Archive for 24 giugno 2008

sparsi.

non sarebbe bello non farsi più del male (?) –
non sarebbe strano essere più leggeri (?)

afterhours, riprendere berlino 
 
 
hey jude dei beatles, i wish you were here dei pink floyd, given to fly dei pearl jam, la noia di vasco rossi, ovunque proteggi di vinicio capossela.

il libro dell’inquietudine di fernando pessoa, fahrenheit 451 di ray bradbury, in fuga di alice munro, le onde di virginia woolf, le notti bianche di fedor dostoevskij.

big fish di tim burton, c’eravamo tanto amati di ettore scola, colazione da tiffany di blake edwards, tutta la vita davanti di paolo virzì, fight club di david fincher. 

pierre auguste renoir, vincent van gogh, james whistler, william turner, claude monet.

il sorriso di mia nonna appena mi vedeva, i miei occhi e il mio cuore il 30 dicembre 2007, l’esatto istante in cui ti ho visto per la prima volta e riconosciuto, atterrare all’aereoporto di heatrow, l’emozione del mio primo concerto.

se ci penso, sorrido. sono ricordi che amerò molto, per i motivi più diversi. sempre. anche se alcuni fanno male.

***

(a chi è arrivato al mio blog attraverso la chiave di ricerca: si può amare e tradire? io rispondo di no, nella maniera più assoluta. sei capitato nel blog sbagliato.
non è che non si tradisca quando si sta insieme a qualcuno, anzi. quello accade molto spesso. credo però che non si tradisca quando si ama qualcuno. è molto diverso. e io intendo ogni tipo di amore e ogni tipo di tradimento – tradire la fiducia di qualcuno racchiude in sé tantissime sfumature.
quando ami neppure ci pensi a tradire, è un pensiero distante anni luce, alieno, assolutamente non contemplato. e vi prego, chiunque stia per dire che non è così, pr questa volta rimanga zitto. ognuno ha le sue verità, io credo follemente nella mia, basterebbe guardarmi negli occhi per capirlo)

delle sbronze

(sono un po’ sbronza. ma soprattutto sono molto felice. mi sento felice molte volte negli ultimi giorni. sono felice perché penso che cazzo nessuno mi ha regalato nulla eppure sono qui, in questa metropoli, e inizio a districarmene. penso a chi una volta mi ha detto: “fatti una vita, trovati un lavoro e trovati un ragazzo” e vedi, stronzo, io una vita me la sto facendo e senza chiedere nulla a nessuno, e senza dover dire grazie a nessuno se non alla mia famiglia e alle persone che non mi hanno lasciato mai sola con il loro sostegno morale. e vivo a milano, mica nel fantastico mondo di ameliè, e continuo a credere nelle favole.

sono felice perché non c’è nulla e nessuno che mi manchi ora, sono felice perché all’improvviso tutto scorre così, neppure te ne accorgi però inizia a scorrere, e che bellezza che è tutto quanto, io mica credevo sarebbe stato così, è meraviglioso. così per tenere parola ai miei edificanti progetti (vedi post precedente) compro ballerine rosse sbrilluccicose (non so se questo aggettivo esista in italiano ma rende l’idea) e bellissime, bevo un cocktail buonissimo e rido e parlo di cose di cui non credevo avrei mai parlato con tanta facilità (perché nessuno mai brinda all’alcool?) e ascolto molto.

guardo il castello ogni tanto, mentre bevo e fumo una sigaretta e rido di gusto, e penso che un po’ la felicità sono questi momenti imprevisti. sono felice perché il 1 luglio mia sorella si laurea e perché io ci sarò, perché rivedrò la mia adorata gattina, perché andrò al mare, perché ho voglia dei colori e dei profumi della mia terra, perché riabbraccerò un’amica dopo tanto, perché i miei occhi ora sono diversi e ne sono contenta. sono felice perché domani vedrò recitare una mia amica e mi sembra ieri quando si diceva che un giorno forse avremo abitato vicine, sono felice perché conosco persone belle, sono felice perché ho smesso di aspettare gente di merda, sono felice perché mi pagano per leggere i giornali e per scrivere – tra le altre cose.

sono felice perché ho di nuovo voglia di scrivere,  e a me la scrittura ha salvato la vita e l’avevo dimenticato. ho voglia di leggere tutti i libri segnati sulle mie liste e ancora di più. ho voglia di perdermi, e di ritrovarmi, e di innamorarmi, e di non avere paura, e di sbronzarmi, e di non vergognarmi di parlare di letteratura e cinema come se fossero argomenti noiosi, e di cantare canzoni stupide, e di continuare ad adorare magica emy e creamy, e di credere nei miracoli)

dello stare bene

“perfino in quel pomeriggio dovevano esserci stati momenti in cui daisy non era riuscita a stare all’altezza del sogno, non per colpa sua, ma a causa della vitalità colossale dell’illusione di lui che andava al di là di daisy, di qualunque cosa. gatsby vi si era gettato con passione creatrice, continuando ad accrescerla, ornandola di ogni piuma vivace che il vento gli sospingesse a portata di mano. non c’è fuoco né gelo tale da sfidare ciò che un uomo può accumulare nel proprio cuore”

f. scott fitzgerald, il grande gatsby


poi, all’improvviso, accade. vengo inaspettatamente sfiorata da una leggerezza che non ricordavo ormai da un anno e dalla consapevolezza che nulla tornerà. adoro respirare il senso di sollievo che accompagna questa certezza. adoro sorridere di un sorriso stupido, quello del gelato cioccolatocaffèdoppiapanna, quello dell’arcobaleno sul mare mentre guardi fuori dal finestrino del treno, quello di un abbraccio inaspettato. so di aver perso la parte più bella di me in questi mesi ma ora sto veramente bene e mi sembra talmente strano che ho dovuto metterci un po’ per capire che non era un’impressione.

