Archive for 30 marzo 2008

delle primavere che arrivano

ci sono tante cose di cui vorrei scrivere. più che altro si tratta di sensazioni, di impressioni, di pensieri ma trovo sempre più difficile riuscire a raccontarne. si affastellano, si contraddicono, si fondono, si allontanano. ho dato un taglio netto ai miei capelli, inizio ad avere occhi un po’ diversi e c’è una canzone vecchissima che sento particolarmente mia, vai valentina, di cui ho citato uno stralcio nello scorso post. sto imparando sulla mia pelle che ogni sentimento non ha limite. non si deve mai pensare cose tipo: sono stata così male che non potrei mai stare peggio, e neppure che qualsiasi cosa non possa essere vissuta in maniera più intensa e totale altrove, che sia leggendo un libro, scoprendo un nuovo film o guardando altri occhi e sfiorando altre labbra. l’intensità non ha confini, semmai il punto interrogativo che personalmente mi si pone riguarda il modo in cui si è plasmati nell’intervallo tra il prima e il dopo.

(ammettere le proprie percezioni distorte; considerare lucidamente quanto non ne sia valsa la pena; percepire tra i polpastrelli delle dita il tempo trascorso che è stato semplicemente sprecato, misconosciuto, non apprezzato, non ringraziato; riconoscere infine una sciocca, inutile caparbietà verso un triste niente. smettere di cercare qualcosa che non può esserci perché non esiste. mettere da parte tutti i battiti del cuore che non sono serviti a nulla, tutta la tristezza ingoiata che all’improvviso è chiaro non avere avuto mai alcun senso, tutta la poesia che immaginavi e in cui credevi senza che assolutamente fosse manifesta, tutto il tuo mondo interiore ignorato con distacco quasi irritato)

pare comunque sia davvero arrivata la primavera e ci sono cose che dopo tre mesi inizio ad adorare: il castello illuminato quando torno in tram la sera, il cielo al tramonto che si staglia oltre il duomo e il parco vicino casa, ad esempio. dopo aver visto una tra le mostre più emozionanti che io ricordi, ho pensato una volta in più che questa città sto iniziando davvero ad amarla e che sono felice di trovarmi qui, e per una persona che non si è mai sentita davvero a casa sembra un passo avanti.

lezioni di felicità (?)

poi succedono delle cose che non ti aspetti. ad esempio succede di ritrovarti ad andare al pronto soccorso con una tua amica mentre fino a pochi minuti prima ti si prospettava una serata carina e rilassante dopo una giornata lavorativa disastrosa. e in quei momenti pensi a tante cose, tutte insieme, pensi a certe persone, a certi sentimenti, a certe sensazioni, pensi a quello che sei e neppure ti rendi conto di star piangendo davanti a degli sconosciuti, come se le lacrime potessero lavar via ogni cosa, come se riuscissero a purificarti dallo schifo, dalla tristezza, dal senso di inadeguatezza, da tutto quello che stamattina ti ha fatto odiare per un attimo la luce del sole. non era nulla di grave, per fortuna, ma non sai se preferisci dimenticare o ricordare tutto quello che ha attraversato la tua mente e il tuo stomaco in quei momenti. perché la vita è un soffio, e pensarci ti rende triste, perché ti sembra di sprecarla ogni volta che piangi, ogni volta che temi un rimpianto, ogni volta che desideri e ti sembra di sbagliare, ogni volta che non sorridi, ogni volta che ti senti impotente perché queste sembrano solo parole e perché il senso del non sprecare vita vorresti riuscire a trasmetterlo ma non ci riesci.

e allora corri, corri come un sogno
fuori strada e fuori sintonia
corri, corri come corre il tempo
che ti dà un minuto e dopo va via
e corri, corri come corre il lampo
che se la pelle te la strappa una spina
ahi, Valentina
pensa che era naturale
era un ti amo
una carezza venuta male

