Archive for 31 maggio 2011

milano per noi

ieri pomeriggio, quando ero ancora un po’ incredula, la mia collega mi ripeteva: vale, abbiamo vinto. e io avevo voglia di piangere.
gli abbracci fortissimi con le mie amiche. i messaggi che ricevo da tutta italia. piazza duomo stracolma, gli applausi, la musica. incontrare persone che conosco, abbracciarci. siamo tutti qui. io una cosa del genere non l’ho mai vissuta. tutto l’arancione intorno, i sorrisi enormi che sono altri abbracci, la gente che continua ad arrivare. dove eravamo tutti quanti finora? chi lo sa. quello che conta è che ora siamo qui. non abbiamo smesso di crederci e siamo bellissimi. sappiamo che è solo l’inizio, c’è tanto da lavorare. ma l’italia s’è desta. siamo noi l’italia. siamo noi che gridiamo rispetto, dignità, cambiamento e non smettiamo di sorridere in questo giorno di liberazione. siamo noi che la sera, tornando in metropolitana, intoniamo sulla banchina e nei vagoni bella ciao, e cantiamo senza vergogna sorridendoci, e poi applaudiamo a questo miracolo che abbiamo realizzato con le nostre mani, e siamo felici. stiamo facendo la storia, lo so. come scrive gramellini, sono finiti gli anni ottanta. è terminata un’era. per sempre.
sorrido a una signora anziana e i suoi occhi mi fanno commuovere. e poi tantissimi giovani. altro che milano da bere: qui c’è una milano da vivere e che vuole vivere sporcandosi le mani, riprendendosi tutto quello che ci siamo lasciati sfilare sotto gli occhi per troppo tempo. siamo l’italia stanca di stare zitta ed essere calpestata nella propria dignità. ce la stiamo riprendendo tutta, non è che l’inizio.
credere in qualcosa che ai molti pare utopico e che invece diventa realtà è un’emozione che nessuna parola sarà mai in grado di descrivere e questo è l’insegnamento più significativo che io abbia ricevuto da questa campagna elettorale a cui, orgogliosamente, posso dire di aver dato il mio piccolo contributo.
e continuo a sorridere. sono felice.

èvento per giuliano pisapia: tutta nostra la città


che uno ci proverebbe anche a spiegare cosa è stato questo ultimo mese a milano, ma senza averlo vissuto è difficile capire fino in fondo il cambiamento palpabile che si è respirato e che è diventanto contagioso.
una dimostrazione concreta, forse, potrebbe essere rappresentata dalle persone che ieri erano in piazza duomo.
di pioggia ne abbiamo presa tantissima eppure eravamo tutti lì, e a un certo punto abbiamo visto la facciata del duomo illuminarsi: alle spalle un arcobaleno, e poi un altro; intanto continuava a piovere e guardando quella luce meravigliosa c’era da chiedersi perché mai, davanti a tanto splendore, la pioggia non dichiarasse resa.
e c’erano gli sguardi e i sorrisi complici con chi avevo accanto, sconosciuti che in quel momento avresti avuto voglia di abbracciare, se non fossimo stati tutti bagnatissimi e infreddoliti. ma era bello anche così, e pensavo: ogni singolo istante di questo evento ne vale fottutamente la pena.
quando non ci credevo quasi più, invece, ha smesso. ed eravamo ancora tutti lì, fradici e sorridenti e arancioni, a cantare a squarciagola, a realizzare un pezzo di storia italiana, a dimostrare che l’italia non è ancora tutta marcia, a vivere la nostra resistenza, a lasciare la piazza cantando senza vergogna la libertà non è uno spazio libero / libertà è partecipazione, qualcuno anche con gli occhi lucidi per la troppa emozione.
un ultimo sforzo domenica e lunedì e poi: tutta nostra la città.

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e scoprire, poi, la milano delle persone, in una primavera arancione che si spera possa scoppiare di colore

nell’ultimo mese ho scoperto una milano che non conoscevo: la milano delle persone.  è stato come scoprirla di nuovo per la prima volta.

ho parlato con uomini e donne di ogni età in piazza, alle manifestazioni, per strada, in metropolitana. bastava uno sguardo per sorridersi e capire che ad accomunarci c’erano la stessa speranza, lo stesso fortissimo desiderio di cambiamento per la città.
un signore anziano mi parlava di com’era la sua città molti anni fa e mentre lo ascoltavo vedevo in lui un ardore e un entusiasmo tali da esserne commossa; mi raccontava degli amici persi che sarebbero stati con lui in piazza ad applaudire giuliano pisapia e a fare qualsiasi cosa fosse nelle loro capacità pur di offrire il proprio contributo (forse anche il signore è un pericoloso sovversivo comunista).

