Archive for 29 giugno 2010

quello che non ti dicono

non penso di avere ancora molte parole per raccontare lo schifo infinito che vedo intorno. ho una nausea pressoché costante, dove confluiscono rabbia (quella, ormai, è parte indissolubile di me), sgomento e profonda amarezza per il modo in cui si viene trattati. non siamo solo precari. siamo visti come cose. numeri. a cosa è servito studiare, spendere soldi e tempo? lauree, master, corsi di specializzazione. stronzate.
quello che conta nella maggior parte dei casi, ve lo dico io, è avere mamma e papà che vi pagano l’università (rigorosamente privata, magari all’estero), l’auto, la casa (magari ve la comprano, perfino!) e, perché no, anche le vacanze. o che, in alternativa, vi facciano vivere a casa loro a tempo indeterminato per permettervi di mettere da parte i soldi necessari per andar via. quello che differenzia i giovani precari, oggi, è quasi sempre questo.
rifiuti uno stage gratis? dietro, c’è una fila sterminata pronta ad accettare. ti dicevano che all’università saresti stata trattata come un numero. quello che non ti hanno detto è che sarebbe stato solo l’inizio. non ti hanno detto che avresti lavorato a nero per duecento euro al mese, che saresti stata offesa pesantemente da una pazza scriteriata di sessant’anni che ti accusava di non saper parlare in italiano (in virtù del tuo essere terrona), che avresti visto colleghi chattare tutto il giorno e ricevere aumenti di stipendio. non ti hanno detto che ti avrebbero annullato colloqui a cinque minuti dall’orario prestabilito, o che leccare il culo al proprio capo (o, in alternativa, scoparselo) fosse il modo più sicuro per ottenere un contratto decente. non ti hanno mai detto che chiedendo uno stipendio decente ti saresti sentita una pezzente che chiede l’elemosina, o che a 28 anni avresti condiviso una casa, rinunciato a pressoché tutto ritenendoti comunque fortunata perché c’è chi sta peggio di te (e non c’è ironia, in questo).
incazzarsi non serve a nulla, ma a fronte di episodi che si ripetono, uno dopo l’altro, incessantemente, sfogarsi è la valvola di sfogo che ti permette di non esplodere del tutto.
e comunque, vaffanculo.

finché era in tempo

doveva dirgli, finché era in tempo, quanto lui avesse avuto torto e quanto lei avesse avuto ragione. aveva avuto torto a non amarla di più, torto a non coccolarla e a non fare sesso con lei in ogni occasione, torto a non fidarsi del suo intuito finanziario, torto a trascorrere così tanto tempo a lavoro e così poco con i figli, torto a essere così negativo e pessimista, torto a fuggire dalla vita, torto ad avere continuato a dire no invece che sì: doveva dirgli tutto questo, ogni giorno. anche se lui non la ascoltava, doveva dirglielo.

[…]

la sola cosa che [alfred] non dimenticò mai fu come rifiutare. tutte le correzioni di enid erano state inutili. era testardo come il giorno in cui l’aveva incontrato. e tuttavia quando morì, dopo averlo baciato sulla fronte ed essere uscita con denise e gary nella tiepieda notte di primavera, enid sentì che niente poteva più uccidere la sua speranza, niente. aveva settantacinque anni e intendeva cambiare alcune cose nella sua vita.

le correzioni, jonathan franzen

haven’t had a dream in a long time

stanotte, tornando a casa, ascoltavo gli smiths. pensavo alle risate, alla leggerezza di chi non chiede nulla, non fa domande da bilancio-della-propria-vita e non ti guarda con un’aria di simil compassione e indulgenza.
semplicemente ci abbracciamo forte e beviamo e sì, mi mancate, con voi era tutto più sopportabile. parliamo degli ultimi film visti, dei libri letti, delle cazzate che ci fanno ridere, delle battute sconce su cui tutti e quattro ci troviamo d’accordo.
camminiamo, arriviamo alle colonne e butto istintivamente uno sguardo d’insieme a questo luogo che è alfa e non penso a nulla, né all’apatia né alla tristezza né alla malinconia né alla rabbia che mi scava dentro e mangia famelica la fantasia, la speranza, i progetti, la condivisione. rido e parlo di innamoramento e amore, nessuno pone domande inopportune e invadenti, e io penso che dovrebbe essere sempre così.

per una manciata di ore non mi è importato del concerto dei muse, delle vacanze, di tutto quello che continuerò a perdermi, e neppure del precariato della pelle e dei cuori.

incazzature semplici e banali

ultimamente la classica domanda come stai? mi infastidisce più del solito. come vuoi che vada, mi verrebbe da rispondere. va come andava un mese fa, o due mesi fa. va che non cambia nulla, che sono sempre la solita precaria sottopagata e frustrata che non andrà in vacanza neppure quest’estate, che detesta profondamente quello che fa e che è impegnata in profondi respiri e pseudomeditazioni zen per non sbroccare del tutto, che si ripete più volte al giorno che non dovrebbe tuttavia lamentarsi, che detesta non potersi permettere di vivere da sola. sono sempre quella asociale, incazzata con il mondo, che non trova mai pace, che detesta parlare di sé, che odia le pillole di felicità dispensate da chi non vive la sua stessa situazione, che vorrebbe anche solo un cazzo di motivo per sentirsi gratificata e appagata ma che proprio non riesce a trovarlo e per questo si angoscia o deprime, a giorni alterni. quella che manda a fanculo chiunque se ne esca con frasi confetto da voltastomaco del tipo che le cose belle arrivano quando non te lo aspetti, o che bisogna avere pazienza, o che poi le cose cambiano, o che dovrei cambiare atteggiamento verso il mondo o altre frasi del genere che fortunatamente ora non mi vengono in mente.