Ornella Vanoni, Vai Valentina 

lezioni di felicità #1

e il cuore mi va in pezzi, certo, in ogni momento di ogni giorno, in più pezzi di quanti compongano il mio cuore, non mi ero mai considerato di poche parole, tanto meno taciturno, anzi non avevo proprio mai pensato a tante cose, ed è cambiato tutto, la distanza che si è incuneata fra me e la mia felicità non era il mondo, non erano le bombe e le case in fiamme, ero io, il mio pensiero, il cancro di non lasciare mai la presa, l’ignoranza è forse una benedizione, non lo so, ma a pensare si soffre tanto, e ditemi, a cosa mi è servito pensare, in che grandioso luogo mi ha condotto il pensiero? io penso, penso, penso, pensando sono uscito dalla felicità un milione di volte, e mai una volta che vi sia entrato.

jonathan safran foer, molto forte, incredibilmente vicino

qualcosa è cambiato

ho avuto grandi ambizioni e sogni turgidi – ma i sogni li hanno avuti anche il garzone e la sartina, perché tutti sognano. quello che distingue le persone le une dalle altre è la forza di farcela, o di lasciare che sia il destino a farla a noi.

fernando pessoa
, il libro dell’inquietudine 

ieri notte, tornando a casa, pensavo che alcune volte basta davvero un soffio per perdersi. credo di essermi persa in maniera confusa e irriconoscibile, dimenticando molto di quello che sono stata finora. ho dimenticato tutte le mie personali, forse per qualcuno stupide, battaglie per non accontentarmi e non scivolare in quella che mi è sempre parsa una triste, orribile tiepiedità del vivere la vita e le emozioni. ho dimenticato il mio pretendere l’autenticità, la reciprocità, l’empatia. ho dimenticato le notti trascorse a guardare film, l’emozione di una poesia e del condividere i propri pensieri con qualcuno che ti ascolta e che riconosci tuo simile. ho dimenticato l’importanza dell’affetto altrui tangibile sulla propria pelle. ho dimenticato la bellezza dello stare da sola, dell’amare i miei spazi e i miei silenzi. soprattutto ho dimenticato quanto credevo fortemente in tutto questo, al punto da preferire, di fronte a tali mancanze, la tristezza dei vuoti e l’incomprensione di chi non condivideva il mio modo di vivere. nulla assomiglierà più molto a quello che è stato fino al 29 dicembre, ne sono consapevole, ma ieri notte, raccontandomi agli occhi di una persona quasi pressoché sconosciuta, mi è parso di specchiarmi in quella che sembro adesso, e ho provato una grande nostalgia per quello che è sempre stato il mio mondo emotivo ed emozionale. non importa che persone appena conosciute mi dicano quanto io sembri una bella persona: io mi sento pessima, lucidamente vicina al grigiore e all’aridità di chi si accontenta, dei disillusi, di chi non ci crede più o nutre ormai troppa stanchezza o fastidio per poterlo continuare a fare, con il rischio di sbagliare e di perdere ancora qualcosa di sé – come se, poi, non accadesse ugualmente e non fosse una sensazione ancora più opprimente e angosciante. ho paura dei punti di non ritorno e questo modo di approcciarsi alla vita credo lo sia. cosa cazzo rimane da vivere, a quel punto? io non voglio neppure pensarci. non voglio che accada a me. la sola idea mi terrorizza; il pensiero di dover fare un giorno i conti con tutto quello che non sono riuscita a vivere mi paralizza.

e ora che potrei avere molto di quello che ho sempre desiderato, ora che non ho più paura né complessi di inferiorità nei confronti di nessuno, ora che sento in maniera tangibile che sto tentando di rivoluzionare la mia vita, ora che non c’è nessun altro luogo in cui vorrei essere se non questa città che ho scelto tra tante, penso che sia il momento di trovare frasi nuove, sorrisi non contaminati, profumi delicati e ancora sconosciuti, libri da ricevere in regalo e da regalare. svegliarsi leggera; lasciarsi conoscere e stupire; continuare ad essere la stessa persona “persa dietro le nuvole e la poesia”, un po’ buffa e un po’ strana; riappropriarsi di vibrazioni colorate e intense e del netto rifiuto di fantasmi e ombre d’anima dai fili spezzati e distanti.

(sperando che la visione di questo film non mi deluda)