Archive for il poeta è un fingitore

a metà tra lo smarrimento e il tornare a casa

c’è stato un periodo della mia vita in cui ero molto sciocca e molto innamorata, e naturalmente pensavo cose molto sciocche e insensate, e altrettanto naturalmente adoravo un certo film e la sua colonna sonora. di yann tiersen non ascoltavo nulla da anni. ieri, quando per un esercizio di teatro l’insegnante ha fatto partire questa canzone, ho provato una sensazione a metà tra lo smarrimento e il tornare a casa. ed ero felice, e pensavo che ero lì, a fare qualcosa che non avrei mai immaginato, e che dopotutto – prendendo in prestito alcuni versi di mariangela gualtieri – chiedere le cose impossibili, battersi con il vento, sbandare di continuo, indispettire quel cielo ostinato che si nasconde dietro al nostro cielo è un gioco battagliero meraviglioso.

a proposito della letteratura che racconta la vita /7

un po’ di tempo fa mentre facevo la bazzanese mi è successa una cosa stupefacente. una sera, mentre stavo tornando giù dalla montagna solo con una ragazza, era una delle prime volte che facevo la bazzanese con questa ragazza, volendo fare il suggestivo a un certo punto le ho detto che stavamo passando in un punto in cui avevo trascorso uno dei cinque pomeriggi più tristi della mia vita. le avevo detto che tra breve, finite le case, sarebbe comparso sulla destra un palasport in mezzo a un parchetto con molti alberi dentro il quale c’era una panchina sulla quale avevo pianto tre ore abbracciato a una ragazza. avevamo pianto in un modo terribile in quanto avevamo deciso di non vederci più perché io stavo con un’altra. quando a un certo punto ho detto alla mia amica che il punto esatto era lì, appena finivano le case, il punto esatto invece non era lì. il palasport non c’era per niente, al suo posto c’era un campo da calcio che con la mia vita non c’è mai entrato niente.
allora in quel momento mi è presa una allegria bestiale perché mi ricordavo ancora tutte le volte che mi ero detto che quel posto non me lo sarei mai scordato. invece me lo sono scordato e l’ho sbagliato. per tre o quattro anni tutte le volte che sono passato in quel posto mi si sono bagnati gli occhi e mi è venuto il cuore in gola. tutte le volte ho accelerato per scappare via. tutto questo, evidentemente, adesso è finito nella dimenticanza.
perciò ho detto alla mia amica che mi sembrava un fatto bellissimo per me di aver sbagliato pari pari e non aver riconosciuto quel posto. perché capisse la mia improvvisa soddisfazione le ho detto che provasse a pensare a come sarebbe di sollievo, se per esempio io e lei avessimo una storia che deve finire in un modo analogo, con tre ore di pianti e abbracciamenti durante i quali pensi che vorresti morire (anche se vivere così non è necessario), come sarebbe bello, già mentre sei abbracciato che piangi, pensare con sollievo che tra qualche anno, cinque, sei, dieci, tu non ricorderai più in modo nitido quello star male. tu, invece di dire lì un pomeriggio sono stato malissimo e volevo scomparire, racconterai a una persona che da qualche parte, nel giro di quindici chilometri, ci deve essere un posto dove un pomeriggio devi esser stato male. e ti rendi conto che un sacco di tristezza, anche densa, nel corso del tempo è diventata sempre più vaga e sta finendo nella dimenticanza. quei discorsi per me erano così rinfrancanti che mi sono messo a superare tutti perché avevo veramente voglia di andare fortissimo.
quando sono arrivato a casa mi ricordo che mi sono chiesto come mai i pensieri più belli vengono sempre mentre uno va in macchina. c’è qualcosa nel guidare, soprattutto se sei solo in macchina con una donna, deve essere il fatto di muoversi, che smuove gli strati bassi del cervello.
[ugo cornia, sulla felicità a oltranza]

 

se rido alle cose invisibili / se chiedo le cose impossibili

perché credo ancora nel segreto
ficcato dentro una foglia o un frutto
se credo alla tua faccia di ragazzo
spettinato, se credo a tutto, a tutto,
è per avventurarmi anche il lunedì
quando le sale sono chiuse
e sembra così lungo il tempo
così abbandonate le creature del mondo.
se credo se credo se rido alle cose
invisibili, se chiedo le cose impossibili,
se mi batto col vento, se sbando di
continuo, se mi affanno,
è il mio gioco battagliero
di indispettire quel cielo ostinato
che si nasconde dietro al nostro cielo.
mostra solo i suoi buchi di luce
quando dormiamo.

[mariangela gualtieri, senza polvere senza peso]

se me lo dicevi prima

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=a4IyBle4P7g]

cioè ho capito che quando uno sta male 
deve arrangiarsi da solo 
e allora sarà ancora bello 
quando ti innamori 
quando vince il milan 
quando guardi fuori 
e sarà ancora bello 
quando guardi il tunnel 
che è ancora lì vicino e non ci credi ancora 
ne sei venuto fuori e non ci credi ancora 
e ci hai la pelle d’oca e non ci credi ancora 
ti sei sentito solo in mezzo a tanta gente 
sì ma guarda che di te e degli altri 
a questa gente non gliene frega niente
[enzo jannacci, se me lo dicevi prima]

haven’t have a dream in a long time

stasera, da muji, poggiando lo sguardo su uno degli scaffali, mi sono chiesta dove fosse finita quella ragazza che comprava proprio da qui una penna speciale per scrivere una lettera non d’amore che avrebbe messo, senza farne parola, nella custodia del dvd di once da regalare, con finta noncuranza, all’uomo di cui era innamorata, sebbene non glielo avesse ancora confessato.

and who knows what might happen to you then?

