Archive for 27 marzo 2011

metti uno tra i libri che ti fa compagnia la sera, uno di quelli che quando termini ti fanno sentire diversa, grata e un po’ triste

mi sono innamorata dei racconti di maeve brennan prima con racconti di new york e successivamente con la raccolta il principio dell’amore. in particolar modo il racconto che conferisce il nome all’omonimo libro è di una bellezza stupefacente. ho letto qualcosa della sua vita attraverso commenti e testimonianze del suo editor e di persone che l’hanno conosciuta; maeve brennan è stata colta da profonda depressione e in particolar modo i suoi ultimi anni non sono stati facili.
e in questi giorni in cui la mia emotività mi svuota più del solito, leggere lei e di lei mi ha particolarmente emozionata pensando a quanto la scrittura sopravviva alle persone,  a quanto questo sia meraviglioso e devastante allo stesso tempo perché vorresti conoscere e non smettere mai di leggere l’autrice di parole talmente meravigliose da sentirtele incise sulla pelle parola dopo parola, frase dopo frase, sussulto dopo sussulto – ma nessuno è immortale e  in alcuni momenti questa consapevolezza mi toglie il respiro e mi fa piangere.

come se fosse il primo giorno di primavera

squattrinata sono sempre squattrinata, e senza rimedio; mi arrabatto per arrivare a fine mese, come sempre; mi lamento della vecchia casa in cui vivo ma a mio modo ho  un po’ imparato ad amare questa stanza con una locandina gigantesca e originale di breakfast at tiffany’s, che quando sono particolarmente triste o disillusa mi ricorda che ogni tanto, sulla dita di una mano certo, ma l’amicizia esiste. c’è poi un letto che a volte mi sembra troppo ampio, altre volte invece ci dormo a stella e sento che è perfetto così; in fondo sono un po’ affezionata anche alla moquette rossa, che ha attutito cadute di tazze da tea con la celebre frase dei consigli di alice in wonderland e con lo stralcio finale di incontro di guccini; e poi c’è la libreria, con gli scaffali ormai quasi interamente pieni di libri letti, sottolineati, con post it di vari colori o ancora da scoprire. ci sono la locandina di pulp fiction, nausicaa di miyazaki, la dolce vita e casablanca, uno schermo con lettore dvd e una bacheca di sughero stracolma di cartoline, biglietti di teatro e mostre, una fotografia di me bambina con la bandiera della juventus sulle spalle e lo schizzo di una mia ex collega che ritrae me e un nostro collega nei panni di due personaggi dei puffi – ricordo di un luogo di lavoro devastante psicologicamente ma custode anche di attimi di risa e scherzi per salvarci, per riuscire a essere altrove pur rimanendo lì.

la stanza è quasi tutta qui, minimalista così come lo sarà un giorno la mia casa e, mentre realizzo che in fondo le devo qualcosa, per quella che ero quando ci sono arrivata e per quella che sono diventata nel mentre, penso che nonostante il conto in rosso riesco ad avere tra le mani un biglietto per uno spettacolo di teatro, una mostra alla fondazione forma, una fiera o un libro.
e non importa se, nell’era del precariato sottopagato, questo comporti trascorrere a casa alcuni week end o dover rimandare una cena, non importa affatto, a pensarci bene: sono viva, e lo dimostro a me stessa (non devo dimostrare più nulla a nessun altro), emozionandomi per l’incontro in un foyer in cui si parla di anna politkovskaja oppure ascoltando un’intervista a jonathan franzen del pessimo fabio fazio; e quando l’autore parla di disagio, del sentirsi fuori posto o addosso le aspettative per una vita che non era la propria, che non lo rappresentava, allora sono felice, passano i crampi allo stomaco, gli ultimi giorni di emicrania e nausea e lacrime implose sembrano lontane, ci sono io con l’emozione  eterna che mi infondono la letteratura, l’empatia, il sentire comune, e so che la mia, forse, non è la vita che si aspettavano per me i miei genitori, non è quello che capirebbero le mie amiche d’infanzia e forse non è neppure quello che riesce a condividere chi mi è ora accanto, ma rappresenta quella che io sono, e oggi mi sento come se fosse il primo giorno di primavera e guarda un po’: lo è davvero, e fuori ci sono un cielo e un sole che commuovono.

