Archive for 21 maggio 2009

difesa dell’allegria

Difendere l’allegria come una trincea
difenderla dallo scandalo e dalla routine
dalla miseria e dai miserabili
dalle assenze transitorie
e le definitive

difendere l’allegria come un principio
difenderla dallo sbalordimento e dagli incubi
dai neutrali e dai neutroni
dalle dolci infamie
e dalle gravi diagnosi

difendere l’allegria come una bandiera
difenderla dal fulmine e dalla malinconia
dagli ingenui e dalle canaglie
dalla retorica e dagli arresti cardiaci
dalle endemie e dalle accademie

difendere l’allegria come un destino
difenderla dal fuoco e dai pompieri
dai suicidi e dagli omicidi
dalle vacanze e dalla fatica
dall’obbligo di essere allegri

difendere l’allegria come una certezza
difenderla dall’ossido e dal sudiciume
dalla famosa patina del tempo
dall’umidità e dall’opportunismo
dai prosseneti del ridere

difendere l’allegria come un diritto
difenderla da Dio e dall’inverno
dalle maiuscole e dalla morte
dai cognomi e dalle pene
dal caso
e anche dall’allegria

difesa dell’allegria, mario benedetti

lenti distorte

con quale lente (distorta?) si viene visti dagli altri?
me lo chiedo spesso.
anni fa ricordo di aver letto un libro di kundera, l’identità, che mi aveva lasciato confusa. ricordo i pensieri sulla propria identità, su quanto possa risultare labile ed effimera; su come l’immagine che offriamo agli altri possa facilmente essere deformata.

ci ho ripensato in questi giorni, quando mi sono sentita dire dalla mia collega: “eh, tu sembri timida… stai sulle tue ma secondo me sei molto sgamata”. per quanto abbia ormai assimilato un certo gergo qui a milano, non sono riuscita a comprendere cosa significasse ‘sgamata’. così ho chiesto delucidazioni alla mia interlocutrice, e mi sono sentita rispondere, con mio sommo stupore: “sei furba, ti fai i fatti tuoi ma osservi tutto e quando serve…. agisci”. non è stato certo un complimento. ma non mi interessa. sono rimasta perplessa perché io non mi sento affatto furba. tante volte vorrei esserlo. desidererei quantomeno fingere di esserlo. invece mi sento – e mi vedo – disarmata, fragile, sempre troppo infantile per affrontare lo schifo in cui viviamo. mi guardo e vedo una ragazza che guarda per aria, che ha spesso la testa fra le nuvole. una crede fin troppo alla buona fede degli altri e si lascia fregare. una che spera spesso nell’impossibile, che crede nella sincerità delle parole, che si lascia ferire delle volte stupidamente. che si infervora e arrabbia, e scrive, dice o pensa parole dure e poi se ne dispiace e si sente in colpa. una a cui basta un “mi toglievi il respiro” per piangere silenziosamente sul tram, asciugandosi subito gli occhi per l’imbarazzo.
e invece, agli occhi altrui appaio diversa, evidentemente. una furbetta, appunto. una che sfrutta il suo essere taciturna, o il sembrare timida, o ingenua.

mi chiedo se quello che siamo, o che crediamo di essere, coincida effettivamente con quello che mostriamo. e allora: siamo quello che pensiamo di essere, o in realtà siamo quello che gli altri vedono, talvolta senza esserne consapevoli?

sad eyes

guardo quest’uomo dallo sguardo triste. anche quando sorride – o si sforza di farlo – è triste, lo sento. percepisco la solitudine, l’allegria forzata, gli occhi stanchi, chissà cosa ti è successo. e soprattutto leggo la tristezza negli occhi, la tristezza e la stanchezza, mi ricordano te – o lui, dipende dai punti di vista – la tua (la sua) tristezza e la stanchezza e l’arrendevolezza di quando mi dicevi beffardo io non ho studiato, io sono nato e cresciuto nella periferia milanese, e tu – in tono vagamente canzonatorio – principessa del tavoliere, che leggi e sei colta e intelligente, cosa vuoi da me? io non posso darti nulla. (e sentire il mio cuore sbriciolarsi sul piumone del letto, ma a te non interessava. e ora capisco che non mi hai mai guardato davvero, mi vedevi, ma non guardavi).


mi sembra di rivederli, gli occhi tristi di chi non spera più nulla, mentre guardo quest’uomo che si getta nel lavoro a capofitto, con un’ostinazione caparbia anch’essa triste, preludio a un vuoto totale, accecante, inevitabile. e vorrei chiedergli cosa l’ha condotto a essere quello che è, a fare battute sceme sulle donne come se non gli importasse di nulla e nessuno quando potrebbe essere padre di famiglia. mi verrebbe da chiedergli a bruciapelo: anche tu hai avuto una ragazza che ti amava scioccamente, con disperata insensatezza e ostinazione e che hai cacciato perché eri vigliacco, vigliacco e sciocco e immaturo? e ora ti ritrovi all’età che hai solo, con qualche triste palliativo ogni tanto, a fare battute squallide che non ti addicono perché sei grande – o vecchio, anche qui dipende dai punti di vista – e ogni giorno percepisci la vita e le possibilità di essere felice scivolarti tra le mani e le parole che io trovo ridicole sono, per te, l’unico modo per sopravvivere?
io non ti assolvo, uomo, io ti condanno, e provo compassione e pena e disprezzo per te. perché in te vedo esattamente lui – un altro te, sempre più vicino di quanto vorrei – e la rabbia mi pervade tutta, come quando guardavo il cielo azzurro, stesa sull’asciugamano nel parco, leggendo un libro e pensando che sarebbe stato semplice e perfetto poterti solo mandare un messaggio sciocco e dirti vieni qui, e trascorrere ore scompigliandoti i capelli e baciandoti e accarezzandoti il viso, se solo tu non avessi avuto gli occhi tristi che invece scorgevo ogni volta che ti incontravo, gli occhi di non sa essere felice, gli occhi di non vuole essere felice, gli occhi di chi non sa sperare e non vuole più farlo. gli occhi di chi ha imparato perfettamente a barare con se stesso. ed è solo sangue che non va via (l’ultima canzone che mi hai suonato al telefono, la più vera, anche se ancora non lo sapevo).


scorgo e sento tutto questo nell’uomo che ho di fronte e penso che tra noi due è andata nell’unica maniera possibile.