Archive for 28 febbraio 2010

senza potersi rinnegare

di solito alice si dava ottimi consigli, però poi li seguiva raramente
carroll lewis

passeggiare per la strade di milano con mia sorella, cercando di spiegarle l’amore che nutro per questa città. trovo una tazza che mi appartiene indissolubilmente, che parla dei consigli che si dà alice. la locandina di pulp fiction nella stanza, poi le notti bianche di visconti e la dolce vita di fellini. vicina a una crisi di nervi, tutto è sfocato, perdo la percezione delle cose e delle persone, sono sempre più chiusa, sogno di aspettare un bambino e ne sono terrorizzata – nel sogno e nella realtà. le mie paranoie e la sensazione di non essere accettata e di essere sempre in qualche modo evitata affondano in anni di cui non parlo mai ma che sapevo mi avrebbero marchiata a fuoco. non posso chiedere scusa per come sono e per quello che sono diventata, le mie bruciature sono sangue e sono lacrime e sono attesa in parte ripagata, ma non posso rinnegarmi, così come non posso rinnegare le mie oscurità. ma non posso neppure chiedere di comprenderle e di accettarle. so che ti lascerò, milano, e sarà straziante. straziante e inevitabile. come quegli amori che più del gusto dell’inizio hanno il sapore della fine e della loro impossibilità a esistere.

paralisi

sentirsi stuprata psicologicamente. non ci sono altre definizioni, dicevo e mi diceva chi ha condiviso con me rivelazioni che sono per noi rabbia, disgusto, incredulità. insonnia. poi ancora rabbia, così tanta da farmi quasi paura.

e pensavo che poi, in realtà, mi fanno tutti abbastanza schifo. con le loro piccole meschinità, con le falsità così malcelate da far pena, con i sorrisi di circostanza, con i come stai? che non contemplano l’interesse ad ascoltare la risposta. mi fanno schifo quelli che dicono di esserci e invece non ci sono mai. siete ridicoli. quelli che sono sempre assenti quando hai bisogno di un consiglio, di una parola, di un sorriso. non ci sono neppure quando glieli chiedi, cazzo, quando sei lì che ne hai un fottuto bisogno e ti sembra quasi di aver mendicato (il nulla). quelli che sì certo cerchiamo di vederci eh e spariscono.(perché anche io a volte non ci sono, e mi detesto per questo, ma una mano tesa non la rifiuterei mai, una mano tesa non potrei mai fingere di non vederla). quelli che credono di esserci. quelli che ti riempirebbero di sorrisi e parole e cazzate addobbate a festa a cui tu immancabilmente credi. quelli che vai bene quando ridi e sei allegra. quelli che quando è arrivato qualcuno più simpatico brillante interessante ti hanno fatto sparire come per magia, abracadabra. quelli che ti hanno usata quando non c’era nessun altro vicino. quelli a cui non ho più chiesto perché?, perché è una vita che lo chiedo, e sono stufa, e non mi importa più, e inizio a fare schifo anche io, ed evviva la coerenza, certo come no.

inutilità

vorrei fortissimo che ogni tanto qualcuno si prendesse cura di me. che proferisse, perlomeno, qualche parola di incoraggiamento. che mi dicesse cosa cazzo fare, in questa giungla arida di persone, sentimenti, buone intenzioni. che mi abbracciasse per i miei sbagli, per i miei inutili alibi. che apprezzasse i miei sforzi, la mia voglia di esserci.

invece siamo tutti chiusi nei nostri schifosi microcosmi egoisti e autoreferenziali – io per prima – senza neppure accorgerci, spesso, di quanto ci passa accanto.
se preservarsi significa continuare a essere incazzati con il mondo e con le solite, stanche, inutili parole allora va bene, è così. e basta.

non mi racconto più favole. e, soprattutto, mando a fanculo a ruota libera chi ci prova.