ho buttato talmente tanta anima e tanto cuore in una cosa che non esisteva che dovrei sentirmi una perfetta idiota. invece sono contenta di me stessa, nonostante tutto. fare qualcosa perché ci credi non è mai tempo perso e non è mai stupido: è questo che penso. così continuo a sorridere, a sentirmi bene, a cantare (sottovoce, però), a pensare a un sacco di cose bellissime che vorrei fare, a immaginare tutte le persone meravigliose che potrò (dovrò!) incontrare, a commuovermi ascoltando canzoni come perfect day di lou reed e sognando ad occhi aperti, mannaggia a me. ho progetti molto edificanti per l’estate, come comprare un sacco di cose colorate di ogni genere, ubriacarmi di quelle ubriacature divertenti dove ridi un sacco e tutto sembra luci stelle e leggerezza, conoscere qualcuno con cui addormentarmi in spiaggia.

penso che milano abbia ancora tutto da offrirmi e non andrò via da qui, ne sono sempre più certa. dietro casa mia (letteralmente dietro, intendo) domani suonano i radiohead. a me neppure piacciono tanto, però  mi piace dire che suonano dietro casa. il 21 luglio invece, sempre all’arena, c’è bollani e io vorrei proprio andarci (voi bloggers milanesi che mi leggete, se ci andate fatemi sapere! oppure organizziamoci!). comunque, per la cronaca, i locali fighetti sotto casa non mi piacciono e credo non ci andrò mai.
invece affacciarsi alla finestra e vedere il parco e il castello è bellissimo. gli aperitivi mi annoiano un po’ e preferisco di gran lunga altre cose come un gelato e una passeggiata nel parco (poi ripenso al film a piedi nudi nel parco con jane fonda e robert redford e mi torna il sorriso stupido). 

ho comprato una tazza bellissima con un orsacchiotto che sorride, sex and the city the movie si è prevedibilmente rivelato molto deludente (a parte che per la frase: “era una donna con un cervello. poi si è innamorata” perché non c’è nulla di più vero e chi non lo condivide evidentemente non sa di cosa parla), la colonna sonora di juno è meravigliosa, voglio disperatamente un gatto, wanda stai seria con la faccia ma però di paolo conte è una delle canzoni d’amore più belle secondo me ma chi la conosce? che poi è tutto qui: è una questione di conoscere, di scoprire, di direzioni ostinate e contrarie, di cercarli i fottuti coni di ombra che poi sono colori strabilianti, a saperli vedere e riconoscere.

qualche giorno fa rileggevo una vecchia mail scritta a qualcuno che non sento più da anni, anche se mi dispiace ancora e molto. ero ancora nel mio paese dimenticato da dio (o chi per lui) e gli scrivevo: “quando vivrò in una città”. rileggerlo è stato bellissimo e io sto così bene che dovrò iniziarci a credere davvero e ad abituarmene di nuovo.

 

della maturità

living is easy with eyes closed, misunderstanding all you see

the beatles, strawberry fields forever

(vorrei piangere, piangere, piangere fino a non avere più lacrime. piangere fino allo sfinimento fisico e psicologico. ritrovarmi il viso inondato di lacrime, ingoiarne, inondarne il mio cuore. piangere a singhiozzi, senza ritegno e senza paura. piangere fino a liberarmi. piangere fino a dimenticare, anzi no: cancellare. estrema catarsi di un’araba fenice. piangere e addormentarmi e la mattina dopo ritrovare un sorriso che non ricordavo. questo vorrei) 

 
vorrei dire vaffanculo a tutti quelli che credono di aver capito come va la vita e che ti guardano dall’alto in basso, povera sfigata con un template con le nuvole, innamorata di troppe cose – tra cui una visione a cuoricini rosa shocking dell’amore o quel che è – e troppo egoista, o fragile, o stupida, o tutte queste cose insieme, per smetterla di essere un ibrido tra pollyanna, ally mc beal, bridget jones e una qualche protagonista di jane austen. 
personalmente, i discorsi “seri” e “maturi” mi fanno paura.
che il modo maturo di vedere le cose, per me, non è nell’ordine del trovare un lavoro che ti dia un sacco di soldi o un uomo che ti garantisca una qualche certezza economica (e il principe azzurro lo puoi anche sposare, ha venduto il castello e fa l’ingegnere* – ? ), ad esempio. e non è neppure nel “esci con più persone possibili, tanto le storie finiscono, almeno ti diverti” o nel “bisogna pur accontentarsi se non si vuole rimanere soli”.
per me il modo maturo di vivere è sbattersi per raggiungere quello che potrebbe renderci felici. 

