Archive for 13 gennaio 2011

snoopy, ovvero l’importanza della concretezza

che la concretezza mi mancasse lo sostenevano in tanti, compresa la mia professoressa del ginnasio, odiata come poche nel suo modo irritante di ridere e prendermi in giro durante le interrogazioni, dove ovviamente capitava che fossi impreparata. ricordo ad esempio quella di geografia sull’egitto, quando ero finita a parlare di piramidi e antichi egizi e lei, con un sorriso di scherno, aveva proferito: questa è la lezione di storia, valentina. la odiavo per i suoi sette meno meno ai miei compiti di italiano (io, sette meno meno? io?) e per quel sei che era stato un affronto personale. l’ho odiata soprattutto quando, nel corso di un colloquio, aveva spiegato ai miei genitori che io vivevo in un mondo tutto mio, che non avevo nessun contatto con la realtà.
ricordo le discussioni che scaturirono dal giudizio sommario e arrogante di questa insegnante chiaramente frustrata e priva di un briciolo di sensibilità e umanità. la definizione di ragazzina disadattata che leggeva un sacco di libri e non scendeva sotto casa a giocare a nascondino e non parlava e non indossava magliette scollate e aderenti (e quando l’ha fatto per la prima volta sembrava che i suoi compagni di classe non l’avessero mai vista per quella che era, fino a quel momento) e l’idea che i miei pensieri fossero sconnessi dal resto del mondo e che fossi incapace di relazionarmi con persone reali sono andate avanti per moltissimo tempo (forse non sono mai terminate).

posso dire, a mia discolpa, che quello è sempre stato l’unico modo in cui sono riuscita a vivere. ritagliandomi oasi in cui respirare e sognare a occhi aperti, concedendomi la possibilità di evadere e ignorare quanto intorno a me non trovavo interessante e nel quale non mi identificavo.
nel corso degli anni non ho certo cambiato attitudine. ho imparato l’essenziale per vivere da sola e sapermela cavare senza chiedere il più delle volte aiuto, ma nella maggior parte dei casi non mi mostrerò mai una persona concreta. perché anziché chiedere “what kind of cookies?”, sorriderei trasognata pensando al “we’ll go for for long walks in the wood”, l’aggettivo happy sarebbe inciso sulla pelle e nelle orecchie e penserei che è sufficiente poco, poi, per essere felici. basta una mano che ti stringe forte, un bacio, una lettera, un sorriso, un gesto silenzioso.
sì, cara professoressa del ginnasio: poetry, beauty, romance, love, these are what we stay alive for.
per tutto il resto c’è la vita che ti massacra, i conti a fine mese, l’impossibilità di vivere interamente quanto che si vorrebbe. ma qui si vive a sogni, desideri, ci si accontenta di poco – un libro, uno scorcio incantevole di milano, un complimento inatteso – e non si è assolutamente concreti. chissà che non sia anche un po’ questo il segreto della felicità.

mafalda, ovvero l’insindacabile rifiuto dei compromessi


devi scendere a compromessi, dicono. rimarrai sola, aggiungono. non è ancora nato chi potrebbe piacerti, eh? chiedono. non sopporti proprio nulla tu, sentenziano. giudichi sempre, affermano.
sapessero cosa ho dentro, penso. poi rimango in silenzio. forse è meglio che la pensino così, che decidano di vedere quello che meglio credono, che fa più comodo, che li fa sentire in pace con la loro coscienza.
vorrei tantissimo che ti innamorassi, ascolto davanti a un caffè.
e poi: meriti qualcosa di diverso. io abbozzo un sorriso di rimando, o forse è più un’espressione interrogativa. questa storia del meritarsi mi confonde un po’. che poi bisognerebbe capire cosa si intende esattamente. ad esempio, dire: io merito un uomo che mi ami, significa forse che, seppur non amandolo a mia volta, comunque lo merito e quindi me lo tengo stretto? oppure che ho sofferto molto per qualche stronzo di turno e quindi uno che mi guarda con occhi sognanti non posso lasciarmelo sfuggire?
o forse il meritarsi avrà a che fare con l’ascoltare quello che nasce dal tremolio delle mani, dal fiato corto, dal cuore che sembra uscirti fuori dal petto e dalla vertigine che ti assale e non ti fa toccare più terra?
magari è vero: merito qualcosa di diverso. forse non sono pronta, forse non mi interessa, forse non sono sicura che avere quello che ci si merita non sia strettamente legato a qualche compromesso di troppo. forse vivo e amo e basta, senza ritorni, senza calcoli, senza progetti. forse sono sciocca, o forse non merito niente altro.

lucy van pelt, ovvero l’essenzialità dei concetti

inizio il 2011 terminando la lettura di anna karenina e leggendo tutto d’un fiato la schiuma dei giorni di boris vian. continuo a cercare l’essenzialità, di parole e gesti. il superfluo di persone e oggetti non mi interessa. ho riletto i miei vecchi quaderni suddivisi per date. ho sorriso. ho ricordato avvenimenti che credevo importanti e che invece avevo rimosso. accade anche quando non lo credi possibile. non ho nostalgie. a pensarci bene, neppure molti rimpianti. ho cercato sempre di fare quello che desideravo. non mi colpevolizzerò mai per i miei desideri, per i miei slanci, per quanto amo. non mi interessa la maturità, la saggezza. rivendico ancora l’incoscienza, la passione, l’estatica felicità di un minuto o di un’ora quando sai che non conta nulla altro che quella gioia che ti riscalda e si irradia tutta attorno a te, e sembra una magia, un miracolo. voglio ancora i miracoli. ne rivendico il diritto. non voglio sembrare forte più di quanto non sia, tollerante più di quanto io stessa non potrei tollerare di essere. non mi accontenterò del troppo che urla il suo vuoto, non mi racconterò bugie e alibi per soffocare il silenzio e l’ansia della solitudine, non cercherò nessuno per appagare il desiderio – il bisogno umano – di sentirmi amata o desiderata. cercherò di rimanere fedele a me stessa.
le persone non cambiano, cambiano le cose intorno a loro
, leggevo ieri. e non voglio nulla che io non senta appartenermi. non cercherò di incastrare forzatamente qualsiasi cosa che non combaci perfettamente con la mia pelle, con i pensieri, gli sguardi e i silenzi. mi farei pena, tutto qui.