Archive for 27 luglio 2011

ed ecco arriva l’alba, so che è qui per me, meraviglioso come a volte ciò che sembra non è

ognuno ha le sue droghe, penso. che sono oggetti, abitudini, modi di fare. ad esempio quelle insicurezze che con il tempo si sono attutite e sembrano morbide come velluto – e che non smettono di ricordarci chi siamo, anche se raccontarlo appare sempre più complicato, a volte stancante. i pensieri irrinunciabili, che ci rimandano a molteplici altrove di persone e situazioni su cui abbiamo costruito senza volerlo i sorrisi, la malinconia, il sarcasmo e la disillusione di oggi. le paranoie, i batticuori irrinunciabili – che non hanno nulla a che fare con gli uomini, che sono piuttosto quell’innamorarsi di tutto, senza stanchezza. i libri che riempiono gli scaffali e che non sono mai abbastanza. la moleskine su cui scrivere di rado, eppure sempre immancabile nella borsa. l’ipod. le canzoni degli afterhours e i loro concerti estivi: la catarsi salvifica, come mi piace definirli. trascorrere ore a immaginare viaggi. guardarmi allo specchio sforzandomi di sorridere, chiedermi cosa vede chi mi guarda, quando guarda. dire: taglio i capelli davvero corti, e all’ultimo non riuscire a farlo.
poi, decidere di cambiare.
ad esempio, smettere con le sigarette. smettere di bere caffè. smettere di chiamare il tuo nome, di sentirlo in testa la mattina e la sera (nel mentre, la vita). scoprire di stare bene. anche senza fumare. anche senza il caffè che ti sveglia nelle mattine più confuse, quando non sai esattamente come sei arrivata in ufficio. anche senza la pazienza e la confusione emotiva.
ché ti guardi allo specchio e ti piaci di più, anche senza quel taglio di capelli radicale che sai arriverà. anche senza sorridere, questa volta. perché ci sei, ti abbracci, e che il resto vada affanculo.

catarsi salvifica

fino ai venticinque anni la scrittura è stata la mia catarsi salvifica. amo questa definizione che rappresenta con esattezza i quaderni scritti con foga, riempiti in pochi giorni e contraddistinti, sulla copertina, dalle date di inizio e fine.
alle elementari vagheggiavo di essere una novella jo e di fondare un giornale per scrittrici. ero ovviamente inascoltata da sorella e cugine, in compenso leggevo un romanzo per ragazzi al giorno destando stupore e qualche interrogativo soprattutto in zia e nonni – per fortuna non nei genitori, incalliti lettori nonché primi artefici della mia grande passione.
ho iniziato a scrivere il primo diario – il diario segreto, quello con il lucchetto – in prima media e mi rivolgevo a un’amica immaginaria, trix. il nome non era casuale: si trattava di una delle protagoniste (peraltro non quella che che mi piaceva, non capisco perché) di una ragazza fuori moda, romanzo da me amato come pochi – fin da allora, evidentemente, sentivo incollata sulla pelle una diversità che ancora non sapevo quanto mi avrebbe fatto soffrire nel corso dell’adolescenza e negli anni successivi, il cui eco avrebbe continuato a risuonare, probabilmente all’infinito.
poi moltissime lettere di decine di pagine, amiche di penna, altri diari, quaderni. e naturalmente e-mail e blog.
ora la mia catarsi salvifica è la lettura, risvolto silenzioso di quelle parole a lungo indispensabili. leggo febbrilmente come in passato avevo scritto per capire chi fossi, per trovare un modo di salvarmi e sentirmi altrove. scrivere significava urlare, piangere, singhiozzare, abbracciarmi, sussurrarmi parole di fiducia e speranza, guardarmi da ogni prospettiva possibile, a volte implacabile, altre indulgente e commossa. ma ero io che mi salvavo, giorno dopo giorno.
ora leggo, che è un altro modo per cercare di volermi bene e sentirmi viva e insegnarmi a essere forte. significa non dimenticare chi sono, quello in cui non ho mai smesso di credere e quello che pretendo – il desiderio, quella è un’altra storia.