Archive for 29 giugno 2012

piccolissimo particolare, ti ho perduto senza cattiveria

una definizione che mi descrive alla perfezione, tanto da ricordarla nitidamente a distanza di anni, l’aveva data la persona che mi aveva detto, una volta, qualcosa del tipo: sei come uno di quei gattini che graffiano ma in realtà non vogliono fare davvero male.
tralasciando il fatto che “gattino” è una delle parole magiche che mi si possano rivolgere, insieme a “lucy” e “vino rosso”, questa rimane un’immagine che mi rispecchia e chi mi conosce bene lo sa.
ci ripensavo l’altra notte tornando a casa e ascoltando quel capolavoro che è giudizi universali, accartocciandomi il cuore ripetutamente a “piccolissimo particolare, ti ho perduto senza cattiveria”, che in sette parole esprime un universo emotivo e tutto quello che non racconterò a chi probabilmente neppure ricorda di avermi descritta in modo talmente preciso da non aver bisogno di aggiungere altro.

soundtrack: giudizi universali, samuele bersani

sulle donne ad alto mantenimento

harry: ci sono due tipi di donne: ad alto mantenimento e a basso mantenimento.
[…]
sally: e io come sono?
harry: del tipo peggiore: ad alto mantenimento, ma convinta del contrario.
sally: mh, non è tanto chiaro.
harry: non è tanto chiaro? cameriera, vorrei un’insalata mista ma non con il solito condimento, voglio aceto balsamico ed olio, ma a parte. e il salmone con la mostarda, ma mi porti la mostarda a parte. a parte è fondamentale per te.
sally: beh, voglio le cose a modo mio.
harry: appunto, alto mantenimento.
[harry ti presento sally]

come i treni a vapore

a un certo punto ti rendi conto che è il momento di imparare da quello che vivi. non importa se ripeterai gli stessi errori. intanto impari. e il concetto di imparare non è scontato e immediato come potrebbe sembrare.
ad esempio, quando mi trovo alla panchina di una stazione della metropolitana e mi sembra di essere sorpresa da una doccia gelata, e rimango incapace di pensare e muovermi (riesco ancora a respirare, sì?), anche lì sto imparando qualcosa.
e penso a quanto io sia stata vera e trasparente negli ultimi mesi, fregandomene delle conseguenze e di quello che poteva sembrare. non mi interessa più quello che sembra. io voglio essere. e sono questa giovane donna, come mi definisce un’amica quando mi dispero che i ragazzini mi diano del lei, che ha fatto, come tutti, delle cazzate. di alcune se ne è resa conto e avrebbe voluto chiedere scusa, diverse le ha ripetute seraficamente, altre le porta avanti tuttora.
a volte scopri che è troppo tardi, che sei fuori tempo massimo. a volte ti viene concessa la possibilità di camminare ancora un po’, fino al prossimo bivio.
vuoi che non si impari da tutto questo?
nel frattempo sono cresciuta e mi sembra di essere sulla strada del ritorno da un lungo viaggio complicato e stancante, uno di quelli catartici in cui scopri te stessa o ti ritrovi. ho scoperto che il ritorno è la parte più difficile e io ci sono in mezzo. è un viaggio che mi ha fatto piangere lacrime che credevo di non avere più. mi sbagliavo. è un viaggio che rappresenta una fine e un inizio, come nelle migliori tradizioni. di stazione in stazione, di porta in porta, di pioggia in pioggia.

soundtrack: i treni a vapore, ivano fossati

e poi cambiare casa come cambiano le cose, così

è andata così: sono entrata in questa microcasa, ho guardato il soppalco, il tavolo enorme, il divano, la libreria, il balconcino (primo momento di commozione) e la cucina separata (secondo momento di commozione) e mi ci sono vista dentro.
quando traslocherò saranno trascorsi esattamente quattro anni e dieci mesi dall’arrivo a milano in un giorno di dicembre, insieme a mia madre, per cercare una stanza doppia in cui trasferirmi appena dopo la laurea.
potrei sciorinare il mio curriculum di coinquilinaggio: due anni in stanza doppia, tre in camera singola. dieci coinquiline in totale. tra le altre, ci sono state la maniaca delle pulizie, quella che non usava i detersivi, la napoletana con fidanzato e famiglia al seguito (nelle migliori tradizioni c’è sempre una coinquilina napoletana, io ne ho avute ben due) e, at last but not the least, la tizia che se quando fa sesso non si fa sentire, gode solo a metà.
minimo comune denominatore per tutte: rumorose, terrone e logorroiche senza speranza. e lo scrive una pugliese, intendiamoci. va da sé che coniare il detto: “sono coinquiline, le odio per definizione” è stato un passaggio obbligato. ma il bestiario del coinquilinaggio sarebbe infinito.

