sarebbe strano essere più leggeri (?)

afterhours, riprendere berlino 
 
 
hey jude dei beatles, i wish you were here dei pink floyd, given to fly dei pearl jam, la noia di vasco rossi, ovunque proteggi di vinicio capossela.

il libro dell’inquietudine di fernando pessoa, fahrenheit 451 di ray bradbury, in fuga di alice munro, le onde di virginia woolf, le notti bianche di fedor dostoevskij.

big fish di tim burton, c’eravamo tanto amati di ettore scola, colazione da tiffany di blake edwards, tutta la vita davanti di paolo virzì, fight club di david fincher. 

pierre auguste renoir, vincent van gogh, james whistler, william turner, claude monet.

il sorriso di mia nonna appena mi vedeva, i miei occhi e il mio cuore il 30 dicembre 2007, l’esatto istante in cui ti ho visto per la prima volta e riconosciuto, atterrare all’aereoporto di heatrow, l’emozione del mio primo concerto.

se ci penso, sorrido. sono ricordi che amerò molto, per i motivi più diversi. sempre. anche se alcuni fanno male.

***

(a chi è arrivato al mio blog attraverso la chiave di ricerca: si può amare e tradire? io rispondo di no, nella maniera più assoluta. sei capitato nel blog sbagliato.
non è che non si tradisca quando si sta insieme a qualcuno, anzi. quello accade molto spesso. credo però che non si tradisca quando si ama qualcuno. è molto diverso. e io intendo ogni tipo di amore e ogni tipo di tradimento – tradire la fiducia di qualcuno racchiude in sé tantissime sfumature.
quando ami neppure ci pensi a tradire, è un pensiero distante anni luce, alieno, assolutamente non contemplato. e vi prego, chiunque stia per dire che non è così, pr questa volta rimanga zitto. ognuno ha le sue verità, io credo follemente nella mia, basterebbe guardarmi negli occhi per capirlo)

dei luoghi

ieri pensavo che si inizia a sentire un luogo un poco proprio quando si cammina per certe strade e si sorride ripensando a istanti e persone, quando si sa che alcuni luoghi saranno riconducibili sempre e comunque a certi fotogrammi, quando sul tram passi dalla via dove hai sostenuto il tuo primo colloquio di lavoro e ti sembra sia passata una vita da allora, quando c’è una stazione della metro che avrebbe una propria storia da raccontare, quando un negozio o una pizzeria ti ricordano un inizio difficile e qualcuno che è venuto a trovarti. credo sia così che ci si affezioni a un posto e credo sia anche così che un posto possa cambiarti la vita, di tanto o di poco che sia.

(il coraggio di cambiare, il coraggio dei punti fermi, il coraggio dei punti e a capo, il coraggio di trovarsi in una immensa sala senza conoscere nessuno, il coraggio di proferire un no, il coraggio di farsi del male pensando di far del bene, il coraggio di non piangere quando sembra inevitabile, il coraggio di guardare in faccia le proprie sconfitte, il coraggio di ammettere di non farcela, il coraggio di chiedere aiuto, il coraggio di chiudere una finestra, il coraggio di riconoscere le proprie distorsioni della realtà, il coraggio di ricominciare quando non lo credi possibile, il coraggio di uscire quando vorresti essere sotto le coperte senza aver voglia di parlare con nessuno, il coraggio di capire queste righe)

dei rovesci della medaglia

… poi, certo, non è tutto semplice né idilliaco. non lo è il non vedere quasi la luce del giorno né il non avere tempo per una passeggiata. non è idilliaco neppure convivere con le tue due coinquiline con cui eviteresti proprio di parlare, specialmente appena torni a casa e avresti solo voglia di stenderti sul letto e dormire mentre loro iniziano a subissarti di cose di cui non te ne frega nulla. c’è una che quando affermi con convinzione che tu gli extracomunitari li manderesti quasi tutti via fa calare il gelo sulla conversazione e ha una sfilza di fidanzati più piccoli perché dice che solo con loro si trova bene; l’altra continua a far venire a casa il suo ragazzo negando che sia tale e a ridere per qualsiasi cosa tu dica. poi c’è una collega di lavoro che manderai presto a fanculo (al più tardi tra due giorni, secondo le tue previsioni), la quale anche se ha iniziato come te una settimana fa a conoscere questo nuovo ambiente, in virtù forse dei suoi due anni di esperienza professionale e delle borse gucci e prada che possiede, e che evidentemente ritiene siano il biglietto da visita fondamentale, si sente in diritto di dirti quello che devi fare con pretese che chi potrebbe utilizzare non usa affatto e invece ti elogia affermando con convinzione che si vede che lavori (e detto da dei milanesi ha del valore, senti di convenire). c’è chi ieri al telefono ti ha detto che vuole solo un lavoro commisurato alla propria laurea e a te viene da ridere perché di certo mentre scrivevi la tesi su virginia woolf o mentre eri iscritta alla facoltà di lettere, o anche quando hai iniziato il master al sole 24 ore, non immaginavi di trovarti a scrivere inviti per delle sfilate né a parlare con dei giornalisti per l’invio di capi firmati  né a sfogliare giornali di moda ritagliando redazionali importanti e sistemando tutto quello che c’è da sistemare nell’ufficio in cui ti trovi. eppure credi che l’umiltà sia fondamentale per capire, conoscere e crescere e non ci trovi nulla di strano o denigrante nel preparare scatole da mandar via o nello spedire dei fax. tra qualche giorno parteciperai a una serata mondana nel vero senso del termine e l’avresti evitata volentieri se avessi potuto, e invece andarci è d’obbligo. avrai anche un nuovo abito per l’occasione (che come accade forse in qualche film andrai a scegliere con la tua datrice di lavoro la quale non hai capito bene perché ci tiene che tu ci sia quella sera a tal punto da comprarti anche un vestito per l’occasione) e tra bicchieri di cristallo e giornalisti e tv e attrici e cantanti ti troverai in questo posto da cui si vede tutta la città dall’alto, ti hanno detto, pensando che tu avresti voglia piuttosto di andare in pizzeria, indossare una gonna come quelle che piacciono a te e bere della semplice coca cola. (però leggendo il menù hai dato un’occhiata ai dolci e in fondo pensi che fosse solo per quelli valga la pena andarci)

