Archive for 28 febbraio 2011

la lama taglia sempre dov’è fine / dov’è fine è il cuore

ci aveva detto: è una sorpresa, fidatevi di  me, noi ridevamo e  seguivamo questo nostro amico che ripeteva più di una volta al giorno che amava le persone e che sarebbe stato pazzo a non farlo, ed era talmente allegro ed entusiasta della vita che era impossibile non esserne contagiati.
era un pomeriggio afoso di metà agosto e mangiavamo mele per strada, raccontandoci meglio che potevamo, in inglese, chi eravamo e cosa cercavamo; una di loro, a un certo punto, mi disse qualcosa come: ti ci vedo, come scrittrice, in una stanza piena di libri, e l’altra aggiunse: ci autograferai il tuo libro quando sarà pubblicato? e io credevo ancora a moltissime cose, i tuoi vent’anni portati così, come un maglione sformato su un paio di jeans, e avevo davvero vent’anni in quell’estate londinese in cui il nostro amico ci portò a regent’s park e, davanti a una collinetta, ci intimò di camminare senza guardarci indietro e una volta in cima ci disse: ora potete girarvi, e noi scoprimmo ai nostri piedi tutta londra illuminata, o forse non era tutta londra ma è così che la ricordo, e pensai: è questa la felicità.

*

ordino sempre nero d’avola. è il mio vino rosso, il modo silenzioso di parlare con me stessa per celebrare beffardamente quel rito ormai consunto dal tempo e dalle parole e dalla pazienza logora. ordino nero d’avola e il primo sorso è per te, o forse per me che non sono più io, per il maglioncino nero sui jeans, le ballerine, un po’ di mascara, i capelli boccolosi prima che lo smog di milano li soffocasse e quel: non mi dai neppure un bacio?
non so se mi riconoscerei, ho l’impressione che quel bicchiere di nero d’avola sia l’unico anello che mi congiunga a quella che ero, a una felicità traboccante quanto illusoria, inutilmente allusiva a un futuro mai esistito.

soundtrack: resto qua, vinicio capossela

nemesi è una parola che mi piace moltissimo

c’è un nuovo libro, donne che corrono con i lupi, che è un’illuminazione, oltre che un abbraccio che mi regalo pagina dopo pagina. ci sono bassotuba non c’è, che mi fa ridere in metropolitana,  e being erica – con mie considerazioni a margine su scelte ed errori che si concludono con una certezza: rifarei tutto mille volte, ancora e ancora.

ci sono nuove e-mail che riempiono vuoti, un nuovo progetto lavorativo che per la prima volta in tre anni mi fa sentire utile e mi infonde un entusiasmo dolce e inaspettato, condiviso con una collega con cui parlo di no profit, sogni, sentimenti e legami e che mi regala origami per scalfire – dice – la mia maschera di insensibile e cinica e allergica al natale. poi dice: non lo meriti, dai. io penso che si sbagli, ma quando una sera torno a casa delusa, incazzata e anche un po’ sbronza e mi arriva un suo sms, scoppio a ridere e considero quella notte insonne un nuovo alfa.

ci sono gli sbalzi umorali, l’insoddisfazione improvvisa e la terra che frana sotto i piedi, il senso di oppressione tornando una sera a casa e la leggerezza della mattina seguente.
c’è fare pace con me stessa, sentire ancora una volta che tutto quello che conta è qui – e sono io – e no, non ci sarà nessun altro a salvarmi, ad ascoltarmi, ad arrabbiarsi e talvolta a darmi ragione.
gli incontri sono fugaci, a volte desiderati a volte casuali, ma pur sempre un interludio soggetto alle bizze umorali del nostro essere imperfetti, alla ricerca di solitudine o di persone che ancora non conoscono le nostre ombre o che non ci hanno ancora annoiato.

ci sono week end solitari che mi fanno capire di non conoscermi mai abbastanza, nei quali vesto i panni di avvocato dell’accusa ma anche della difesa: mi interrogo, controinterrogo, condanno e  in parte assolvo, mangiando cioccolata; leggo, mi pongo domande sulle manifestazioni, su quello che voglio come individuo e come donna; non riesco ad avere molte certezze, ho quasi esclusivamente dubbi, interrogativi, richieste. vorrei interlocutori con cui mettermi in discussione e capire quello che mi sfugge, che sottovaluto o ignoro. mi rimprovero di non riporre fiducia nel gruppo, come se l’individualità  e la presenza di poche persone accanto fossero la mia unica dimensione.

in pochi giorni, e all’improvviso, mi sembra di essere cresciuta tantissimo; ho l’impressione di aver ricevuto nuovi polmoni in regalo, la pelle è sempre la stessa, nei miei occhi  invece puoi scorgere una luce diversa,  che si accende o si affievolisce a seconda della prospettiva da cui li guardi.

ci sono parole che avevo dimenticato, come nemesi, e verbi riscoperti, come scegliere.

solo passaggi e passaggi, passaggi di tempo

giorni in cui non mangio. giorni in cui mi sento svuotata, e non solo perché dimagrisco. giorni in cui vedo attorno persone felici e mi chiedo come sia questa felicità, ché non credo di conoscerla. giorni in cui so di meritarmi tutto questo. giorni in cui mi dico che hanno fatto bene loro a scendere a compromessi, ad accontentarsi, ad alienarsi dai loro desideri più intimi, poi autoassolversi e convincersene. giorni in cui mi chiedo perché io non possa iniziare a farlo, dopotutto. la coerenza verso se stessi? ma per favore.
giorni in cui la luce rimane un po’ più a lungo, e vorrei avere un luogo in cui rannicchiarmi, senza più ansie né angosce. giorni in cui vorrei essere inghiottita dalla nebbia mattutina. giorni in cui mi alzo, mi vesto e vado a lavoro per forza di inerzia. giorni in cui mi vedono bella, mentre vorrei solo nascondermi sotto il piumone e non incrociare più i miei stessi occhi. giorni in cui sorridere è uno sforzo sovrumano. giorni di pianti in metropolitana. giorni di libri letti fino a notte fonda. giorni in cui desidero unicamente il buio. giorni di rabbia verso me stessa, peccato che io sia tutto quello che davvero mi appartenga, senza possibilità di redenzione.

ma non esiste speranza


assorbo senza batter ciglio la spietatezza e la lucidità con cui yates racconta le miserie umane. le nostre miserie. gli alibi. le bugie. gli amori con le gambe corte. le illusioni. la solitudine che si vorrebbe nascondere come polvere sotto il letto. l’incapacità di accettare di non essere speciali. di essere invisibili, talvolta. di non essere niente. di non essere nessuno.
in questi racconti trapela un pizzico di compassione, come fa notare giorgio vasta nella prefazione.
ma non esiste speranza. la realtà ne impedisce il solo fioco baluginio. è solo un affannarsi verso un ideale altrove di cartapesta, pronto a sbriciolarsi tra le mani mostrando, ancora una volta, la piccolezza, la meschinità, l’inadeguatezza che contraddistingue vite destinate a fallire miseramente, convinte di essere riservate a grandi cose e ingabbiate, al contrario, in una mediocrità che le farebbe impazzire all’istante, se solo fossero in grado di scorgerla.