Archive for 25 maggio 2008

dell’inutilità

per tutte le volte che ho pianto, per tutte le occasioni che ho perduto e per il tempo che non tornerà più, per tutte le volte che ci ho pensato, per tutte le volte che l’ho desiderato, per tutte le volte in cui *niente, più niente al mondo*, per tutte le volte in cui non ho guardato altro, per tutte le volte in cui *farei di tutto*, per tutte le volte in cui ho mentito a me stessa, per tutte le volte in cui a mio modo ho pregato, per tutte le volte in cui mi sono addormentata con un magone, per tutte le volte in cui non sono riuscita a sorridere, per tutte le volte in cui sono andata contro quello che sosteneva il resto del mondo, per tutte le volte in cui ci ho creduto e sperato, per tutte le volte in cui non ho voluto arrendermi all’evidenza, per tutte le volte in cui ho aspettato con tutta, ma davvero tutta, la voglia, la forza, la convinzione, forse anche qualcos’altro.
i give up.
(e comunque adorerei una torta ai mirtilli)

***

from my observations, sometimes it’s better off not knowing, and other times there’s no reason to be found. […] it’s like these pies and cakes. at the end of every night, the cheesecake and the apple pie are always completely gone. the peach cobbler and the chocolate mousse cake are nearly finished… but there’s always a whole blueberry pie left untouched. […]
there’s nothing wrong with the blueberry pie. just… people make other choices. you can’t blame the blueberry pie, just no one wants it.

(tratto dal film my blueberry nights)

del restare

e poi, non c’è stato neppure bisogno di pensarci molto, decido di restare qui. anche se da sabato potrebbe non esserci più nulla a legarmi a questa città. e decido di aspettare, anche. sì, di aspettare. ho pensato a tantissime cose in questi giorni. ho anche sorriso molto a persone nuove, cancellato altri numeri di telefono e chiuso dietro me una porta fatta un po’ di angosce, un po’ di mobbing, un po’ di razzismo, un po’ di stupidità, un po’ di incompetenza, un po’ di compassione (mia verso di loro).

ho pensato che amare roma è facile. come si potrebbe non amarla? imparare a voler bene a una città come quella in cui mi trovo, invece, è diverso. oserei dire più bello. perché mi ci ritrovo molto nella bellezza nascosta, nella ritrosia dello scoprirsi e del farsi conoscere, nel sembrare scostante e in tutto quello che non si trova lì sotto gli occhi senza che tu possa esimerti dal pensare: che meraviglia.

ho pensato che l’amore non può certo confinarsi entro la gratitudine per il modo in cui qualcuno ti guarda. non può esistere solo per il modo in cui qualcuno ti fa sentire importante, per quello che ti regala e perché è accanto a te quando ne hai bisogno. credo che racchiuderlo in questo sarebbe sminuirlo e non rendergli abbastanza grazia.

ho pensato ai cani e ai gatti. come fai a non amare un cane? è lì accanto a te, affettuoso. gli parli e lui sembra capirti, mi dicono. sarà.
un gatto, invece, è egoista nel midollo. è opportunista, diffidente e inaffidabile. ti cerca quando ha fame o perché *lui* desidera farti le fusa. quando sei *tu* a cercarlo il più delle volte si gira indifferente e va via e tu nulla, rimani lì. da sola. ci rimani male ogni volta come se fosse la prima però lo ami ugualmente. lo ami perché lo guardi e pensi che è bellissimo. lo ami perché quando si accoccola accanto a te per fare le fusa, a volte quando meno te lo aspetti, all’improvviso va tutto bene e in quel momento non c’è altro che desidereresti. lo ami perché quando ti guarda con quegli occhioni, tu dimentichi tutto il resto. lo ami perché il calore della sua presenza ti fa stare bene. semplicemente bene (e sentirsi *semplicemente* bene è difficilissimo). lo ami perché pensi che non cambierai mai la sua natura ma lo amerai sempre e comunque. lo ami perché anche se ti incazzi, in fondo la sua natura non vuoi cambiarla, non sarebbe lui altrimenti, e tu non
vuoi altro che quello che è. lo ami perché pensare alla sua natura egoista non servirebbe comunque a colmare la sua assenza (e chi conosce la mia gatta sa bene di cosa sto parlando).