(e solo oggi mi sono resa conto che domani è san valentino e non c’è traccia né di fastidio né di nervoso nei confronti di questa festa banale e sciatta. provo solo un’enorme tristezza, che ti viene da pensare sia quasi infinita)

gli occhi rossi rossi contro vento

lascia che sia la sera a spargersi nei viali
mentre mi volto indietro e svuoto la valigia
rimangono i capelli, le punte fragili
e gli occhi rossi rossi contro vento
gianna nannini

c’è un palazzo grandissimo che, entrando, mi mette un po’ soggezione e dove, comunque, mi piace esserci. ci sono le persone che ho incontrato lì, ad esempio un ragazzo genovese, oggettivamente bellissimo, che però oggi ho notato leggere “Il foglio” (e vabbè che nessuno è perfetto ma ci sono imperfezioni da cui non si può prescindere, almeno per me), o le mie “compagne di banco”,  e mi fa sorridere pensare a quante vite diverse possano esistere ed incrociarsi, accomunate da qualcosa, a volte un filo quasi invisibile, eppure qualcosa c’è e a volte ce ne si imbatte, ed è una risorsa che ti rimarrà comunque, perché tutte le parole di ieri e oggi a me rimarranno sicuramente. mi fa sorridere una di loro quando mi dice che mi ammira per il mio essere andata via ed essermi buttata in questa nuova vita, e che lei, forse perché è nata e cresciuta qui, non ce l’avrebbe mai fatta. mi fa sorridere una mia coinquilina quando bussa alla mia porta e mi chiede come sto e poi rimaniamo a parlare per un sacco di tempo, e parliamo davvero, ed io sento che avevo bisogno di una persona così in questa città, e quando poi le chiedo se ha bisogno di qualcosa e lei mi dice grazie e ha gli occhi stupiti, io penso che neppure immagina quanto la sua presenza in questa settimana mi abbia aiutata. e mi dispiace pensare che tra qualche giorno cambi casa lasciandomi con le altre due ragazze che sono ognuna un libro a sé, e per nulla interessante. una, ad esempio, ho scoperto avere una relazione clandestina perché si vergogna dell’aspetto fisico del suo ragazzo e così dice che sono amici. inoltre è perennemente stanca e ride sempre: credo che se un giorno le raccontassi la cosa più grave e triste del mondo, lei riderebbe ugualmente. ride davvero sempre e io una volta o l’altra temo che mi rivolgerò a lei nella maniera più acida possibile. l’altra ride troppo anche lei, secondo me, e ha un way of life, diciamo così, distante anni luce da me. parlano solo di ragazzi e nel mentre squittiscono in una maniera che mi ricorda le liceali quindicenni. ieri una mia collega di lavoro mi ha detto: “io sono milanese e ti parlo da milanese e da madre, visto che potresti essere mia figlia: fino a che sei in tempo, scappa da questa città”. io ho cercato di sdrammatizzare (sebbene lei continuasse in tono sempre più serio e grave a ribadire lo stesso concetto) dicendole che tutto dipende da quello che uno cerca e poi, lungo tutta la strada percorsa a piedi fino alla sede del corso, per via dello sciopero dei mezzi, mi sono chiesta quello che io cerco, perché a tratti vedo contorni sfumati e sono spaventata. a lezione un docente ha detto che non deve importare l’ambito in cui si va ad agire lavorativamente perché conta la professione e non il cosa tratta, ma di questo io non ne sono affatto certa. ho vissuto una piccola rimpatriata di classe ed è stato strano: nessuna nostalgia, solo molta distanza oggettiva. ci sono due concerti a cui vorrei andare incredibilmente senza che le mie finanze me lo permettano e vorrei vedere anche la bohéme, a dire il vero, ma non riuscirei mai a trovare qualcuno che me la possa spiegare, e neppure qualcuno con cui andarci. e oggi nella metro pensavo che non è che perché io ora sia a milano debba accontentarmi di quello che non ho mai accettato (e non capisco perché tutti mi chiedano se qui io abbia parenti. no, sono un’emigrante solitaria, pare così strano?). non è cambiato nulla, continuavo a pensare, non cambierà certo ora, io lo so quello che voglio e che non voglio nella mia vita privata, e passi per quella professionale dove c’è e forse ci sarà sempre un grande cartello con su scritto work in progress, ma per il resto nulla è cambiato nel mio modo di essere e di agire. e poi pensavo che il futuro è già stato scritto e devo solo imparare ad accettarlo. e forse dovrei smetterla di pretendere tutto e subito da me stessa perché dal massacrarsi gratuitamente ci ricavo solo qualche mal di stomaco e un po’ di occhi lucidi sul tram o per strada e questo, ora, io non posso più accettarlo da me stessa.  

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