Archive for 26 giugno 2009

great expectations


ho da scrivere due pezzi, non so neppure da quale parte iniziare, odio questi fogli bianchi di word.

a volte mi piacerebbe davvero tornare piccola, guardare i miei genitori giovani e forti, collezionare le figurine della sirenetta – erano così belle –, dire a mia madre “sono felice”, spaventare mia sorella fifona quando andavamo a dormire.
è come se quando crescessi le cose andassero sempre un po’ a rotoli. non importa che lavoro svolgerai, quanto guadagnerai, dove vivrai o chi amerai. qualcosa, progressivamente, si rompe. non è un sogno e non è un incubo. è solo quel famigerato crescere che pur nelle gratificazioni e nel raggiungimento di obiettivi (se sei fortunato), mangia sempre un po’ di te e di quello che sei. cerchi di costruire la tua vita con fatica e caparbietà e intanto qualcos’altro crolla, si polverizza per sempre e ti chiedi se hai sbagliato modi e tempi, se avresti dovuto essere altrove. cosa cazzo fai in questa città, cosa pensi di raggiungere?

vorrei una realtà parallela per non perdere nulla della vita con i miei genitori e con mia sorella, non dimenticare il cielo blu e intanto non smettere di combattere per sentirmi viva – e ora no, non so se mi sento tale.

quando accade qualcosa di doloroso scompare una patina invisibile che circondava la propria vita. si scorge la vacuità di parole banali e gesti inutili. ci si rimette in discussione. cambiano alcune prospettive. si percepisce della rabbia dentro sé che è quasi catartica e distruttiva assieme.
non mi interessa piacere alle persone, essere quella che sorride ed è sempre simpatica e di buonumore, che beve long island e si ubriaca. non vorrei mai chiedermi se sono all’altezza di un ruolo.

se c’è qualcosa che capisci, quando cresci, è che lontano da tutte le cazzate che si possono dire o scrivere, la solitudine è un elemento imprescindibile. e nello scenario reale e crudo nel quale ci si trova a vivere, sapere di avere qualche persona accanto, sempre e comunque, è un’enorme fortuna.

ciao

la cosa incredibile è che, comunque, tutto continua. tutto deve continuare. come se poco o nulla fosse accaduto.

io non ho mai voluto un gatto. non mi sono mai piaciuti. poi, per una casualità, lei (sì, lei) è entrata in casa mia. avevo appena iniziato la terza media. persiana, con il pelo lungo, l’aria altezzosa. stronza e antipatica come i gatti sanno essere. e io l’adoravo. chi mi conosce abbastanza bene, lo sa. ho sempre straveduto per lei.
se esiste un amore incondizionato – ed esiste – è soprattutto verso i gatti. che sono opportunisti e bellissimi.
che ti si avvicinano quando vogliono coccole e cibo, e per il resto ti ignorano con un’aria di sufficienza che non si può non adorare, comunque. qualsiasi cosa loro facciano, tu li ami ugualmente. perché sono bellissimi, a priori.

non esagero nel dire che da quando sono a milano, tantissime volte pensavo a lei e mi commuovevo. sentivo fortissima la sua mancanza; non appena tornavo a casa non salutavo neppure mia madre ma andavo a prenderla in braccio. e lei, ovviamente, mi degnava appena di uno sguardo di sufficienza, come per dire: “te ne vai per mesi, ora cosa vuoi da me?”
bellissima, con il pelo lungo dalle sfumature tra il marrone e il grigio, quegli occhioni e i pronti miagolii di risposta non appena usavi un tono un po’ forte nei suoi confronti.
in questo anno e mezzo non c’è mai stata telefonata, credo, in cui non abbia chiesto come stesse.

poi, stamattina, all’improvviso, so che lei non c’è più.
e io ripenso a tutti questi anni – quasi quattordici – in cui ha fatto parte della mia vita.
ripenso alle risate che ha sempre fatto fare a me e mia sorella perché era buffissima.
ripenso a tutte le mattine in cui mi alzavo per fare colazione ed era lei a darmi il buongiorno.
alle notti in cui dormiva accanto a me; a quando ero triste o piangevo e mi calmavo solo accarezzandola.

forever young

may your wishes all come true,
may you always do for others
and let others do for you.
may you build a ladder to the stars
and climb on every rung,
may you stay forever young
.

