Archive for 30 gennaio 2009

… and fuck the rest

littlemisssunshine

(little miss sunshine)

girovagando per blog, leggo sempre più spesso post in merito alla ricerca di lavoro, curricula inviati a vuoto, stage non retribuiti. io che lunedì inizierò uno stage ben retribuito che un po’ di romanticismo e poesia rendono estremamente vicino a quello che ho sempre voluto fare, scrivere, non posso non sentirmi, almeno in parte, fortunata per questa possibilità nascente, sperando non si riveli un colossale bluff (come mi è già capitato lo scorso anno in altro contesto lavorativo. sì, le ho viste un po’ tutte).

in questi mesi così terribilmente difficili e aggrovigliati penso di aver capito che mai, mai, mai bisogna precludersi la possibilità di tentare ogni strada percorribile. e mai, mai, mai bisogna adagiarsi su presunte sicurezze. si dovrebbe continuare a scandagliare tutto quello che è possibile per cercare di costruirsi nuove opportunità.

quando ho sentito la terra franarmi sotto i piedi, quando ho visto crollare tutto quello in cui speravo, quando ho realizzato tutta la struggente, inutile utopia racchiusa nei miei pensieri e nei miei voli pindarici, ho pensato di morirne. una sera, addirittura, ho farfugliato qualcosa che assomigliava a una preghiera. pregavo qualcuno di farmi riuscire a vedere oltre, perché credevo di smettere di respirare, da un momento all’altro. credevo di non potercela più fare. credevo di impazzire. e, per carità, ci sono cose millemila cose estremamenti peggiori, ma sarebbe ipocrita non ammettere che il dolore degli altri è sempre dolore a metà mentre il nostro troneggia egoista e fulgente attimo dopo attimo.

e ora che mi sembra di tornare a respirare, ora che sento alle spalle tutta la falsità e la mediocrità di qualcuno, ora che lavorerò in una redazione e in me riconosco una determinazione e un’ambizione che non pensavo di possedere (abituata? rassegnata? a un lavoro che non sentivo né vedevo mio), ora che inizio a pensare davvero che non voglio fermarmi, ora che non escludo più nulla nella mia vita, ora che continuo ad accarezzare l’idea dell’estero come naturale, altra possibilità complementare a tutto quello che di bello e stimolante spero di poter iniziare a vivere a partire da lunedì, ora che riconosco quanto tutto il dolore e il buio siano stati fondamentali per farmi aprire gli occhi, ora che mi illudo che si possa arrivare almeno in parte vicino a dove vorremmo, ora che anche io riesco ad ascoltare canzoni tristi senza stare male, ora che la paura si mischia nuovamente alla speranza, ora che certe questioni sembrano così lontane da me e come se non mi appartenessero più, ora che penso di aver superato tutto questo senza rendermene neppure conto (perché a volte abbiamo una forza che non sappiamo),

ecco io ora timidamente, quasi con indifferenza, senza farmi notare, vorrei provare a sorridere un po’. vorrei tornare ad avere fiducia in alcune persone, prendere parte a serate alcoliche & filosofiche, fare ogni tanto qualche brunch, guardare film anche in compagnia, tornare a scrivere sul mio quaderno, magari comprare una nuova moleskine, riprendere in mano una macchina fotografica, leggere di più, sentirmi viva cercando di mettere l’anima in quello che amo, considerando ogni strada possibile sempre e senza mai, mai, mai più arrendermi.

tutte pazze per

abbagliclamorosi1

ho iniziato a guardare tutti pazzi per amore per curiosità: il cast sembrava interessante e in gamba. nutro un fortissimo debole per neri marcorè; da brava barese conosco emilio solfrizzi dai tempi di toti e tata, programma televisivo locale, e lo trovo discretamente bravo; stefania rocca non mi dispiace e giuseppe battiston l’ho adorato in tutti i film di soldini (e l’ho trovato bravo anche in non pensarci di zanasi, film che tra l’altro consiglio).
ed effettivamente, come fiction, non è affatto male. i personaggi e il loro modo di essere sono spesso spinti alla soglia del grottesco proprio per accentuare caratteristiche comportamentali e caratteriali che poi, in maniera più o meno marcata, ci appartengono.