praticamente da sempre mi dicono ma cresci, vivi nel mondo dei sogni, la vita è un’altra cosa, smetti di avere aspettative, i libri e i film non sono la vita vera, credi ancora nelle favole.

io mi dico, invece: lascio a voi la maturità del capire come vivere. dell’assecondare le emozioni giuste, del fermarvi l’istante esatto prima dello schianto, del scegliere le amicizie di comodo, del circondarvi di persone di cui poi sparlate alle spalle, del scoparvi un uomo che vi riempia di regali e attenzioni o una donna che dica tutti i sì del caso senza dare nessun tipo di fastidio, del vivere con semplicità ed equilibrio.

voi, però, lasciatemi la totale immaturità di piangere per le emozioni sbagliate, di ritrovarmi piena di lividi e incapace di distinguere i colori caldi dall’aridità di quelli sbiaditi, di rimanere delusa da presunte amicizie che ti hanno usata fin quando ce n’era bisogno, di continuare a fidarmi delle empatie, di preferire lo stare da sola alle persone che non mi piacciono davvero, di desiderare sempre gli uomini più sbagliati che possano esistere e di lasciarmi travolgere dalle emozioni, incapace di razionalità e distacco.

perché il mio mondo, quello delle nuvole, della poesia, delle farfalle dorate, so io quanta fatica costa tenerlo su, però io ci credo, ci continuo a credere nonostante tutto, e non c’entra che io abbia quindici o venticinque anni: io sono fatta così, è solo il mio modo di vivere. e sarà anche un modo di vivere sciocco e sbagliato ma è il mio.

e se mai avrò qualcuno di cui prendermi cura e a cui avere il privilegio di poter insegnare qualcosa, farò in modo che questo possa diventare un credere comune, che possa rabbrividire alle parole di robin wiliams nell’attimo fuggente, che possa sorridere ascoltando “e i sogni, i sogni, i sogni vengono dal mare, per tutti quelli che han sempre scelto di sbagliare, perché vincere significa accettare, se arrivo vuol dire che a qualcuno può servire, e questo, lo dovessi mai fare, tu, questo, non me lo perdonare**” e che non pensi mai che la vita sia una questione pratica.

* eugenio finardi, favola
** roberto vecchioni, figlia

del sentire (troppo)

«cosa credi che ti stia succedendo?» «che sento troppo. ecco che succede.» «ma tu credi possibile che una persona senta troppo? non è che sente solo nel modo sbagliato?» «il mio dentro non corrisponde al mio fuori.» «credi che esista qualcuno con il dentro che corrisponde al fuori?» «non lo so. sono solo io.» «forse la personalità è proprio questo: la differenza fra il dentro è il fuori.» «ma per me è peggio.» «temo che tutti credano che per loro sia peggio.» «probabile. ma per me è peggio davvero.»

jonatham safram foer, molto forte, incredibilmente lontano

e io sento troppo, troppissimo, e se troppissimo non si può dire chi se ne frega. amo troppo, odio troppo, non provo quasi mai indifferenza, non credo ancora nei compromessi come modo di vivere serenamente, non credo nella serenità come sinonimo di felicità perché la felicità è un’altra storia, come confondere l’affetto con l’amore, l’affetto con le farfalle allo stomaco, l’affetto con quel qualcosa che ti fa perdere il sonno e l’appetito e ti fa credere che sia giusto così.

sono perennemente attraversata da sensazioni contrastanti ogni giorno: felicità, tristezza, dolore, desiderio, solitudine, voglia di vivere, nostalgia, amore, malinconia. mi faccio troppe domande, capisco sempre troppo poco, sbaglio sempre troppo, confondo molte cose e cerco di confondere me stessa. cerco anche di proteggermi in un modo stupido e goffo e comunque non ci riesco mai davvero, perché poi il confine tra proteggersi e abortirsi è labile e io ho terrore della morte, della malattia, del perdere tempo ma anche di tutto quello che poteva essere se solamente.

conosco gente, ascolto molto, parlo poco di me, ho un nuovo lavoro, pensieri fissi nella testa e un po’ di confusione. mi sembra di non sapere cosa voglio, mi sembra che milano sia solo una parentesi, mi sembra di buttare al vento ogni giorno un pezzetto di cuore e di farlo inutilmente, mi sembra di sbagliare qualsiasi cosa io faccia. poi però sto anche bene: penso tutto il contrario di prima, sento che a questa città sono legata tanto, trascorro ore a chiacchierare con qualcuno, continuo a perdermi in libri e film, ho voglia di vedere cartoni animati, esco dal lavoro e vado a leggere al parco, sorrido da sola, mi commuovo per delle cose stupide che io trovo belle, vere, genuine.

penso che dovrei iniziare a perdonarmi e a essere meno severa con me stessa, che non è sempre colpa mia, questo devo impararlo davvero, una volta o l’altra.