Archive for 30 novembre 2010

così, i compagni

il mio ricordo personale di  mario monicelli si intreccia con quella che ero qualche anno fa – una me più immatura e oltremodo gucciniana nel suo essere persa dietro le nuvole e la poesia – e con un film su tutti: i compagni.

si intreccia con un’amicizia nata prima su un blog e poi nel corso di un primo maggio romano – una di quelle cose che nella vita fai una volta e mai più, sempre se riesci a incastrare il momento perfetto per farlo, non un anno prima non un anno dopo, esattamente l’anno giusto, con la compagnia giusta.
decidi di prendere un treno di notte e arrivare a roma per il concertone, dormire in stazione e ripartire all’alba: sapevo che non l’avrei più fatto, sarebbe stato svuotarne il significato, ma ho amato quel primo maggio in cui ancora non sapevo cosa sarebbe stato dopo l’università, in cui non conoscevo ancora la potenza, l’insensatezza e la terribile forza che un sentimento, una passione racchiudono in sé; un primo maggio in cui la sete di curiosità sembrava inappagabile mentre scoprivo virginia woolf in tutto il suo splendore e leggevo elsa morante e sibilla aleramo; un primo maggio in cui tutto – ancora – mi sembrava possibile; un primo maggio in cui mi animavano un’incoscienza e una fiducia poi evaporate verso le persone, e i treni, e le possibilità; un primo maggio in cui ero ancora una studentessa e non sapevo nulla dei contratti a progetto, degli affitti di milano, del conto in rosso ogni fine mese.

ecco, in questo primo maggio a roma ho incontrato una delle (rare) persone che mi fa credere ancora nell’esistenza di un’empatia emotiva e salvifica, una di quelle che quando ti trovi inaspettatamente in tv francesco de gregori che canta viva l’italia – e no, non voglio sentire nessuna polemica su vieni via con me, non mi interessa – ti manda un sms e tu non hai bisogno neppure di aprirlo per sapere che è lei.

in questo primo maggio ho avuto in regalo i compagni di monicelli, interpretato anche da marcello mastroianni, attore che scoprivo in tutta la sua bravura e bellezza proprio in quei mesi, e ricordo la sera in cui, stesa sul divano, ho divorato il film, e mi sono emozionata con la tenerezza di chi si sta appena affacciando al mondo, ed è animata da un’ingenuità che avrei poi perso – mai del tutto, c’è chi mi dice così, e io non so se crederci.

i compagni è uno dei miei film del cuore perché mi lega a un’amicizia e a una me passata di cui ho bisogno per non lasciarmi travolgere dai ritmi di questa vita che mangia la fantasia e la curiosità se solo ci si distrae un attimo; è un film che mi intenerisce e mi commuove per i miei voli pindarici, quelli che si sono trasformati in splendide utopie e quelli che continuo a coltivare, forse scioccamente, ma la verità è che non ne voglio fare a meno: “la vera felicità è la pace con se stessi. e per averla non bisogna tradire la propria natura”, sosteneva monicelli, e non c’è altro da aggiungere.

fake game

ti dico: facciamo un gioco, tu annuisci e sorridi. giochiamo a nascondino. ridacchi. non ridere, ti ammonisco, e so che stai pensando a qualcosa di puerile – per te sono una bambina, non hai mai fatto nessuno sforzo per distaccarti da quell’immagine che hai di me, e a un certo punto ha smesso di importarmi.
non sai guardarmi, rifletto mentre respiro il tuo odore, hai sempre cercato il sollievo di chi non chiede e non vuole sapere, così il velo tetro delle mie intenzioni non riesce ad appannarti gli occhi, a far tremare le mani.
vai a nasconderti
, ti dico sorridendo, consapevole di quanto poco tu abbia scelto di conoscermi: non sai decifrare le espressioni del mio volto, ingannarti è un attimo, è una farsa, oppure un gioco al massacro, cosa vuoi che mi interessi più. appena ti allontani di un metro, il piano spazio-temporale si sfalsa, e non giochiamo tu a nasconderti e io a trovarti.
gioco solo io. gioco a far finta che tu non esista. no, non che tu sia sparito: che tu non sia mai esistito. è un gioco surreale e sconcertante; a un certo punto scoppio a ridere – e tu non puoi più ascoltarmi.
ho sempre odiato il nascondino, ma questa volta percepisco l’adrenalina che scorre in corpo, una sottile eccitazione senza nome. non mi è mai interessato vincere prima di adesso che gioco con le mie ombre e i miei fantasmi, con proiezioni di paure vecchie e nuove.
non puoi vedermi mentre continuo a ridere – un riso isterico, catartico, un riso che mi libera. non sei mai esistito.

