Archive for 21 aprile 2009

senza più alibi

le persone si differenziano, secondo me, per qualcosa di molto semplice: c’è chi vive e agisce in base a quello che dice di voler essere e chi, invece, non lo fa. e magari si lamenta, si contorce, anela a qualcosa senza poi, concretamente, provare a realizzarlo. mi è balenato in mente scrivendo una mail a un’amica. e mi sono chiesta: perché si considerano impossibili cose che in realtà impossibili non sono? siamo noi, con paletti e costrizioni mentali, a limitare i nostri orizzonti. è forse impossibile cambiare lavoro, trasferirsi in un’altra città, stravolgere la propria vita, andare a vivere in australia? no. indubbiamente può essere difficile, soprattutto per la questione ‘lavoro’. ma quasi mai è davvero impossibile. sembra impossibile per i nostri occhi ciechi, che aspirano a nuovi orizzonti e che invece, nella realtà, brancolano nel buio.

non so se sto vivendo la vita che vorrei. so che ora ci sono delle cose belle nella mia vita, di cui sono felice, e che se avessi la certezza di un lavoro, starei ancora meglio. nello stesso tempo, la mia insoddisfazione mi costringe continuamente a rimettere in discussione tutto, a chiedermi sempre cosa desidero davvero, a considerare nuove possibilità.

è forse impossibile rifuggire la staticità? o, forse, è più comodo e semplice confortarsi da sé ripetendoci che non è colpa nostra, è la vita che è andata come vorremmo e che non possiamo farci nulla?

(non possiamo far nulla se qualcuno non ci ama; non possiamo far nulla se non siamo nati ricchi sfondati; non possiamo far nulla se abbiamo gli occhi neri e non azzurri; non possiamo far nulla se non troviamo il lavoro che vorremmo. parlo di quello che è nelle nostre capacità e possibilità)

quando la smetteremo di piangerci addosso e inizieremo ad agire, perseguendo quello che vogliamo, senza più alibi e senza aspettare? è forse innegabile che osare spaventa, e che in fondo la conosciuta tiepidità è più rassicurante?

lettera (quasi) d’amore

queste cose le sai perché siam tutti uguali
e moriamo ogni giorno dei medesimi mali,
perché siam tutti soli ed è nostro destino
tentare goffi voli d’azione o di parola,
volando come vola il tacchino
guccini, lettera quasi d’amore


vorrei qualcuno con cui poter piangere liberamente. qualcuno che non mi dica nulla, che mi abbracci e basta. stanotte, in treno, ho pensato a tutte le mie lacrime accumulate e implose. quelle che non si possono versare perché insensate, fuoriluogo, fuori tempo.

non ho mai vinto contro il desiderio di te. vorrei potesse esistere un mondo parallelo in cui non fosse necessario farlo.

illudo me stessa cercando di ingannare il tempo, come se fosse una soluzione. una risposta.

e tutto quello che di bello potrei scrivere e dire rimane sospeso, muto.
in un altrove che non riesco a ritrovare.

l’insostenibile pesantezza dell’aspettare

la notte faccio sogni strani. ad esempio sogno personaggi di serie tv come blair di gossip girl. che, nel sogno, assomiglia a una mia vecchia amica del liceo: viziata, egoista e infantile. dovrei rispondere così a chi mi chiede come sto. credo renderebbe l’idea del mio stato psichico attuale.

ogni giorno imparo un po’ di più a convivere con quello che so di non poter cambiare, cercando di ricordarmi quanto devo essere grata per quello che ho. continuo ad avere momenti di quasi disperazione, quando il fiato si fa corto e mi sembra di non respirare, quando penso di avere qualche malattia mortale, quando la nostalgia e la malinconia scaturite da un pensiero, una parola, una canzone offuscano ogni cosa e vorrei solo chiedere al mondo intero: ma cosa fate, voi, in questi momenti? come li superate? perché sì, certo: tutto passa, tutto scorre. si cerca di vivere meglio che si può e si impara a convivere con i batticuori abortiti con costrizione e i fantasmi che continuano a popolare le notti e i giorni ovunque: in metro, sul tram, per strada e nei corridoi dei supermercati. ma quando questi momenti arrivano – perché arrivano – cosa si fa?

si aspetta e basta che passino?
io sono stufa di aspettare. suona un libro di fabio volo, che non considererei propriamente uno scrittore, ma è una vita che aspetto.

si può imparare davvero a vivere senza aspettare?