Archive for 22 luglio 2010

naviganti

grandi corridori di corse in salita
che alzavano la testa dal manubrio
per vedere se fosse finita,
allenati alla corsa
allenati alla gara
e preparati a cadere
e a tutto quello che s’impara.

naviganti, ivano fossati

vorrei mi rimanesse incollata all’infinito questa sensazione che nulla, e soprattutto nessuno, possa permettersi di sminuirmi o farmi sentire meno di quella che sono, che ho imparato a essere – anche piangendo, urlando, incazzandomi e sbagliando. perché così come mi appartiene il tu prova ad avere un mondo nel cuore di faberiana memoria, allo stesso modo sono miei i voli, gli schianti e l’aver imparato a conoscermi e a guardarmi attraverso loro.
ho stretto a me questa percezione di serenità interiore, pur sempre soggetta alle turbolenze dei venti, che non contempla nessuna defezione dell’amor proprio, neppure in nome di sentimenti all’apparenza nobili e che invece si riducono all’odioso cliché del non volersi poi troppo bene.

memorandum

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claire, you wanna know a secret? I spent my whole life being scared. scared of not being ready, of not being right, of not being who I should be. and where did it get me?
six feet under, 5.12

ogni volta che sarò triste, che mi sentirò scoraggiata e avrò voglia di piangere; ogni volta che mi sembrerà di non essere mai abbastanza – per me o per qualcun altro –  e ogni volta che avrò voglia di voltare le spalle a tutto, ripenserò a queste parole.
e, già che ci siamo, mi tatuerò sul corpo anche:

I’m just saying you only get one life. there’s no god, no rules, no judgments, except for those you accept or create for yourself. and once it’s over, it’s over. dreamless sleep forever and ever. so why not be happy while you’re here? really? why not?
nate fisher – six feet under, 5.11

it’s (almost) over

questo luglio rischia di sorprendermi.
la mia agendina, bianca da mesi, inizia a riprendere colori che sono appuntamenti, progetti, incontri.
ancora non ci credo, così incrocio le dita e aspetto.
potrebbe essere anche il mio primo agosto milanese e pensarci ha un sapore strano. rifletto su quello che non ti aspetti, che non sai di volere finché non arriva. la paura si mischia all’adrenalina e alla curiosità di vedere cosa c’è allungando il passo, sbirciando dietro un angolo che non immaginavi potesse esistere.

(stanotte ho sognato di andare in australia, e non è la prima volta che mi capita. ne ho parlato con mia madre, sai mamma, io penso che tanto prima o poi me ne andrò dall’altra parte del mondo, sono già stufa di questa vita qui, e lei ha fatto finta di non sentire)

cinque stagioni di six feet under tatuate sulla pelle. riuscirò a parlarne, a spiegare quanta intensità io abbia respirato puntata dopo puntata, affezionandomi ai personaggi come se fossero reali, desiderando averli come amici, come confidenti. con la sensazione che fossero vivi. pronti a rispecchiare e a rispondere a debolezze, paure, voglia di osare e timore di essere se stessi fino in fondo. li ho amati tutti quanti, ho gioito e pianto con loro, come se li conoscessi da sempre. non mi era mai accaduto, l’assicuro.

mi dico: proviamoci, vediamo cosa succede.

ma cosa c’è in fondo a quest’oggi

ma che cosa c’è proprio in fondo in fondo,
quando bene o male faremo due conti,
e i giorni goccioleranno come i rubinetti nel buio
e diremo “un momento, aspetti”
per non essere mai pronti,
signora bovary, coraggio, pure
tra gli assassini e gli avventurieri,
in fondo a quest’oggi c’è ancora la notte,
in fondo alla notte c’è ancora, c’è ancora…

signora bovary, francesco guccini

ieri sera mi sentivo un po’ come nella mia notte prima degli esami. questa volta, però, non c’erano le compagne di classe con cui parlare fino a notte tarda, né la sensazione che tutto stesse per iniziare.
la disillusione, in fondo, non è un male. sono sempre stata definita una ragazzina che viveva sulle nuvole, in un mondo fatato e fantasioso. rido, chissà se qualcuno avrebbe il coraggio di parlare ancora di me in questi termini.

le colonne di san lorenzo sono il mio posto del cuore a milano, e lo saranno sempre. ci pensavo anche qualche giorno fa, mentre le attraversavo e il mio ipod faceva partire una canzone di quelle che ti fanno capire che anche un lettore mp3 è empatico (soprattutto se, come nel mio caso, si chiama audrey).

let’s start again, mi verrebbe da dire. invece lo penso soltanto. la differenza rispetto a nove anni fa si trova nella consapevolezza che non c’è nulla che tu possa sentire di lasciare veramente indietro. non c’è un amico da abbracciare forte esclamando: è finita!
ora c’è una maturità reale che graffia la pelle (e che non implica l’essere diventati adulti). è la maturità del disincanto e della gambe che corrono perché non vogliono né possono fermarsi. è l’insieme di incipit che si scontrano nella mia testa mentre la bocca rimane muta.