I think, for one thing, that my love of birds became a portal to an important, less self-centered part of myself that I’d never even known existed. instead of continuing to drift forward through my life as a global citizen, liking and disliking and withholding my commitment for some later date, I was forced to confront a self that I had to either straight-up accept or flat-out reject. which is what love will do to a person. because the fundamental fact about all of us is that we’re alive for a while but will die before long. this fact is the real root cause of all our anger and pain and despair.
and you can either run from this fact or, by way of love, you can embrace it. when you stay in your room and rage or sneer or shrug your shoulders, as I did for many years, the world and its problems are impossibly daunting. but when you go out and put yourself in real relation to real people, or even just real animals, there’s a very real danger that you might love some of them. and who knows what might happen to you then?
[jonathan franzen, liking is for cowards. go for what hurts]

a proposito della letteratura che racconta la vita /6

nel corso della squisita mezz’ora di lucidità prima che la colazione la insonnolisse tanto da costringerla a optare per il motel, dove si addormentò vestita e in pieno sole, senza chiudere le tende, pensò a quanto l’amore allontani il mondo da noi, quando è felice non meno di quando non lo è. il che non avrebbe dovuta sorprenderla, infatti non lo fece. la sorpresa fu il suo desiderio, quasi la pretesa che ogni cosa tornasse a essere lì apposta per lei, semplice e compatta come il servizio di recipienti da gelato, tanto da convincerla di non essere solo in fuga da delusioni, perdite e abbandoni, ma anche dal loro esatto opposto: dalla cerimonia violenta dell’amore, dallo stato di frastornata alterazione che comporta. perfino quando non era pericolosa, faticava ad accettarla. in un modo o nell’altro l’amore ti derubava sempre di qualcosa: una sorgente di equilibrio interiore, un piccolo nocciolo duro di onestà. così la pensava.
[alice munro, chi ti credi di essere?]

l’ultimo giorno d’inverno non sarò qui dove sono ora

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=b0kisaJ-0LM&feature=share]

l’ultimo giorno d’inverno non sarò qui 
dove sono ora
perché non farà così freddo fuori come fa adesso
e non sarò da solo a casa ad aspettare 

che passi l’inverno. 
io non lo so se sarò con te 
è più probabile che anche tu sia altrove
e se ci sarà qualcosa 
che mi infastidirà
perché mi conosco e ci sarà 

è che tu non ti sarai nemmeno accorta dei viali di milano
che saranno diventati rosa 
e bianchi ai lati
perché ancora ci si ostina a credere 

che milano è una città dove mancano i colori
ma io 
ti assicuro che l’ultimo giorno d’inverno,
i bastioni, 

per chi si potrà permettere il lusso di guardare non solo avanti ma anche di fianco
saranno uno spettacolo di pura e concreta 
bellezza.
[niccolò agliardi, l’ultimo giorno di inverno]

a proposito della letteratura che racconta la vita /4

vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. in tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi, e in date ore vaga la poesia congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene.

nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre delle città, le avventure, i vagheggiati romanzi. e allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola.

ma tu – adesso mi ricordo – mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l’anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all’ora giusta l’incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient’altro.

vorrei anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. fermarci sul ponte di legno a guardare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. e strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne.

tu diresti “che bello!”. niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora. ma tu – ora che ci penso – tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un’altra sigaretta, impaziente di fare ritorno.

e non diresti “che bello!”, ma altre povere cose che a me non importano. perché purtroppo sei fatta così. e non saremmo neppure per un istante felici.

[dino buzzati, inviti superflui]

per chi vive all’incrocio dei venti ed è bruciato vivo / per le persone facili che non hanno dubbi mai / per la nostra corona di stelle e di spine / per la nostra paura del buio e della fantasia

sarà che con le sue canzoni sono cresciuta, e non intendo, non solo almeno, anagraficamente.
a quindici anni impazzivo per vasco. dopo la fine del liceo, invece, le canzoni di francesco de gregori sono entrate nella mia vita.
erano lì, puntuali e immancabili, nelle cotte post adolescenziali e nelle storie d’amore, nelle strade di londra e nelle cuffie del walkman sony con cui andavo in giro, ancora prima dell’avvento dei lettori mp3. c’erano nei cd regalati per farlo conoscere, sotto il cielo di firenze ascoltando caterina ancora e ancora, nei viaggi solitari e in quelli on the road con le amiche, in tutte le volte che le ho cantate e ascoltate, scritte e lette, senza mai stancarmi. piangendo, sorridendo, emozionandomi.
ci sono come quello che, semplicemente, non potrebbe non esserci, con le citazioni che diventano quasi un’estensione dei propri pensieri, tanto sono familiari.

in questi giorni de gregori esce con un nuovo album e un singolo che si intitola guarda che non sono io, che racconta dello scarto tra l’immagine pubblica del cantautore e quella privata che nessuno che pure ama le sue canzoni può conoscere, e io faccio pace anche con la sua aura snob che in passato mi aveva irritata e che invece ora mi sembra di capire – forse perché, nel frattempo, sono cambiata io ancora un po’.
e penso che a quest’uomo che incredibilmente ha già sessant’anni, e alla sua inconfondibile voce, voglio un gran bene. se me lo chiedessero, non saprei neppure quale canzone citare per prima perché in quarant’anni ne ha fatte di meravigliose, e quasi tutte sono parte della mia vita – dei ricordi, delle emozioni, delle persone, del presente. ed è talmente grande tutto questo che l’idea di proferire un grazie mi fa ridere.

soundtrack: santa lucia, francesco de gregori

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