in particolar modo, mi piacciono i personaggi interpretati da neri marcorè, il single incallito che non vuole assolutamente impegnarsi e cambia una donna a sera, e la direttrice della rivista femminile, carlotta natoli, separata e anelante, al contrario, a una soddisfacente vita di coppia.

nell’ultimo episodio ho trovato divertente e molto realistico il passaggio in cui neri marcorè cerca di ‘preparare’ un suo conoscente allo scopo di renderlo interessante agli occhi della giornalista: gli consiglia letture forbite ad hoc, lo ‘istruisce’ sui gusti cinematografici della donna e gli racconta quello che più la colpirebbe in una conversazione. così, prevedibilmente, la giornalista rimane abbagliata da quest’uomo che così naturalmente cita il suo film preferito (un uomo e una donna), prévert e uno stralcio della poesia probabilmente più famosa di kavafis. lei trascorre una serata meravigliosa e pensa, probabilmente, che lui potrebbe essere la persona interessante con cui uscire.

ci sono donne, tra cui ovviamente la sottoscritta, che vengono irremediabilmente attratte dalla deriva intellettuale, filosofica e perché no bohèmienne di certi uomini che assurgono a uomo ideale: è quello con cui parlare e scoprire nuovi mondi; quello da cui essere stupita e sorpresa non solo per le affinità ma anche per tutto quello che di ignoto ci fanno conoscere. (se poi sono anche dei musicisti, o anche se solo sanno vagamente suonare la chitarra, è impossibile non capitolare)

quello che penso è molto semplice: è una fregatura! scappate! fate qualcosa! svegliatevi! ricordatevi che siete essere pensanti! gli esseri pensanti non vanno in sollucchero per un cretino che enumera letture fighissime! interessantissime! intellettualissime! ma come poter resistere al fascino!
forse ha ragione una mia amica, che convive da molti anni, la quale sostiene che nella coppia di ‘intellettuale’ basta uno: lei. racconta che il suo compagno legge un quotidiano quando capita, senza andare oltre. e a lei va benissimo così. non so se essere d’accordo con questa visione, però desidererei tanto smetterla con l’aura romantica e affascinante che la ‘cultura’ porta con sé. insomma, finiamola di farci fregare da quello che suona meravigliosamente la canzone che noi adoriamo (e nel mentre ci sorride teneramente); quello che ha visto proprio quel film che per noi è l’incarnazione dell’amore o del modo di vivere; quello con cui imbastire ogni possibile discorso. perché con lui posso parlare di tutto! darling, forse sono solo la tua immaginazione e i tuoi ormoni a fartelo credere, ci hai mai pensato?

a parte le eccezioni fortunate che chissà perché capitano sempre agli altri, credo che sia altamente improbabile che certe nostre aspettative vengano realmente ripagate.

(ovviamente questo post è scritto perché io venga smentita personalmente, eh. perché io possa poi scrivere un successivo post di ritrattazione pressoché totale in merito a questa visione cinica e, forse, realista.
ad ogni modo, certi episodi di vita, osservati da fuori, sembrano proprio frammenti di fiction. e per fortuna, guardati successivamente attraverso alcuni filtri, fanno anche ridere. ché il post è da intendersi ovviamente in maniera per lo più ironica)

ameliè fuori tempo

la colonna sonora di mamma mia! mi piace tantissimo. c’è da dire che alla visione del film mi sono anche commossa in più di un passaggio, quindi forse sono proprio un caso a parte. ascoltarla mi fa venir voglia di saltare sul letto e cantare, proprio come accade in una scena del film.

mammamia

penso ci sia davvero tanto di inespresso dentro me e probabilmente il tutto rimarrà tale, salvo titanici sforzi.
mi sento molto un’ameliè fuori tempo e anacronistica sentimentale è la definizione calzante per quella che sono.

un’ameliè egoista, in fondo. lei anelava all’amore ma nel frattempo cercava di rendere felici gli altri. io, invece, nel frattempo cerco semplicemente di vivere come meglio mi riesce.