ecco, secondo me l’amore dovrebbe assomigliare un po’ di più a tutto questo. dovrebbe avere sempre un pizzico in più di incondizionato ed essere meno egoista, meno egocentrico e meno pretenzioso. poi, certo, qualsiasi tipo di rapporto interpersonale necessita l’essere coltivato per non sbiadire o essere dimenticato. ma credo anche che l’affetto, la gratitudine, la paura di rimanere da soli siano una storia diversa.

oggi, in tram, ascoltavo un brano di ennio morricone tratto dal film c’era una volta in america. un brano bellissimo. inizia con un ritmo soffuso e lentamente cresce. è dolce, malinconico, struggente, impetuoso, tenero, delicato, coinvolgente, pudico, disarmante. è tenerezza, sincerità, stupore, speranza. sembra una poesia, un abbraccio, un sorriso. a me fa emozionare ogni volta. e ogni volta mi fa pensare a qualcuno. così a volte sorrido, a volte sono triste. e la mia wishlist, al momento, è fatta di due cose essenziali: un monolocale e una gattina persiana dal pelo grigio perla e gli occhi azzurri, possibilmente. trilly. per ricordarmi dell’isola che non c’è e dei pensieri felici. e per ricordarmi che ho deciso di restare.

del precariato

la storia siamo noi, siamo noi che scriviamo le lettere,
siamo noi che abbiamo tutto da vincere o tutto da perdere

de gregori, la storia siamo noi

precaria. negli affetti, nel lavoro, nel denaro. assolutamente precaria e nella maniera più dolorosa e crudele possibile. ho visto un film qualche tempo fa, riprendimi. parlava della crisi di una coppia di ragazzi precari ed era girato a mo’ di documentario. c’era questa tesi secondo cui il precariato lavorativo estendeva il proprio dominio alla sfera affettiva facendo così scaturire superficialità e pochezza di sentimenti e legami come se fosse naturale così.

sarà che all’improvviso sembra tornato quasi l’inverno, dentro e fuori, sarà che i mesi sembrano essere trascorsi inutilmente, sarà la canzone malinconica che ascolto a ripetizione, sarà che ora ho le chiavi di un nuovo ufficio, delle colleghe con cui scherzare e una sottospecie di contratto lavorativo ma non riesco a esserne davvero contenta, sarà che ha ragione chi mi dice che un certo modo mio di pensare non deve più esistere e cazzo invece io proprio non ci riesco perché come si fa a estirpare un po’ di sé?, sarà che non mi interessano né gli inviti in discoteca né quelli ai centri sociali, sarà che tutto mi sembra vuoto – così, all’improvviso, sarà che cercare di abbandonare le proprie difese ha una contropartita considerevole, sarà che non si può cambiare il corso degli eventi solo con le proprie sciocche convinzioni e caparbietà, sarà che ho paura che ogni sacrificio e rinuncia non servano a nulla, sarà che specialmente certe volte mi manca qualcuno ad abbracciarmi e a dirmi che almeno qualcosa andrà bene e che non devo preoccuparmi, sarà che io voglio lavorare con i libri, nei libri, sarà che io non voglio mai smettere di parlare di poesia e sogni, sarà che quando ti sembra di dare tutto quello che sei e di risposta incontri solo un eco triste e beffardo non ci sono parole per spiegare quello che si prova, sarà che a volte neppure la cioccolata e ameliè sono sufficienti, sarà che poi arriva una stanchezza strana, quella che non ti aspetti, quella che non credevi, quella che ti fa dire ho capito con un tono che non ti si addice, simile alla rassegnazione o alla lucidità mista a rabbia – ancora non ti è chiaro.

sarà che a volte forse si ha più da perdere che da vincere, sarà che stasera milano non mi piace, stasera non mi piace nulla, però almeno io non mi sono persa del tutto, sono sempre io, anche quando piango in silenzio sperando che arrivi quello che penso di meritare, chiedendomi dove cazzo si trovi, perché esiste, perché deve esistere, perché morirei se non esistesse, ne sono certa.

delle verità

la verità è che possono accadere tante cose belle nella mia vita in grado di farmi stare bene. amiche che credevi perse e invece ritrovi, serate bellissime, qualcuno che ti prepara la colazione, qualcuno che si preoccupa per te, qualcuno che ti scrive qualcosa che ti fa venire gli occhi un po’ lucidi dalla contentezza, il profumo dell’erba, un nuovo collega di lavoro simpatico con cui mangi un trancio di pizza seduta sull’erba (è talmente sciocco ma io adoro sedermi sull’erba, è una delle cose che mi rendono più sorridenti), camminare senza meta e ritrovarti quasi per caso in un posto a cui sei molto legata, le possibilità che sotto certe angolature paiono sempre infinite, gli istanti esatti in cui pensi: che bello, tutti i momenti in cui un po’ ti innamori: di un vicolo, di una canzone, di una sensazione istantanea, di un pensiero, di una nuova crema profumata, della tua cavigliera, di uno sguardo. 