ora voglio fermare il momento in cui realizzo di di aver trovato il posto tutto mio che ho desiderato per anni, quello in cui percepire nitidamente il passaggio all’età adulta, lo scarto evidente rispetto alla neolaureata che ero arrivando in questa città che mi sembrava enorme e difficile.
tra i momenti più felici dei miei 29 anni non mancheranno sicuramente il sorriso enorme che si disegna sul mio volto quando penso: “ce l’ho fatta” e la sensazione che si chiuda un cerchio quando realizzo di andare a vivere dall’altra parte della stessa piazza dell’albergo in cui ero stata per trovare la mia prima casa milanese.

soundtrack: e di nuovo cambio casa, ivano fossati

di cosa parliamo quando parliamo d’amore (cit.)

a trentasette anni, non aveva mai saputo che fare della propria vita, aveva deluso ed era stato deluso, aveva fatto il pieno di dolore e rabbia. poi aveva incontrato lei, erano venuti a parigi e lui si era perso. vide che la gente scendeva con i soprabiti asciutti. uscì. riconobbe il campanile. di fronte, la casa. i rintocchi della mezzanotte. salì le scale di corsa. lei era pallida, aveva il telefono in mano e gli amici intorno.
“che ti è successo?”, gli chiese.
“vieni fuori, te lo racconto”.
sedettero su una panchina. lui tremava ancora. raccontò tutto: le sette ore in cui era stato, una volta di più, inadeguato. disse che una volta aveva fatto a pugni nudo e aveva vinto. ora era nudo davanti a lei e non voleva perderla. disse quanto era stato spaurito, come aveva pianto, che non trovava mai la strada, non solo a parigi, mai. pensò: “se è capace di amarmi così, saprà farlo per sempre”. lei non aveva conosciuto nessuno così vero, ferito e stanco del proprio furore.
disse: “bentornato”. e gli insegnò la strada.
[gabriele romagnoli, solo i treni hanno la strada segnata]

a proposito della letteratura che racconta la vita /3

qualcuno una volta ha detto che i suoi periodi storici preferiti erano quelli in cui tutto precipita, perché significano la nascita imminente di qualcosa di nuovo. ha senso questa storia se la applichiamo alle vite dei singoli individui? morire quando sta per nascere qualcosa di nuovo, anche se la novità in questione riguarda proprio noi? perché, esattamente come ogni cambiamento storico o politico prima o poi delude, così succede con il diventare adulti. con la vita.
[julian barnes, il senso di una fine]

quello di barnes è un romanzo che non ho ancora terminato e che già mi manca. è una lettura imprescindibile. e se non credete a me, fidatevi di gabriele romagnoli.

un elenco di inizio estate

i rapporti sfilacciati, un rossetto rosso che non va via, i sentimenti accartocciati senza data di scadenza, il primo paio di sandali dopo moltissime estati, lo sforzo emotivo di non addossarsi inutili colpe, i fenicotteri rosa a milano.
andare a vedere microcase chiedendosi: vivrò qui nei prossimi anni?, avere voglia di tagliare di nuovo i capelli, pensare a un racconto che abbia come protagonista una donna seduta, che agli occhi dei passanti sembra essere in attesa di qualcosa o qualcuno e che invece non aspetta affatto.

soundtrack: padania, afterhours

thunder road, sit tight take hold

giornate in cui mi ritrovo per lavoro in una piazzetta di milano dove scopro esserci la casa in cui è nato e vissuto alessandro manzoni, tra la sede di una grande banca e un ristorante di lusso – e penso che anche questa potrebbe essere una metafora per la mia milano, che ti regala lo stupore e la voglia di guardare oltre quando meno te lo aspetti.
giornate in cui cammino fino a quel luogo un po’ nascosto per sedermi su una panchina, sentire il mio cuore accellerare, distendere le gambe e sorridere. esiste una legge non scritta: quando fai esattamente quello che senti, nessuna paura potrà mai fermarti.
giornate in cui leggo i meravigliosi post di gabriele romagnoli e mi soffermo a rileggere più volte una frase: “è voler essere autentici fino in fondo (magari peggiori)”.
giornate in cui penso che le persone che mi sono vicine ogni giorno mi rendono migliore. e mi fanno credere di nuovo, dopo tanto tempo, in un sentimento comunemente definito amicizia. perfino sorellanza.
giornate in cui mi chiedo: ero davvero io, quella?, con lo stupore di chi non lo crederebbe possibile.
giornate in cui ascolto thunder road e mi godo la luce della sera, nell’istante in cui sembra impossibile possa terminare.

soundtrack: thunder road, bruce springsteen