 

e sono anche un’ameliè imbarazzante. una che a ventisei (ventisei!) anni pensa ancora che un bacio sia un bacio. una cosa bella e intima, non qualunque e da non condividere con chiunque. e che nel frattempo vorrebbe essere l’esatto contrario, perché non la si può pensare così, a quest’età! se ne vergogna così tanto da non parlarne mai, al massimo lo scrive. eppure non sa che essere così.
una che non ha mai imparato a truccarsi! che non sa camminare sui tacchi! una che, va da sé, è introversa taciturna e non nutre nessunissima voglia di mettersi in mostra. una che flirterebbe e uscirebbe solo con qualcuno che le piace davvero (il che avviene in media una volta ogni due tre anni, spero che il tutto si velocizzi un po’), altrimenti la considera una cosa così inutile che preferisce uscire con le amiche, leggere un libro, scrivere sul blog – per dire.

una che da quando, anni fa, ha scoperto ‘un matto’ di de andré –  tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci a esprimerlo con le parole – è convinta che quella canzone racchiuda se stessa (e una volta ha anche provato a farlo capire all’uomo che le piaceva, ma probabilmente lui non ha neppure mai ascoltato quella canzone così come non avrà mai guardato i film che lei gli ha passato né letto i libri che gli ha prestato eccetera eccetera)
una che non riesce a essere ammiccante e provocante e irresistibilmente sensuale e si chiede come facciano, quelle che sembrano sempre così sicure così perfettamente truccate e sorridenti e con i vestiti giusti e le scarpe giuste e le borse giuste e gli accessori giusti.

una che desidererebbe immensamente innamorarsi e che non capisce come si possa aver paura di una cosa così assurdamente incantevole.
una che è consapevole che del mondo che hai dentro non gliene frega proprio niente a nessuno (a parte, forse, qualche amica buona, solidale ed empatica) e che quasi sicuramente nessun uomo troverà attraente qualcosa del genere.

diciamolo pure, sono un’ameliè sfigata.

I have a dream



I have a dream that my four little children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin but by the content of their character.  Martin Luther King


obama2

Change will not come if we wait for some other person or some other time. We are the ones we’ve been waiting for. We are the change that we seek. Barack Obama’s Inaugural Address

non so voi, ma io mi sono emozionata davvero tanto.

e miracolosamente non ho smesso di sognare

altalena

ascoltavo qualcosa che non c’è tornando in treno a milano, qualche giorno fa. la ascoltavo e mi commuovevo. ripensavo a quando l’avevo scoperta: studiavo per un esame odioso, geografia. ero alle prese con formule matematiche e relative dimostrazioni e mi chiedevo come potesse essere possibile sostenere un esame del genere, per giunta con docente annesso stronzo, in una facoltà di lettere. era un periodo molto difficile, pieno di ansie e paure. un po’ come quest’ultimo. e ascoltare quella canzone era quasi un balsamo.
ho scritto sul quaderno io farò sognare il mondo con la musica – io pensavo alla scrittura,  a jo di piccole donne, e gli occhi diventavano sempre un po’ lucidi.

già a milano lambrate ho iniziato ad avere un magone in gola e il bisogno assurdo di piangere. non c’era un motivo preciso. ritornavo a milano dopo le feste natalizie, per nuovi colloqui. forse per l’ultima volta. la padrona di casa già avvisata del mio quasi certo trasloco; molti curricula inviati un po’ dappertutto; progetti europei al cui pensiero incrociare la dita.
sono scesa dal treno; sono uscita dalla stazione; ho preso un taxi. la neve ai bordi delle strade. le strade e le luci della città. milano mi era mancata. l’auto che imbocca la strada di casa. io che sorrido, senza poterne farne a meno, avvicinandomi al portone. chiamo l’ascensore. terzo piano. giro la chiave nella porta. e ci sono, in questa casa piccola dai mobili vecchi, un bagno microscopico e una camera da letto da condividere, così come l’armadio e il minuscolo spazio vitale.