a ciascuno il suo

ci sono quelli che si condannano al grigiore della vita più mediocre perché hanno avuto un dolore, una sfortuna; ma ci sono anche quelli che lo fanno perché hanno avuto più fortuna di quella che si sentivano di reggere.
italo calvino

questa frase mi è tornata in mente ieri sera, chiacchierando con un’amica. dolorosa e veritiera.

buio totale, voglia di abbracci che non arriveranno e di parole che non esistono.
in alcuni momenti è quasi annaspare.
in altri è adrenalina, entusiasmo, immaginazione.

il problema non è mai stato pensare di non riuscire a sopravvivere.
il dilemma è il come. il dilemma è pensare agli strascichi del cuore e del corpo. il dilemma è pensare a quello che ero e non sarò più, a quello che sarei potuta essere e che so non sarò mai.

a ciascuno il suo, per favore.

estemporanea

mi chiedo quand’è che arriverai e mi mostrerai tutta la bellezza che non scorgo e che mi sto perdendo.
mi chiedo se avrai voglia di viaggiare e di viaggiarmi dentro, se riuscirò mai a scoprire la potenza sconcertante e affascinante della parola ‘reciprocità’, finora sostantivo ornamentale e amaro.

ricordi impossibili, confusione e immagini

lei si alzò con un gesto finale,
poi andò via senza voltarsi indietro
mentre quel vento la riempiva
di ricordi impossibili,
di confusione e immagini

francesco guccini

è vero: ho nostalgia dei miei vent’anni, di quando scoprivo guccini e mi innamoravo delle sue canzoni, di quando smaniavo per andare a bologna e finivo in via fabbri 43, di quando tutto sembrava intero e possibile – e poi forse lo è ancora, a distanza di sette anni, ma in una maniera diversa. non meno autentica, forse perfino disincantata il giusto, così come dovrebbe essere.
eppure mi manca, mi manco.
quando l’ho scoperta, anni fa, non credevo mi sarei potuta ritrovare così tanto in questa canzone.

dovrei riconsiderare i miei progetti per il futuro

don’t ever tell anybody anything. if you do, you start missing everybody.
salinger

sono in uno di quei momenti in cui, mediamente, non voglio essere trovata.
desidero essere alla deriva senza dover parlare o spiegare. perché dovrei spiegare quella che sono, e non ne ho voglia.
probabilmente – rifletto – non sarei chissà quanto in grado di avere una relazione stabile con qualcuno. i miei momenti di solitudine cercata e voluta ci saranno sempre, così come il fastidio per i rumori, le parole, le domande. giustificarmi è difficile: avere questi momenti mi fa sentire in colpa, ma fa parte del mio essere. e, soprattutto, ne ho bisogno.

ci sono periodi in cui tutto quello che cerco è silenzio, spazio, libri, film, fogli bianchi. una sorta di bolla in cui vivere e respirare, dimenticandomi di tutto e tutti.

è stato bello entrare in un locale con una gonna leggera mentre fuori nevicava e sedermi a un tavolo dove tutti mi aspettavano. è stato bello ridere, ridere, ridere.
sbronzarci come quando avevamo 18 anni e fare discorsi stupidi, ignorando i dieci anni di più sulle spalle, i contratti a progetto, la precarietà sentimentale, oltre che lavorativa, e tutti i sogni andati a puttane.
ridevamo di noi stessi, ed era un piccolo momento perfetto, uno di quelli che fa sorridere a distanza di tempo, quando non sai se le cose andranno meglio o peggio di adesso.

leggendolo ho sentito una forte stretta allo stomaco. ho ripensato a quella che era la mia ‘migliore’ amica, che non sento da anni. il giovane holden me l’aveva prestato lei, quando avevamo 12 anni. e per un attimo mi è mancata tantissimo.
in ogni caso, come ripeto spesso, il potere della letteratura, delle parole e delle emozioni trasmesse attraverso un pezzo di carta non avrà mai paragoni.