Archive for 28 ottobre 2010

non c’è niente da fare, don chisciotte, niente da fare / è necessario battersi contro i mulini a vento

rimanevamo al telefono ad ascoltare i nostri respiri e immaginare i sorrisi che si dipingevano dall’altra parte della cornetta. ero la cosa più bella che sarebbe potuta accadergli, diceva, e gli credevo. i tuoi vent’anni portati così, mille chilometri che erano un soffio, il treno preso di notte, un libro tardoadolescenziale imparato a memoria e il candore di chi non crede possa esistere l’ombra di un solo, unico dubbio.

ci ripensavo in questi giorni, quando ho letto che l’autore di quel libro avrebbe presentato a milano il suo ultimo lavoro. ho ricordato i discorsi sull’essere don chisciotte lunghi interi pomeriggi animati da convinzioni incrollabili e parole ardite, fino all’inevitabile, banale epilogo.
battersi contro i mulini a vento è un azzardo. a vent’anni te lo concedono,  con sguardo indulgente. e te lo concedi, perché a vent’anni è tutto ancora intero.

quando lentamente le convinzioni si sfaldano, i voli pindarici si traducono in grossolane e rovinose cadute,  gli sguardi indulgenti si trasformano in dita puntate contro e parole in stampatello maiuscolo rimbombano nella testa, ti chiedi cosa significhi poi l’essere don chisciotte. ardore o stupidità? incoscienza o lungimiranza?
ma c’è una vita sola, non ne sprechiamo niente in tributi alla gente o al sogno, canta qualcuno. don chisciotte rappresenta il sogno da realizzare oppure l’utopia da perseguire per non morire della morte peggiore, quella che ci trasforma in zombie?

io non ho soluzioni, solo ipotesi che azzardo a me stessa, a volte scuotendo la testa, talvolta dandomi ragione, oppure dicendomi: osa. diffido di chi paventa le proprie verità e possiede una risposta e un’opinione pronte all’uso su tutto. molte volte rimango in silenzio, perché non so. come ora. che non tornerei mai a quei pomeriggi troppo perfetti per essere reali, ma mi disprezzerei se vestissi i panni di chi ha capito come va il mondo e gira con le sue regolette di delusioni e conseguenti, sagge illuminazioni.

hikmet scrive – prima del verso che dà il titolo al post, ‘non c’è niente da fare, don chisciotte, niente da fare’ – che il cuore ha un peso rispettabile. e conclude: ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati / tu continuerai a vivere come una fiamma / nel tuo pesante guscio di ferro / e Dulcinea / sarà ogni giorno più bella.
è la mia unica risposta, al momento.
copiata, per giunta.

(qui la poesia in versione integrale)

parole (s)conosciute

la vera felicità è la pace con se stessi. e, per averla, non bisogna tradire la propria natura.
mario monicelli

ci sono persone che si comportano, dal mio modesto punto di vista, in maniera pessima. ripetutamente e in diverse modalità: ti snobbano, ti usano quando non sanno con chi uscire, ti paccano, parlano a sproposito, giudicano, godono dei tuoi problemi, ostentano il proprio benessere economico o il proprio legame sentimentale.
inizialmente aspetti di capire se sei esagerata tu. poi realizzi che va bene il tuo essere paranoica, ma nel mondo esistono persone stronze, o superficiali, o egoiste: devi fartene una ragione.
a quel punto accade qualcosa di bizzarro e ilare: passi tu per stronza, superficiale, egoista. ad esempio, scopri per puro caso di essere stata cancellata da facebook (ahahah).

allora ti guardi allo specchio, e ti tranquillizzi: nel bene e nel male, sei sempre tu.
la stessa adolescente e post adolescente che trascorreva il sabato sera a casa piuttosto che uscire con persone che non le piacevano (e pazienza se nel mio paesello non mi piaceva nessuno, mai detto di avere gusti facili).
ora il sabato a volte esco, a volte rimango a casa a leggere o mi perdo dietro qualche maratona notturna di film o serie tv.
rimane immutata la necessità fisiologica di scegliere con chi stare. ho accettato che nella mia vita professionale ci siano compromessi imprescindibili a cui scendere, grazie ai quali poter essere indipendente e permettermi di assecondare passioni e interessi.