e ci sono le parole con la mia coinquilina, le risate, le abitudini che appartengono a questa casa – quelle che ho soltanto qui. la tazza di nescafè prima di andare a dormire, le miriadi di film e serie televisive guardate a letto, il cibo cucinato frettolosamente e male – ché io odio cucinare. tutti i tipi diversi di tea, di cioccolate, i litri di coca cola (sì, mangio particolarmente sano).
il parco ancora coperto di neve, meraviglioso.
credo mi mancheranno anche le rotaie di questa città.

una sorta di lento, inesorabile countdown silenzioso.
arrivare alla consapevolezza che qualsiasi cosa sarebbe accaduta, l’avrei accettata. perché non si può andare contro quello che arriva e accade: la vita è già difficile di suo, cercare di ostacolarne il corso contribuisce solo a vivere male.

così è decisamente meglio respirare a fondo, trovare in qualche dove un sorriso e sperare.
e io non è che abbia mai spesso di crederci, nei miei sogni. anzi, ho iniziato a crederci un po’ di più all’inizio di questo nuovo anno, decidendo quello che volevo fare, a qualsiasi costo.

e poi lui. lui che non c’è, non c’è mai stato. mi sono innamorata di un fantasma? di una proiezione della mia mente? di un uomo troppo egoista o troppo perso dietro un mondo di soldi, veline e starlette? oppure troppo spaventato? ho deciso di smettere di chiedermelo. ogni tanto affiora la nostalgia e il rimpianto per tutto quello che non c’è stato. per quello che ho sognato, per quello che avrei desiderato fare, per quello che ho taciuto. di sera c’è ancora spazio per qualche lacrima silenziosa; il desiderio di un abbraccio, dell’odore della sua pelle, dei suoi occhi.
nessuno che ti vuole almeno un poco di bene può sparire così. accettarlo. accettare l’assenza, accettare il vuoto, accettare la ferita. non rifuggirne – prenderne consapevolezza a pieni polmoni. è l’unico modo per uscirne.

e poi, stasera, una telefonata.
il cuore che si ferma un attimo.
redattrice.
avrò un contratto da redattrice.
qui, a milano.

e non saprei descrivere quello che provo o parlare  di come mi sento, e delle lacrime di gioia, e della paura di non essere all’altezza, e della voglia di lasciarmi tutto il resto alle spalle, e del desiderio di rinascita, e di quanto mi sia costato continuare a lottare in qualche modo quando l’unica cosa che avrei voluto sarebbe stata vivere stesa sul mio letto sotto le coperte, lasciandomi scivolare addosso la vita come se non mi appartenesse. penso a chi in questi mesi orribili in cui ero intrattabile, scontrosa, triste, arrabbiata non mi ha lasciata sola e mi sento estremamente grata.

e oggi ripenso ancora a quella canzone di elisa: è vera, cazzo. trasuda verità e realtà in ogni singola parola del testo. e miracolosamente non ho smesso di sognare.

(ed è meraviglioso anche ricevere tante telefonate e messaggi, quasi fosse il mio compleanno. e sapere che è vero: tante persone sono felici per me. e sentirmi contenta un altro po’; sentirmi orgogliosa un altro po’. rispondere al telefono a una mia amica e avere la voce leggermente incrinata perché in un secondo ripenso a tantissime cose tutte insieme, con lei che mi ha chiamata appena letto il messaggio inviatole. e sì, dopo tutto mi viene anche discretamente da piangere – soprattutto se poi, per caso, ascolto amico mio di vecchioni. vi voglio bene, voi sapete)

out where the dreams all hide

play-song1

(ultimamente sono in fissa con i peanuts, si era capito. è che li trovo meravigliosi e adorabili e dolcissimi)