do you really think you can just put it in a safe behind a painting, lock it up and leave? (cit.)


vorrei vivere in un telefilm americano, mi andrebbe bene anche grey’s anatomy, con tutti quei melodrammi strappalacrime che a volte si risolvono e a volte no, ma poi comunque mi sembra che siano tutti felici o comunque sereni, in un modo o nell’altro, e non dirmi: dovrei forse prendere spunto dalle serie tv?
mi viene in mente quando izzie è stesa per terra sul pavimento e non si muove, e il tempo passa, e lei è sempre in quello stato catatonico, e a un certo punto meredith le si stende accanto, e le parla; mi viene in mente quando anni fa una mia amica mi chiamò disperata in lacrime, ed eravamo lontanissime, e io mi spaventai per quei singhiozzi, e mi disse che era in bagno, seduta per terra, e la sentivo piangere in un modo straziante; mi vengono in mente tutte le volte in cui ho pianto in metropolitana, fregandomene di chi mi stesse guardando, e mi chiedo quante altre volte capiterà, se i motivi saranno validi, ammesso che ci siano poi motivi validi per piangere, dire di no sarebbe un’ipocrisia, come non ammettere l’esistenza di quelle mattine in cui ti svegli e non sai neppure che giorno sia, e quale il mese, e i contorni sono così sfocati che ti chiedi cosa tu abbia sognato la notte e cosa invece sia reale, e quanto di tutto quello sia sincero e quanto cammuffato, e perché mentire, mentirti, mentire a se stessi, a cosa ci si deve aggrappare, forse basterebbe l’aroma del caffè che speri faccia passare un’emicrania peggiore di quella di una post sbronza, forse bere fino a dimenticare chi sei, forse guardo davvero troppe serie tv, forse confondo la notte e il giorno, le bugie dalla verità, forse ci sono persone che ti fanno sentire ancora più sole e altre che ti fanno venir voglia di gettare ogni maschera e se le si debba maledire o benedire non saprei dirlo, forse bisognerebbe ammettere la paura che si ha di sé degli altri dei propri limiti, la paura di scoprire che i limiti sono solo i nostri più cari alibi, la paura di svegliarsi e non ricordare il tuo nome, la paura che sia troppo tardi, o troppo presto, la paura di aver fatto troppo o troppo poco, il calore di una mano che ti fa sentire viva, le parole che ti fanno morire.

it’s already gone

l’ultima puntata di six feet under ha scatenato un pianto incontrollabile e liberatorio, carico di emozioni che si esprimono in lacrime che rigano il volto senza che tu faccia nulla per asciugarle, quasi grata che scorranno, come se potessero purificare e assolvere.

ho pianto lacrime di abbandoni, di errori, di persone andate: quelle che avrei voluto trattenere e quelle che non avrei mai voluto incontrare. ho pianto il nulla che è in serbo per tutti, le domande che si ha paura di porre, i gesti inespressi, la consapevolezza di quanto sia tutto precario e  labile.

continuo a piangere la superficialità e la noncuranza con cui lasciamo scorrere  e allontanare le persone e i sentimenti, la stupidità che chiamiamo maturità o addirittura saggezza, le corazze a cui chiediamo di proteggerci e che invece ci sottraggono alla vita, come se fosse eterna.
noi, incontentabili e insoddisfatti che non sappiamo cosa vogliamo e ci lasciamo vagare, annoiati o semplicemente distratti, aspettando qualcosa che non ha nome né consistenza.
e la mancanza di senso si fa straziante, mentre rimani in silenzio a massacrarti il cuore, come se quelle lacrime non fossero mai sgorgate, innocenti e spietatamente sincere.
ti regalerei la finestra della mia casa per guardare da vicino questo dolore che potrebbe trasformarsi in un’altalena colorata a cui non vuoi credere ma che potresti toccare; ti regalerei la manciata di silenzi raccolti nelle notti estive e nelle giornate in cui il freddo si infiltra sottopelle, che sono amore silenzioso e fiducia incrollabile; ti farei leggere quello che non riesco a dire quando le parole si bloccano in gola e rimangono solo gli occhi; ti farei salire sui treni che mi hanno riportato delusa al punto di partenza, senza aiutarmi a chiamare casa nessun luogo, per ripercorrere le stesse traiettorie e accorgermi quanto possano essere diversi gli stessi posti.

alle spalle, però, un’ombra che si trasforma in buia paura mi paralizza, come se abortirmi fosse l’unica possibilità.

