Archive for 23 dicembre 2010

(sì, ancora gaber)

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non so dove ora tu sia giunta
cara indimenticabile Maria
che all’inizio degli anni Settanta
conoscesti la rabbia e l’ironia
avevi il dono assai inconsueto
di ridere persino del tuo mito
e l’intuizione di una strana fede
per cui una cosa è vera soltanto
quando non ci si crede.

perché per credere davvero
bisogna spesso andarsene lontano
e ridere di noi come da un aeroplano.

ho scoperto questa canzone durante lo spettacolo io quella volta lì avevo venticinque anni, che credo dovrebbero vedere tutti – partendo dagli studenti delle scuole medie, che avrebbero un seme in più da coltivare, e poi rivederlo, ancora, e capire, emozionarsi, rabbrividere, sorridere, pensare che qualcosa che ci salva, che ci fa sentire vivi, che ci fa venir voglia di essere migliori c’è sempre, ed è una benedizione.

è sempre tempo di Resistenza

io, quella volta lì, avevo sessant’anni. eravamo nel 2000 o giù di lì. praticamente ora. e vedendo le nuove generazioni, i venticinquenni di ora così diversi mi domando: che eredità abbiamo lasciato ai nostri figli? forse, in alcuni casi, un normale benessere. ma non è questo il punto. voglio dire… un’idea, un sentimento, una morale, una visione del mondo… no, tutto questo non lo vedo. allora ci saranno senz’altro delle colpe.
sì, il coro della tragedia greca: i figli devono espiare le colpe dei padri. siamo stati forse noi padri insensibili, autoritari, legislatori di stupide istituzioni? no. allora dove sono le nostre colpe? un momento, era troppo facile per noi essere pacifisti, antiautoritari e democratici. i nostri padri avevano fatto la resistenza.
forse avremmo dovuta farla anche noi, la resistenza. è sempre tempo di Resistenza. perché invece di esibire il nostro atteggiamento libertario non abbiamo dato uno sguardo all’avanzata dello sviluppo insensato?
perché invece di parlare di buoni e di cattivi non abbiamo alzato un muro contro la mano invisibile e spudorata del mercato? perché avvertivamo l’appiattimento del consumo e compravamo motorini ai nostri figli? perché non ci siamo mai ribellati alla violenza dell’oggetto? il mercato ci ringrazia. gli abbiamo dato il nostro prezioso contributo.
ma voi, sì, voi come figli, non avete neanche una colpa? dov’è il segno di una vita diversa? forse sono io che non vedo. rispondetemi: dov’è la spinta verso qualcosa che sta per rinascere? dov’è la vostra individuazione del nemico? quale resistenza avete fatto contro il potere, contro le ideologie dominanti, contro l’annientamento dell’individuo? d’accordo, non posso essere io a lanciare ingiurie contro la vostra impotenza. c’ho da pensare alla mia.
però spiegatemi: perché vi abbandonate ad un’inerzia così silenziosa e passiva? perché vi rassegnate a questa vita mediocre senza l’ombra di un desiderio, di uno slancio, di una proposta qualsiasi? forse il mio stomaco richiede qualcosa di più spettacolare, di più rabbioso, di più violento? no! di più vitale, di più rigoroso, qualcosa che possa esprimere almeno un rifiuto, un’indignazione, un dolore… quale dolore? ormai non sappiamo neanche più cos’è, il dolore. siamo caduti in una specie di noia, di depressione… certo, è il marchio dell’epoca.
e quando la noia e la depressione si insinuano dentro di noi tutto sembra privo di significato. il dolore è visibile, chiaro, localizzato, mentre la depressione evoca un male senza sede, senza sostanza, senza nulla… salvo questo nulla non identificabile che ci corrode.

io quella volta lì avevo 25 anni, giorgio gaber recitato da claudio bisio

ieri sera, a teatro. 

col corpo capisco (cit.)

ho capito che il mio corpo iniziava a rimproverarmi contando ripetutamente sulle dita delle mani i frequenti attacchi di emicrania e mal di stomaco. testa e stomaco, appunto: più simbolico e sintomatico di così è impossibile, mi sono ripetuta.
ho iniziato a capire quanto assorbissi e metabolizzassi ricordando febbrilmente i miei sogni onirici – proiezioni costanti, quotidiane e quasi infallibili di paure, persone andate, paranoie, gesti e parole che vorrei essere in grado di dimenticare, che sono incubi, amarezze o desideri inutili.
ho imparato ad ascoltare il mio corpo, che continua a ribellarsi a quanto non accetta o considera sbagliato e inopportuno: persone, parole, appuntamenti. me lo ricordano borse d’acqua calda sotto il piumone, sudori freddi e dolori improvvisi e lancinanti.
non voglio più lottarmi contro, preferisco scendere a patti con me stessa e ascoltare l’istinto più del buon senso a cui il mio stesso corpo pare ribellarsi.

dicembre è anche questa poesia

I
perché non meramente la spregiata
occasione di
spargere parole
non è meglio abortire che essere sterili?

plumbee dopo che tu vai via le ore
cominceranno sempre troppo presto
uncinando alla cieca
a dragare il letto del desiderio
recuperando le ossa i vecchi amori
orbite un tempo riempite di occhi come i tuoi
e forse è meglio tutto troppo presto che mai
coi volti bruttati dal nero desiderio
nuovamente dicendo in nove giorni non riemerse l’amato
né in nove mesi
né in nove vite