esiste però una verità complementare a questa: c’è qualcosa senza cui, me ne rendo conto con assoluta lucidità, io non riesco più ad essere felice come prima. non so se sia più una benedizione o una condanna, forse entrambe. probabilmente dipende sempre da quale prospettiva si guarda la luce riflessa.
così io stasera mi sento tanto triste ma tutta questa malinconia l’abbraccio forte, che chissà, potrebbe sempre tramutarsi in felicità un giorno o l’altro.

(l’emotività deve pur avere qualche lato positivo, del resto)

dei miracoli e delle minoranze

forse per questo mi piacciono tanto le poesie, perché ci ritrovo sempre qualcosa che sto vivendo io, ed è una specie di miracolo perché qualcuno che non conosco le ha scritte chissà quando e chissà per chi, e sembra invece che parli proprio di me.

paola mastrocola, più lontana della luna

alcune volte piangere ha un effetto terapeutico e catartico, specialmente quando accade attraverso la lettura di libri o la visione di film. mi è accaduto qualche giorno fa, terminando la lettura del romanzo più lontana della luna. trovarsi su una panchina vicino la biblioteca del parco e leggere qualcosa in grado di toccare una corda nascosta dentro te, smuovendola all’istante e liberandola. sono emozioni bellissime.

poi rimango la stessa asociale, timida, taciturna e introversa di sempre. lo dicevo qualche giorno fa a un’amica, una di quelle che conosci dagli anni del liceo e con cui sei praticamente cresciuta. non c’è nulla da fare. odio i luoghi affollati, odio i locali con la musica troppo alta, odio quelli che si credono simpatici e interessanti e iniziano a parlarti mentre tu sei ad esempio a bere qualcosa con una tua amica (e poi tra l’altro odio essere interrotta mentre parlo). così spesso rimango in silenzio perché semplicemente non ho nulla da dire. non è obbligatorio dover parlare, no? io non riesco a fare la simpatica e sorridente ad ogni costo, non riesco a trovare per forza argomenti di conversazione, non riesco a essere una persona che non sono. ci ho provato una volta. avevo quindici anni ed è durato il tempo di una sera. è stato sufficiente per comprendere che ci sono modi di essere che non mi appartengono. così se sembro snob, antipatica e poco interessante, pazienza.

più ci penso più credo che la gente non mi piaccia. la frase cult di aprile di nanni moretti, io credo che mi troverò sempre bene con una minoranza di persone, mi appartiene sempre di più.

delle speranze

io non sapevo cosa aspettarmi. a settembre scrivevo sulla moleskine tra qualche mese mi trasferisco a milano. così irreale come cosa, così inaspettata, così simile a un grande punto interrogativo. non ho pensato molto, semplicemente ho agito. questione di pancia. senza sapere dove stessi andando esattamente. semplicemente andare. senza domande. qualche paura, qualche incertezza, qualche brivido. stretta ai miei timori ma stretta ancora di più alle mie speranze.

la speranza è qualcosa di incredibilmente tenace. più dei sentimenti, più delle paure. io ho sperato molto anche perché non c’era altro da fare. l’unica alternativa alla rassegnazione è sperare e buttarsi, possibilmente senza molte domande, seguendo l’istinto e qualcosa di etereo che ogni tanto pare parlarti e sorreggerti quando tutto sembra troppo pesante. le umiliazioni e le offese gratuite a lavoro, i soldi che proprio non ci sono, la paura di non essere in grado di.

ma bisogna vivere prendendosi poco sul serio. vivere abbandonando un po’ di fardelli pesanti e pensanti. smettere di trattenere il respiro. ridere, fare lunghe passeggiate perdendosi per strade ancora sconosciute, stendersi sull’erba di un parco a leggere, ricambiare un sorriso sconosciuto.

io sto cercando di imparare a vivere così. non è facile ma ci sto provando davvero, stretta sempre alle mie speranze e agli occhi che non sanno mentire. poi qualcosa inizia a cambiare.

“è solo una questione di luce, vedere o non vedere le cose” mi disse. “solo una questione di luce”.

paola mastrocola, più lontana della luna