primati

in testa alle persone che odio ci sono, al momento, coloro che ti dicono: e fallo un sorriso ogni tanto, eh.  forse sorrido quando tu non ci sei, non ti sorge il dubbio?
seguono a stretto giro quelli che ti dicono: esci e stai con la gente (la gente?!), ti fa bene! e chi ti fa capire, neppure tanto sottilmente, che è arrivato il momento di prenderti quello che capita senza tante storie, ché in giro c’è tanto schifo. seriously, il fatto che intorno ci sia un sacco di merda giustifica forse l’accettazione della mediocrità?

e dire che oggi avrei voluto scrivere un entusiastico post su dalì.

passione

un teatro in periferia, uno spettacolo che è il monologo di un’attrice che si fa bambina e racconta con malinconia e arguta ironia il trasferimento dalla campagna a settimo torinese – le sue parole lasciano immaginare la fabbrica, il padre operaio, la comunità che si crea attorno alla sua nuova realtà, che le fa scoprire anche il teatro.

l’attrice non dà voce unicamente alla bambina: veste i panni dei diversi personaggi che ne animano il racconto, compresa quella di una signora un po’ pazza – si dice – che vive in una villa diroccata. ed è vestendo questi panni che  a un certo punto interrompe il monologo: le luci si spengono, scende dal palco e inizia a rivolgersi agli spettatori, in dialetto.
la sala è completamente buia ora, la illumina soltanto la luce fioca della candela che tiene in una mano. e parla, ironizza, fa ridere gli astanti. fino a quando risale sul palco e riconosco l’incipit di un passo delle città invisibili di italo calvino, parole scoperte anni fa e ancora tremendamente attuali, parole che non dovrei mai dimenticare e invece accade:

l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
due modi ci sono per non soffrirne. il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

quando lo spettacolo termina, provo la stessa sensazione che si replica dopo quasi ogni volta che vado a teatro: guardo l’attrice sul palco e mi emoziono con lei e per lei, percependo gli occhi per un istante lucidi nel pensare a quanto sia bello avere nel petto una passione e un amore così forti.

riecheggiano le parole di calvino e realizzo la difficoltà di non accettare questo inferno che preme da ogni parte, lo sforzo  racchiuso nel cercare instancabilmente di riconoscere quello che non lo è – i gesti, i desideri, le persone – non lasciandosi sopraffare dall’ombra della solitudine, dalle scelte che paghi ogni giorno, dalla paura di stringere, ancora, soltanto brandelli di idealismi anacronistici.
e la passione? la passione del raccontare, del raccontarsi, del pensare che non ci possono togliere tutto, dell’incoscienza relegata in un angolo nascosto – è vero – ma che sopravvive, delle domande che cambiano come cambi tu ma lasciano ancora lo spazio a quello che anni fa hai ascoltato e letto fino alla nausea: si è molto soli quando si osa e gli arditi sono sempre di meno. così è sempre più difficile trovare un compagno o una compagna di volo. ma anche qui c’è una domanda che è giusto porvi: che ve ne fate di uno qualunque? (jack folla).
e penso a voi che ci siete da anni, con cui già condividevo tutto questo e che continuo a scegliere. mi dico che in fondo non sto sbagliando, e mi sento meno triste.

(lo spettacolo si intitola passione ed è in scena al teatro atir di milano fino a domani sera)

novembre è il mese adatto per inaugurare la rubrica ‘in lucy I trust’ /2

in occasione dei loro 60 anni, michele serra ha scritto un articolo molto bello, di cui riporto un passaggio che spiega, in parte, il mio amore per i peanuts :

quei bambini-filosofi, nella loro piccola enciclopedia del pensiero imberbe, parlano senza dubbio di noi, ma tenendosi bene a distanza dagli sbocchi distruttivi o autodistruttivi dell’età adulta. si chiedono chi sono, e cosa ci fanno lì, e quali possibilità rimangono, a chi vuole sognare, di sognare davvero. ma si guardano bene dal confondersi con la fretta, l’ansia, l’ambizione, il fracasso del mondo già compiuto, quello dei grandi. sono incompiuti (beati loro). e nell’incompiutezza pensano (giustamente) che tutto sia ancora possibile, che la ragazzina dai capelli rossi ricambi prima o poi un amore neppure mai pronunciato, che il sopwith camel di snoopy possa infine levarsi in volo e mitragliare il barone rosso, che il pallone da football, un giorno o l’altro, possa essere calciato con vigore e precisione, che l’aquilone non si attorcigli al suo filo e non vada a morire sull’unico albero in mezzo al campo.

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