bob dylan

ho guardato l’ultima serie di grey’s anatomy, è stata triste sorridente straziante emozionante realista crudele dolcissima.

al cinema ho visto uomini che odiano le donne, e lisbeth era esattamente come l’immaginavo, senza esitazioni.mi sono trovata a parlare di qualcosa di davvero personale, un po’ inaspettatamente, con qualcuno che mi è simile più di quanto non avrei potuto immaginare. non pensavo sarebbe mai successo. e certe parole, certe confidenze, certe paranoie comuni e condivise creano legami che rimangono per sempre, secondo me, al di là di tutto quello che è e sarà.

ricevo delle e-mail molto belle, sentite, allegre, frivole, con le stupidissime e bellissime emoticons di gmail. e-mail di persone lontane, di persone vicine, con cui condivido piccoli frammenti di quotidianità, di pensieri, del mio cuore che sì, è sempre lo stesso, e non me ne pento, e non me ne vergogno, e non mi interessa nulla.
ho pensato che non devo spiegare, né giustificarmi, né raccontare nulla di cui io non abbia voglia. per quello che riguarda il mio sovraespormi devo dar conto solo a me stessa, al mio sguardo allo specchio.
e tutto quello che è sentimento per me è ancora sacro.
ma mi irrita la mia stessa vena intimista sul blog, ed è per questo che probabilmente scrivo poco.

sulla mia moleskine rossa l’ho scritto: senza definizioni. perché è di questo che si tratta. non voglio essere capita, non mi aspetto di essere ascoltata.

è al di là di tutto il resto, capisci? dicevo a una mia amica davanti all’ennesimo long island.
perché tu sei tu, punto. senza definizioni, tu. ho scritto. e arrossivo da sola. e respiravo in maniera diversa. perché è vero quel 94esimo punto dell’elenco, la differenze dei colori. e anche dell’aria, aggiungo. e ho capito, allora, che certi legami sono davvero oltre tutto il resto. non è qualcosa che si può spiegare. lo si può solo sentire, per capirlo. certi legami non saranno forse mai come noi li vorremmo e probabilmente la vita ci porterà altrove, lontano, ma pensare di reciderli è un dolore inutile.

e ho capito che non è giusto giudicare quello che non si può conoscere.
perché – sembrerà scontato ma lo è meno di quanto possa apparire – ogni persona è qualcosa a sé. ogni storia, ogni nonstoria, ogni storia non iniziata è qualcosa a sé. alcune possiedono definizioni esatte; altre hanno una data di inizio; altre una fine certa – a volte lenta, a volte dolorosa, a volte impossibile da accettare. fini veloci oppure lunghe agonie. nel mezzo, mille sfumature che chissà, forse si conosceranno, e non so se sia un bene. ma accade, e si vive.

ci sono persone a cui penso spesso, che sento poco, che mi mancano molto. che faranno sempre parte di me. amiche che so saranno sempre un po’  le stesse, che io le riveda tra un anno o tra altri cinque. anche loro, senza definizioni.
e ci sono invece persone che rimangono ma vanno via. non ci si comprende più, ogni parola sembra vuota.

sono convinta che l’amicizia non giudichi, mai. e non perché non si commettano cazzate. e non perché si debba essere sempre d’accordo. e non perché un’amica sia perenne dispensatrice di patpat.
no.
un’amica si incazza, ti critica, disapprova, non riesce a capirti, con un solo sguardo ti fa comprendere cosa pensa (e non sempre i suoi pensieri sono belli, a volte vorrebbe sbatterti al muro, ad esempio).
però è sempre dalla tua parte, incondizionatamente.

perché tu sei tu, punto. con le tue cazzate, i tuoi casini, i tuoi scazzi, le tue paranoie, le tue dannate imperfezioni che odierei, se non si trattasse di te. sei tu, e io ti voglio bene, e non importa cosa farai, io sarò sempre dalla tua parte. perché sei speciale, perché – maledizione a muccino che ne ha fatto un titolo – come te nessuno mai.

(per le amiche vicine e lontane, per le nondefinizioni, per le lacrime guardando grey’s anatomy, per chi la notte prima di addormentarsi esprime sempre un desiderio, per chi sa che ho un pessimo carattere e sono assolutamente imperfetta ma mi vuole bene lo stesso)