nella vita privata, però, rimango la stessa intransigente e intollerante di dieci anni fa, quando mi sentivo ripetere che crescendo avrei cambiato prospettive, che avrei ‘capito’. invece no: non mi sono adeguata, per il quieto vivere e per convenienza, a rapporti di comodo, amicizie che non si possono definire tali, persone che spariscono e ricompaiono per magia, opportunismo e chiacchiere vacue.

se rimarrò sola (con trilly, la mia futura gattina persiana, i miei libri e, spero, moltissimi biglietti di viaggio, mostre e spettacoli) potrò dare la colpa a una parola non so se abusata, ma sicuramente poco compresa e fatta propria: coerenza.

sei troppo bella per dirti addio (coltissima cit.)

uscire per andare a vedere la mostra di doisneau e ritrovarsi, invece, a quella di francesca woodman (qui una meravigliosa recensione). milano è anche questa, mi dico. potrei non esserne ancora innamorata?
lasciarmi abbracciare dall’autunno e pensare che, in alcuni momenti, perfino le luci della periferia sanno essere calde, accoglienti.
ascoltare parole senza senso su milano, sui milanesi, sulla loro freddezza. non farcela più e a un certo punto sbottare, arrossendo un po’: milano è una città nascosta, da amare  per i suoi scorci: a quel punto la scopri bellissima e romantica – sì, romantica, non guardatemi così, milano lo è nelle sue pozzanghere in centro, potete crederci? e per i milanesi – i pochi veri che ci sono ancora – vale lo stesso. devi scoprirli. scambiate la freddezza per riservatezza.  io qui, per la prima volta in vita mia, mi sono sentita a casa.  molto più di quanto sia mai stata a mio agio tra persone che voi definite calorose, io chiamo invadenti. e allora succede la stessa identica cosa di quando sento sparare a zero sulla mia regione d’origine: mi incazzo.
perché in quel momento non importano i coni d’ombra e le contraddizioni: riesco solo a pensare che è mia, la sento sottopelle e le devo chi sono, chi divento ogni giorno.
in un’intervista bret easton ellis raccontava di come los angeles sia una città dura, dalla solitudine palpabile, che  ti mette allo specchio con te stesso e fa uscire la persona che sei davvero. ho pensato istintivamente a milano: la trovo una definizione perfetta per descriverla.

impronte inesatte

quasi superfluo da sottolineare ma: la scrittura – la mia, perlomeno – è un’impronta inesatta  della vita.
la scrittura è una catarsi che mischia il vero alla finzione: concede di essere chi non sarai mai, elargisce emozioni che non ti appartengono affatto o non interamente, consente di urlare il dolore che celi segreto dentro il petto e che fino a quel momento non riuscivi a esprimere. ti salva, ti condanna, ti fa essere fragile, potentissima, bugiarda. stronza. crudele.
ti rende disinibita come nessuno potrebbe immaginare tu possa essere, frantuma le mezze misure. ti inasprisce, ti addolcisce, ti assolve.
scrivi, ed è tutto.
sei tu nella maniera più intensa che possa esistere – al contempo, sei estranea a te stessa, scagliata in un altrove remoto che ti fa scoprire qualcos’altro che ti appartiene, una delle mille vite che non vivrai, una tra le manciate di esistenze che sfiori, di sfuggita o per sbaglio.

questo non-amore

non lo voglio questo amore, non l’ho chiesto, è arrivato e mi ha travolta, non ha domandato permesso, si è impossessato del corpo e dell’anima e mi ha trafitta: carne e sangue. voglio riportarlo al mittente, è stato un errore – mi affannerei a ripetere – non è possibile che sia per me, forse non dovrebbe essere per nessuno, non lo so, ma di certo non posso essere io la destinataria.
non lo voglio questo amore che toglie il respiro, che mi fa sentire in paradiso e poi mi scaglia all’inferno, fortunata e derelitta, tremante ai bordi di un marciapiede coperto di neve. non voglio le lacrime che mi impediscono di respirare, questa aritmia del cuore, le urla monche, questo fiato corto; è un amore che sbaglio a definire tale, lo sento nelle ossa, è qualcosa che non ha nome e offre negazioni e contrasti ed eccezioni – intreccia respiri e preghiere soffocate nella speranza di un oggi e di un domani cristallizzati nel buio di una stanza vuota.
lo desidero e lo disprezzo, questo non-amore che mi fa sentire una bambina, una fuggitiva, un’equilibrista, una pazza, un’eletta, una disperata che chiede misericordia.