Archive for 30 aprile 2013

tutta la vita davanti

l’ultimo anno di liceo non vedevo l’ora che arrivasse la maturità: trovavo i miei insegnanti gretti e limitati e pensavo che, al loro contrario, io avevo tutta la vita davanti.
poi è stato il turno dell’università: ho odiato come poche la mia relatrice di tesi, soprattutto per quel sarcastico “quando scrivi dei suoi saggi, credi di essere anche tu virginia woolf?” che, detto a una del segno del leone cuspide vergine, per giunta profondamente amante della scrittrice in questione, converrete sia un azzardo. anche lì pensavo che a breve mi aspettavano milano e un sacco di nuovi inizi, e in fondo nutrivo per lei un po’ di pena.
poi sono arrivate le prime esperienze lavorative: avrei dovuto fare un corso di dizione, proferiva una datrice di lavoro. ero parte del cancro aziendale, sosteneva un altro, ostentando le sue nuove scarpe che equivalevano al mio stipendio mensile. fino ad accorgermi che addirittura c’era chi non capiva del tutto *il senso* del mio lavoro.
mi dispiace un po’ per la mia ingenuità di diciottenne. ero certa che, crescendo, avrei incontrato persone che mi avrebbero arricchita, che avrebbero saputo valorizzare chi crede davvero di poter fare la differenza contribuendo, con il proprio lavoro pieno di curiosità ed entusiasmo, a rendere migliore il posto in cui vive. ad esempio scrivendo o raccontando storie, in ogni caso trasmettendo entusiasmo e volendo lasciare, in qualche modo, un segno.
non so se prima o poi sarò smentita e al carico di disillusione si aggiungeranno storie diverse e positive, al momento però fatemelo dire: che amarezza. per me e per tutta la mia generazione allo sbando. 

 

l’ossessione ha un cuore irrazionale

chiedete a qualcuno con una vera ossessione perché si sente come si sente. borbotterà, penserà che stai mettendo sotto processo il suo mondo interiore, magari sparerà una lista di ragioni, ma alla fine non saprà spiegarlo completamente. l’ossessione ha un cuore irrazionale, o subrazionale. è un po’ come innamorarsi, direi.
[dana spiotta, versioni di me]

esperimenti di vita, a trent’anni

cosa succede quando ammetti, senza inutili giri di parole, che non va più bene quasi niente della tua vita attuale, che l’inquietudine ti mangia viva, che non ce la fai proprio a farti andare bene quello che ti mangia entusiasmo e vitalità?

cosa succede quando arrivi a essere stufa di dover abbassare sempre un po’ di più le aspettative per evitare di rimanerci troppo male e il detto “ognuno è fatto a proprio modo” diventa un inutile alibi che ti fa incazzare, alla stregua de “la ruota gira”?

cosa succede quando preferisci prendere di petto dispiaceri e delusioni iniziando a reinventarti, come se fosse il primo e l’ultimo giorno in una città sconosciuta?

cosa succede quando non hai più nulla da perdere e ti accorgi che una valigia non ti spaventa più?

stay tuned.

like a rolling stone

la mia prima vita è terminata quando, il giorno stesso della laurea, ho preso un treno di notte direzione milano per il primo colloquio di lavoro.
la seconda ha iniziato a volgere al termine all’inizio del 2013, quando ho visto progressivamente crollare ogni convinzione, ed è finita nel momento in cui, oltre a un mucchio di delusioni e disillusioni, non ho trovato altro che me stessa.
la terza vita, quella che sta iniziando ora, mi ricorda il momento in cui anni fa, tra lo stupore e l’incomprensione generale, a pochi esami dalla laurea ho scelto di cambiare facoltà per far tacere l’insoddisfazione verso qualcosa che non aveva più senso.

in alcuni momenti non c’è nulla di più catartico della delusione e della mancanza di senso per farti scrollare ogni paura di dosso e spingerti oltre, anche se non sai ancora bene verso dove.

ti prometto, milano

la scomparsa di enzo jannacci mi ha addolorata così tanto, facendomi piangere un’infinità imbarazzante di lacrime, perché oltre ai ricordi personali legati alle sue canzoni, esiste un filo che lo lega irrimediabilmente alla città di cui sono sempre innamorata come una povera scema.
e se milano lo piangeva, io piangevo un po’ di più, pensando a quel pezzo di città che non conoscerò mai, che avrei desiderato moltissimo che qualcuno mi raccontasse e lasciasse immaginare. ho pianto percependo con quanta forza io sia legata a queste strade e provando, ancora una volta, la sensazione che si tratti di uno di quegli amori totalizzanti che, a un certo punto lo comprendi, raramente portano a qualcosa di buono. e che finiranno. malissimo, per giunta.
ma ti prometto, milano, che se un giorno dovessi andare via, rimarrai la città che più di tutte farà parte della mia vita. non importa quanto, spero molto di più di adesso, potrò essere felice altrove. e che mai, ti dico mai, diventerai per me un’estranea.