ho visto il teatro smeraldo colmo di persone che sarebbero potute essere in quasiasi altro posto – ad esempio a vivere quello che rimane della milano da bere – e c’era talmente tanta gente che siamo dovuti uscire prima del previsto per offrire la possibilità, a chi era rimasto fuori, di entrare e ascoltare i dati delle votazioni e i suggerimenti per la campagna del ballottaggio a cui, indistintamente, si voleva dare il proprio contribuito.

ho visto la feltrinelli di piazza piemonte affollata allo stesso modo: ero assieme  a tantissime persone animate come me da questa voglia di primavera e di liberazione. ascoltavamo e applaudivamo chi si succedeva sul palco tra giornalisti, scrittori e musicisti: da gad lerner a michele serra, da giuseppe genna a vinicio capossela passando per dario fo, ad esempio. sono state pronunciate parole come antifascismo, scuola pubblica e cultura e in alcuni momenti sentivo i miei occhi lucidi, perché non avrei mai creduto che in questa italia, e in questa milano così bistrattata e individualista, ci fossero ancora spazio per la bellezza e l’indignazione e la voglia di sporcarsi le mani in prima persona e tutti insieme.

ho distribuito volantini a persone che guardavano la nostra maglietta arancione e sorridevano, oppure ci fermavano per dirci: ce la faremo!, o ci chiedevano qualche brochure da distribuire a loro volta.
ho conosciuto la milano di via padova, di cui avevo sempre e solo sentito parlare, e l’ho trovata multietnica e piena di vita e voglia di riscatto, nella sua festa di due giorni via padova è meglio di milano; ho parlato con i milanesi che ci vivono e che mi hanno raccontato i luoghi comuni in cui troppo spesso si cade parlando di questa zona della città;  mi sono seduta a un caffè improvvisato in un parchetto – cafè la paz, in ricordo dell’omonimo caffè di buenos aires che, nel corso della dittatura argentina, era il luogo di ritrovo dei dissidenti – e ho parlato di felicità con sconosciuti che in quel momento non sembravano tali; ho mangiato un kebab in un locale parlando con il proprietario – straniero, of course – di pisapia, di quello che potrebbe accadere. e pensavo che in un posto ammantato di così tanta varietà di colori e persone io mi ci troverei molto a più mio agio rispetto a un luogo signorile, seppur bellissimo, della città.

chi pensa che questa sia stata solo propaganda elettorale si sbaglia: è passione civile, è riprendersi i propri spazi, è voglia di liberazione nel senso più ampio del termine. e chi sta vivendo questa milano arancione sa di cosa parlo.
è stato il passo definitivo per sentire mia questa città.
per esserne orgogliosa, in un crescendo di commozione ed entusiasmo.
per pensare: qui, ora, sono felice.
dopo lunedì, spero di esserlo ancora di più.


(la foto, trovata qui, riprende le note vicende di sucate,
ed è troppo bella per non essere inserita)

esiste una milano migliore, esiste un’italia migliore, e non bisogna smettere di crederci


l’abbraccio tra giuliano pisapia e stefano boeri, teatro elfo puccini

persone che amano milano, teatro elfo puccini

mai come ieri sera mi sono sentita incredula e felice e ubriaca di stupore e speranza – che l’italia si stia svegliando, dopo un altro ventennio; che gli italiani stiano alzando la testa, nauseati e sfiancati – e mai come ieri mi sono sentita milanese d’adozione, grata e orgogliosa.
e non è finita, ci sono – ci devono essere – tempo e spazio per innamorarsi ancora di più di questa città.
calma, lucidità e impegno fino alla fine.
esiste una milano migliore.

la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione

milano mi ha vista arrivare tre anni e mezzo fa e mi ha permesso di ricominciare. in questa frase è già scritto tutto.
bella, austera, scontrosa, poco incline ai complimenti, per nulla cerimoniosa. diffidente, non ha fatto nulla per farsi conoscere. è lì che ti degna di un’occhiata di sottecchi, di tanto in tanto. e tu sei libera di scegliere se ricambiare lo sguardo e sforzarti di scoprirla oppure lasciarti accogliere altrove. non fa nulla per metterti a tuo agio.
anzi, ti circonda di persone che la disprezzano, che la insultano. e a te viene spontaneo chiederti: possibile che sia tutto qui?