come passa quest’acqua di fiume che sembra che è ferma, ma hai voglia se va

ero una bambina imbranata. e cadevo di continuo, soprattutto mentre pattinavo. la mia specialità era sbucciarmi le ginocchia: ogni volta c’era una nuova ferita da disinfettare aspettando che si formasse la crosta e sopraggiungesse la cicatrice.
ma quel momento sembrava non arrivare mai. cadevo di nuovo prima che la ferita avesse il tempo di cicatrizzarsi: nuovo sangue, nuova acqua ossigenata e nuova crosta – e chissà se questa volta avrebbe avuto il tempo di staccarsi da sé, in modo indolore, senza che me ne accorgessi, lasciando quel contorno più chiaro della pelle rigenerata e ancora immacolata.
con gli anni il mio equilibrio è diventato meno precario, ma quando è qualcuno a spingermi a terra o a tendere una gamba – a volte con noncuranza o per egoismo – rimango impreparata. e inciampo. e riprendo a sanguinare, maledicendo me stessa perché in fondo, se sono caduta di nuovo, è perché non sono stata attenta, perché mi sono fidata del mio istinto o dei miei sentimenti o della mia ingenuità. perché ho permesso che mi si lasciasse cadere.
a conti fatti, non è cambiato molto dai tempi dell’infanzia: si riapre la stessa ferita che attendevo si cicatrizzasse, fiduciosa che arrivasse quel momento tanto desiderato. invece è lì che necessita di nuovo disinfettante per essere pulita, poi la sentirò bruciare per qualche attimo e aspetterò che si secchi, trattenendo lacrime di rabbia e impotenza.
forse – mi dico – se la prossima volta sarò più attenta si cicatrizzerà senza che quasi me ne accorga e finalmente non farà più male.

soundtrack: mimi sarà, francesco de gregori

amerò le mani tese sui capelli / i pugni in testa / il buio ingiusto della mia malinconia

stanotte ti ho sognato, l’ho capito dal sapore del risveglio – un retrogusto di fastidio e irritazione che non lascia adito ad alcun dubbio: non posso che aver sognato te. cadresti in errore – oppure in inganno, come i tanti autoinflitti alla tua vita per comodità e pigrizia – se pensassi che provo tristezza o struggente malinconia. è solo fastidio, un fastidioso sentire salire quella sgradevole sensazione che arriva in gola e pare stringerla, allora stringo i pugni, faccio un bel respiro e poi allento la presa: mi alleggerisco, una volta e poi ancora, quasi fosse un esercizio di stile, uno esercizio che smetterà di sembrarmi tale e sarà normalità, come svegliarsi con la luce che trapela dalla tapparella e l’odore di pulito delle lenzuola e qualcuno da baciare prima di preparare il caffè.

vorrei capire dove nasce questo atavico senso di colpa che la donna porta con sé,  da dove sgorgano la sensazione di dover sempre dimostrare qualcosa e l’ombra del dubbio di non essere mai abbastanza, il timore di aver sbagliato, di non meritare molto, a volte addirittura nulla – vorrei poter cancellare queste colpe inesistenti, vorrei liberarmene, vorrei non ascoltare più rimandi a questa paura arrogante e tronfia che nasce con noi e ci fa sentire piccole mentre strappa a morsi la tenerezza e la voglia di un abbraccio così difficile da chiedere.
lo sbaglio è crederci, la colpa è lasciare che qualcuno ce lo faccia credere.

soundtrack: comunque vada – max gazzè

e noi rimaniamo così / a rivedere scintille d’agosto / che il mare gonfia in vapori di nuvole

una volta avrei detto: ho amato il niente, e mi sarei sforzata di crederci fino a esserne inghiottita, piagnucolante e ciondolante in qualche dove. mi sarei colpevolizzata senza margine di comprensione, avrei trascorso notti immaginando ogni altrove ipotizzabile, l’avrei reso possibile grazie a baci che non conoscevo, promesse a me ignote e sguardi la cui vista mi sarebbe stata preclusa per sempre. mi sarei sentita debole, e tale sarei apparsa a me stessa. senza il coraggio – l’audacia – di immaginarmi diversa.

ora dico: ho voglia di essere felice, e la mia idea di felicità si traduce in vita, e la vita è anche quella che fa sentire un dolore sordo, all’apparenza ovattato ma il cui eco si propaga lentamente per le ossa e sale fino alle mani – che tremano all’improvviso – agli occhi – che si offuscano impercettibilmente – e alla bocca, che pare pronunciare una strana smorfia – quello è l’esatto istante in cui realizza l’incrinarsi del creduto e dello sperato.
vita è sentire di star facendo sempre tutto il possibile per essere chi sono, è leggere libri come faith di amanda davis centellinando ogni parola perché non vorrei mai arrivare all’ultima pagina di quello che potrò mai più leggere di suo, è sorseggiare una tisana bollente – la mia nuova droga – perdendomi in pensieri sciocchi su quanto sarà bella la mia minuscola casa, quando ne avrò una.
è l’impagabile consapevolezza di stare cercando di vivere nel migliore dei modi possibili.
è pensare alle giornate che si allungano, alla voglia di stendermi su un plaid al parco a leggere le poesie di mariangela gualtieri e le strisce di mafalda e dei peanuts. è sentire vicine alcune persone con cui condivido i miei pensieri e rido senza prendermi mai troppo sul serio.
vita è anche pensare che alcune volte si muore per rinascere – muoiono amori e disamori, si rattrappiscono sogni e scoloriscono passioni e legami – e allora che morte e poi rinascita sia, ché si cercano lo stupore e la meraviglia, da queste parti.

soundtrack: tchaikovsky – la morte del cigno