dunque, cerco di riallacciare i fili di ogni cosa. è alquanto complicato e difficile.
i devi smettere di fare castelli in aria e di sognare, hai 26 anni devi pensare a cosa vuoi fare davvero da grande, non puoi permetterti di perdere altro tempo, devi essere concreta, sono perfettamente comprensibili se pronunciati dai propri genitori. io non ci provo neppure a spiegare loro che non è che io sono fatta così e tutti gli altri no; non è che io sono rimasta la ragazzina che viveva nel suo mondo così come sosteneva la professoressa stronza del ginnasio (beh, un po’ sì, ma quello è lecito, vero?); è che io conosco, scrivo e parlo con tante persone e siamo tutte alle prese con questi dilemmi (certo, persone laureate in lettere e affini, certo, non pretenderete con un ingegnere si trovi nella nostra situazione, eh?). è che proprio adesso va così, è tutto precario instabile aleatorio, si può cadere o inciampare a ogni passo e io finora non sono stata molto fortunata, se fortuna poi poteva essere definita l’essere assunta per tre anni a novecento euro a milano in un’agenzia di pubbliche relazioni senza infamia né lode dove, a parte le due adorabili colleghe di lavoro, non c’era un solo motivo valido e gratificante per alzarsi la mattina. e non è che non apprezzi, da parte dei miei genitori, il loro avermi sempre appoggiata incondizionatamente nelle mie scelte e non è che io non voglia crescere e non è che io non voglia avere dei progetti concreti – è che tutto quanto, ora, stride con la concretezza, lo percepite? gli stipendi che non sono stipendi, il non poter umanamente lavorare sette giorni su sette per sopravvivere in una metropoli, la frustrazione del non fare ciò che ami, la paura di non riuscire a farcela mai. e poi la frustrazione di sentirsi comunque mediocre e incapace di osare davvero.

comprendere, in questo caos di incertezze timori dubbi interrogativi, che il coraggio non è (solo) partire, andare in una città che non conosci e cercarti un lavoro. forse il coraggio risiede anche – forse soprattutto – nell’accettare di perseguire un proprio sogno, oppure chiamiamolo obiettivo, a qualunque costo. e il prezzo da pagare può essere anche il dover lasciare la presunta indipendenza a cui aspiravi o l’essere costretta a mettere da parte le proprie velleità di cittadina metropolitana che si inebria di mostre teatro concerti (tanto non puoi inebriartene ugualmente) e pensare che quello che davvero conta, ora, è avvicinarti davvero a quello che vuoi fare, a qualsiasi costo, senza perdere altro tempo.

le paure sono immense e la solitudine di queste scelte anche.
perché nessuno che non ci sia passato può capire. la sensazione di aver fatto una cazzata dietro l’altra, e per un uomo, dio santo, ho scelto una città per un uomo che neppure mi ha voluto!, che neppure ha voluto provarci!, ci sarebbe da sotterrarsi. i pensieri tipo chissà cosa sarebbe stato di me se avessi fatto scelte diverse, se avessi assecondato la mia unica vera passione. e qui ci sarebbe da impazzirne. la consapevolezza di un anno che non tornerà, il terrore che sia troppo tardi, l’ansia di non farcela, la sensazione di essere indietro, indietro, indietro – troppo lontana, il fiato arranca, il respiro si mozza e rimani lì, troppo distante, a guardare un orizzonte che non ti appartiene, e per colpa solo mia. mia!
perché nessuno che non ci sia passato può capire cosa possa significare fare la scelta davvero controcorrente, verso una direzione talmente ostinata e contraria da non riuscire neppure a spiegarla.

“devi decidere se vuoi perseguire fino in fondo il tuo sogno, se davvero ne hai uno, e fare di tutto per realizzarlo”

cosa rimane, se non fai qualcosa che ami?
cosa rimane, se fallisci in ciò che ami? (si può fallire in quello che ami?)
mi chiedo anche se sia stupido rinunciare a quelle che pensavi potessero essere la tua città e un po’ la tua vita – perché non le vuoi a ogni costo, se comportano frustrazioni e nessuna gratificazione. preferisco rinunciare e ricominciare da zero, magari anche nel posto che ho sempre odiato, se servisse, perché il mio sogno fatto di scrittura, libri, fantasia è l’unico vero sopravvissuto a ogni terremoto. e io ora so con certezza che è questo che voglio fare, e che se non ci provo adesso, a realizzare in tutti i modi questo sogno, non lo potrò più fare.

e ho paura, perché ogni scelta comporta rinunce pesanti, pesantissime, e io non lo so mica dove andare, cosa fare o dire. anzi lo so, l’ho sempre saputo, anche quando era nascosto, anche quando era lontano e offuscato e sembrava non appartenermi più – ma non per questo fa meno paura, quando il prezzo sembra così alto.