no, non è tutto qui. milano ti lascia senza parole in alcuni scorci, ti fa capire quanto romanticismo possa pervaderti anche senza essere su una gondola a venezia. milano ti entra talmente dentro che diventa innegabile: ogni volta che vai via è senso di mancanza e nostalgia. e l’idea di lasciarla pare impossibile e straziante, quasi come decidere di amputare la parte di te più nascosta – la più emozionante e autentica.

non ho provato quasi mai un senso di appartenenza – va bene, quando ero negli scout ci credevo moltissimo ma è stato tanto tempo fa e la successiva disillusione brucia ancora – e non mi sono mai sentita parte del luogo in cui sono nata e cresciuta.

e ora ogni volta che parlo di milano penso: la mia città.
la sento mia soprattutto in queste ultime settimane, quando indosso una maglietta arancione di milano libera tutti e distribuisco volantini e cartoline a sostegno di giuliano pisapia. la sento mia quando mi ritrovo all’arco della pace, dove ho vissuto l’inizio della mia avventura milanese, e ci sono tantissime persone ad ascoltare nichi vendola e il candidato sindaco. la sento mia negli sguardi sorridenti che scambio con chi ho intorno, nei discorsi che ascolto e nei quali intervengo, nell’idea di piazza come ritrovo e scambio di pensieri e speranze. la sento mia perché mi ha regalato un senso di appartenenza che non credevo potesse mai riguardarmi e che mi rende, in una parola, felice.
e mi commuove pensare a ieri sera: la piazza era incantevole e, mentre roberto vecchioni cantava, io ogni tanto alzavo lo sguardo verso il duomo e i miei occhi si fermavano sulla madonnina che brillava, poi mi giravo e dietro di me c’era talmente tanta gente da farmi venire i brividi e gli occhi lucidi.
la sento mia perché sono orgogliosa di queste piazze che urlano voglia di cambiamento ma soprattutto amore verso questa città e desiderio di una svolta oltre che politica anche umana, intessuta di dignità, rispetto e cultura.

milanesi, non deludetemi. le luci di milano riaccendiamole davvero.

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quando uno stralcio di letteratura torna a galla all’improvviso, in un giovedì mattina metropolitano

a volte chi ama è l’uomo, a volte la donna. può accadere che un giovane innamorato scambi l’indifferenza per riserbo, l’apatia per pudore, la vacuità per timidezza; che scambi cioè un’oca per un cigno.
è anche possibile che nella propria fantasia qualche gentile lettrice abbia idealizzato un somaro, prendendone la stupidità per virile schiettezza, o la sua caparbietà per superiorità maschile, o magari si sia comportata con lui come fece la fata titania con un certo tessitore ateniese.
simili commedie degli errori non sono rare al mondo.
[william thackeray, fiera di vanità]

dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità, farmi umile e accettare che sia questa la realtà? *

in fin dei conti – pensavo – quella di lottare contro i mulini a vento è un’indole che non sbiadisce con gli anni: cambiano i suddetti mulini, certo, così come sono diversi i pensieri e gli intenti. quello che rimane immutabile, però, è la caparbia naturalezza con cui si decide, fosse anche solo per un giorno, di indossare l’armatura e di andare incontro a questi giganti inanimati credendo di poterli sconfiggere.

se dovessi scegliere qualcosa che amo di me, ora, sceglierei quest’indole che certo, agli occhi di molti mi rende una loser, una banale perdente, ma che a me fa sentire una che, comunque vadano le cose, non solo non si arrende, ma trova sempre un modo per andare avanti e continuare a combattere per quello in cui crede,  fossero solo mere illusioni, per l’arco di tempo in cui questo è possibile. che sia battersi per un aumento, volere un sindaco diverso per la città in cui si vive (e che si sente propria), ritagliarsi una propria indipendenza, scegliere di impegnarsi in qualcosa di costruttivo, di denunciare un microscopico frammento della merda che ci circonda.

prima scegliere, poi impegnarsi.
impegnarsi con se stessi, in un’amicizia, in una relazione.
è una parola bellissima, impegnarsi, per nulla semplice. è una sfida. e forse mi piace così tanto per questo motivo.
poi, ci sarà un’altra battaglia e ci saranno altri mulini a vento.
a volte è stancante, ma vuoi mettere la soddisfazione di pensare: io non  mi do vinta,  né per disamore, né per precariato, né per aridità di sentimenti e slanci.

* soundtrack: don chisciotte, francesco guccini