II
nuovamente dicendo
se non m’insegni non imparerò
nuovamente dicendo ecco
vi è un’ultima volta persino per le ultime volte
ultime volte per mendicare
ultime volte per amare
per sapere di non sapere fingere
un’ultima volta anche per le ultime volte
per dire se non m’ami
non sarò amato se non amo te
non amerò

la zangola di parole stantie nuovamente nel cuore
amore amore amore
tonfo del vecchio pistone a pestare
l’inalterabile
siero di parole

nuovamente atterrito
di non amare
di amare e non te
di essere amato e non da te
di sapere di non sapere fingere
fingere

io e tutti quegli altri che ti ameranno
se ti ameranno

III
a meno che ti amino

samuel beckett, cascando

un appunto sul perché lei è lei

(lily briscoe) doveva riposarsi un momento. e mentre riposava, vagando qua e là con lo sguardo, sentì fermarsi su di sé e coprirla d’ombra, la vecchia domanda che da sempre le traversava il cielo dell’anima, la domanda generale, vasta, che in momenti come quello, quando le energie trattenute sfogavano, si precisava. la vita, che senso ha? era tutto – una domanda semplice, che con gli anni tendeva a farsi accerchiante. la grande rivelazione non era arrivata. la grande rivelazione forse non sarebbe mai arrivata. c’erano invece piccoli miracoli quotidiani, illuminazioni, fiammiferi che si accendevano improvvisi nel buio; eccone uno. questo, quello, e quest’altro: lei e charles tansley e l’onda che batteva; la signora ramsey che li univa; la signora ramsey che diceva “la vita qui s’arresta”; la signora ramsey che trasformava il momento fugace in qualcosa di permanente (…) – tutto ciò partecipava della natura di una rivelazione. in mezzo al caos c’era la forma; l’eterno passare e fluire (guardò le nuvole in movimento e le foglie folgorate dal vento) erano riportati alla stabilità.

virginia woolf, al faro

sapessi com’è strano sentirsi innamorati a milano

di barcellona ne parla lei e mi sembra perfetto così, mentre a tratti è come se avessi ancora davanti le opere di gaudì – casa batllò, che sembra un sogno – e i palazzi della città, tutti troppo belli per non rimanere con il viso estatico verso l’alto.

il viaggio finisce, ho già voglia di ripartire e penso, nel mentre, che milano per me è casa, è il posto in cui ritornare, con gli occhi felici e colmi di meraviglia. sapere che si tratta di amore, anche tra la nebbia, la pioggia, le luci della periferia. è l’amore che non sai spiegare, un legame indefinibile che ti lega a queste strade e alla città, che te la fa sentire parte dello stomaco, degli occhi e del cuore – anche quando pare maltrattarti, rifiutarti, farti dubitare di ogni cosa, anche in quei momenti continua ad attrarti, inspiegabilmente.

gli unici pazzi possibili

la maggior parte delle persone non sa amare né lasciarsi amare, perché è vigliacca o superba, perché teme il fallimento. si vergogna a concedersi a un’altra persona, e ancor più ad aprirsi davanti a lei, poiché teme di svelare il proprio segreto… il triste segreto di ogni essere umano: un gran bisogno di tenerezza, senza la quale non si può resistere.
sándor márai

 

il freddo sferzante di questi giorni  mi chiede di non nascondermi, sfida il  volto arrossato e quasi schiaffeggiato dall’aria gelida e non concede tregua. mi sforzo di stare al passo, esco dall’ufficio, torno a casa, esco di nuovo, vado a teatro, mi commuovo immancabilmente non appena le luci si riaccendono e partono gli applausi agli attori. il freddo mi segue ovunque, perfino sotto le lenzuola, e si infiltra tra lacrime  che salgono agli occhi a tradimento; decido di non mi lamentarmi, dichiaro una resa che forse è sconfitta o forse è nuova consapevolezza, percorro lunghi tratti a piedi, pare che io dica: sono io a sfidarti ora, non ho paura, ogni timore è ormai dissolto.

siamo speranza e tenerezza, siamo le risposte che vorremmo e  che sappiamo non riceveremo mai, siamo l’aggrapparci a qualsiasi scintilla ci faccia sentire vive, siamo l’indignazione di chi rifugge l’arrendevolezza di una vita trascorsa a farsi scegliere, siamo i viaggi sognati e quelli che cerchiamo di realizzare, siamo l’innamoramento per uno scrittore o per un attore, siamo la dolcezza che nascondiamo per pudore, siamo le parole che non diremo perché siamo stanche del disamore, siamo strati di cinismo sotto cui, scavando, puoi trovare la disillusione a cui non vogliamo cedere, siamo l’innamorarci di tutto, siamo l’assoluta certezza che dopo tutto l’isola che non c’è esista, perché chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle forse è ancora più pazzo di te e noi gli unici pazzi che vogliamo sono “quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi d’ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi artificiali che esplodono tra le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno oh!” e sarò anche banale nel citare on the road di kerouac, ma ho barcellona ad aspettarmi e la sensazione, per quanto confusa, che non possa essere tutto qui.

poi forse quest’inverno sarà freddo e ci sarà la neve (cit.)

e la ragazza andava via leggera
che pareva volare
si portò via ordinatamente i sogni
a ogni passo piccina
così bene lontana
guardandola di schiena
pensai: “è la prima volta
che lei sta con un altro
e che non me ne importa”
e ho finito di amarla
oggi ho smesso di amarla
ho finito di amarla.

darei un soldino per un tuo pensiero
se pesasse una piuma
ed è un po’ poco quando in altri tempi
ti ho promesso la luna
e l’ho presa fra i denti.

roberto vecchioni, sestri levante