Archive for 29 gennaio 2013

in quel momento

è in quel momento, quando sei nella sala d’attesa di un pronto soccorso e oscilli di secondo in secondo tra: sarà una cazzata e oddio mi opereranno di urgenza, che ti accorgi non tanto che di certe cose che hai teneramente e scioccamente difeso fino alla nausea non te ne frega più nulla, quanto che, a costo di ripeterti, è chiamare tutto con il proprio nome a farti essere forte (anche quando non ci credi) e a salvarti.

l’ultimo giorno d’inverno non sarò qui dove sono ora

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l’ultimo giorno d’inverno non sarò qui 
dove sono ora
perché non farà così freddo fuori come fa adesso
e non sarò da solo a casa ad aspettare 

che passi l’inverno. 
io non lo so se sarò con te 
è più probabile che anche tu sia altrove
e se ci sarà qualcosa 
che mi infastidirà
perché mi conosco e ci sarà 

è che tu non ti sarai nemmeno accorta dei viali di milano
che saranno diventati rosa 
e bianchi ai lati
perché ancora ci si ostina a credere 

che milano è una città dove mancano i colori
ma io 
ti assicuro che l’ultimo giorno d’inverno,
i bastioni, 

per chi si potrà permettere il lusso di guardare non solo avanti ma anche di fianco
saranno uno spettacolo di pura e concreta 
bellezza.
[niccolò agliardi, l’ultimo giorno di inverno]

domani smetto, anzi oggi

smettere di pensare che l’amore vada meritato, di pari passo con una presunta perfezione di cui ignoro i criteri, probabilmente perché non esistono (per fortuna).
smettere di porre gli altri davanti a me, imparando a coltivare un sanissimo egoismo senza sentirmi mai in colpa.
smettere di cammuffare o giustificare le imperfezioni e i limiti delle persone che amo agli occhi degli altri perché sarebbe come dimostrare – togliamo anche il come – che non tengono a me, se non altro come vorrei, e che il fallimento è tutto mio. 

a proposito della letteratura che racconta la vita /5

mio caro passato, sei sfiorito.
sono sfioriti i marciapiedi mattutini delle strade berlinesi.
i mercati, cosparsi di bianchi petali di meli in fiore. i rami dei meli, nei secchi, si ergevano sui lunghi banchi del mercato. più avanti, in estate, c’erano rose dal gambo lungo, probabilmente erano rose rampicanti.
le orchidee si trovavano nel negozio di fiori di unter den linden, ma io non le ho mai comperate.
camminavo per le strade di berlino, innamorato, come una vela al vento. con un po’ di buona volontà ci si può raccapezzare in questa frase. poi ho rifatto questo libro, quando faceva ancora male. ma ormai, da tempo, quel pezzetto di cuore tagliato è stato portato via. mi dispiace soltanto per quel passato: per l’uomo che è stato. 
ho un eroe, perché il libro ormai non è più scritto su di me. l’ho lasciato (il mio vecchio io) in questo libro, così come nei vecchi romanzi si lasciava su un’isola deserta il marinaio colpevole.
vivi, caro, qui ci sono calore e sentimento. vivi, caro, io non ti modificherò. siedi, osserva il tramonto. le lettere che non figuravano nella prima edizione, furono veramente scritte da te, ma tu, allora, non le spedisti.
[viktor sklovskij, zoo o lettere non d’amore]

sorrido, di un sorriso tenero e indulgente, rileggendo le splendide righe del libro la cui lettura mi aveva ispirato questo post alcuni anni fa – sebbene mi sembrino un’altra vita e un’altra me, esattamente come viene descritto con perfezione nello stralcio pubblicato.
ero giovane, ingenua, innamorata ancora prima di confessarlo ed ero certa che questo, dopotutto, sarebbe bastato.

a proposito della letteratura che racconta la vita /4

vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. in tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi, e in date ore vaga la poesia congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene.

nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre delle città, le avventure, i vagheggiati romanzi. e allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola.

ma tu – adesso mi ricordo – mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l’anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all’ora giusta l’incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient’altro.

vorrei anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. fermarci sul ponte di legno a guardare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. e strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne.

tu diresti “che bello!”. niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora. ma tu – ora che ci penso – tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un’altra sigaretta, impaziente di fare ritorno.

e non diresti “che bello!”, ma altre povere cose che a me non importano. perché purtroppo sei fatta così. e non saremmo neppure per un istante felici.

[dino buzzati, inviti superflui]

late for the sky

l’ultima sera del 2012 mi sovvenivano alla mente alcune fotografie significative: la prima volta che sono entrata nella mia nuova casa, un paio di pianti di felicità, la caparbietà con cui ho portato avanti alcune scelte, un abbraccio che sarà sembrato insignificante ma che per me è valso più di tutte le parole pronunciate in fila, sorridendo.
e poi la spontaneità, lo sforzo di conferire il giusto peso a persone e momenti, le volte in cui mi è sembrato di andare oltre limiti e difetti, sentendomi leggera e felice. tra i biglietti appesi all’albero di natale della stazione centrale i miei occhi si sono posati, tra tutti, su quello che recitava: “per questo natale vorrei solo che tu fossi felice”. leggendolo, ho realizzato che quella frase avrei potuto scriverla io, perché è questa la persona che sono e che non sento più il bisogno di nascondere.
ho pensato ai punti di non ritorno, all’anniversario dei cinque anni della mia vita milanese. a quello che, chiaro nella testa, fortifica la grazia del cuore. al volersi bene, sempre un po’ di più, perché non è mai abbastanza.
poi è giunto l’ipod a mandare quella che si potrebbe considerare una elegante e degna conclusione, ed è arrivato il 2013.

soundtrack: late for the sky, jackson browne