Archive for 24 febbraio 2008

del (non) meritarsi

Sei stata male, malissimo, neppure rendendotene davvero conto e senza saper cosa fare. Hai pianto, hai mangiato troppo, hai mangiato troppo poco, hai perso il sonno, ti sei sentita apatica, ha avuto molta paura, hai combattuto con perenni mal di stomaco, hai ascoltato canzoni con inevitabili magoni, hai lavorato fino a tardi con la sensazione di farlo per riempire un vuoto. Hai allontanato persone, hai detto diversi no, hai preferito una solitudine sciocca e ingiusta. Pensavi a certe cose sentendoti lacerata ogni volta, ti fermavi a riflettere su altre e il senso di sbriciolamento istantaneo ti fulminava. Perfino la tua coinquilina, quella che ride sempre, si è preoccupata per te e ha smesso di ridere per qualche minuto. Hai sempre detestato cordialmente la frase: non lo meriti, perché vuoi credere che ognuno abbia invece quello che merita, eppure questa volta, quando te lo dicono, credi sia vero. Hai avuto gli occhi lucidi al telefono parlando con una tua amica che aveva appena messo fine a una sua storia, ed è successo perché l’empatia esiste, è reale, ed è una cosa meravigliosa anche tra le lacrime che ascolti scendere dall’altra parte senza poter fare nulla. Hai sempre pensato che certi percorsi di dolore siano inevitabili: bisogna passarci attraverso, non li si può relegare in un angolo nascosto perché sarebbe una sofferenza doppia. Hai cercato di guardarti dall’esterno e non ti sei riconosciuta né piaciuta. Hai cercato di giustificare e accettare quello che non può essere giustificato e accettato, hai tentato di ingannare te stessa, hai provato a immaginare qualcosa che ti facesse star meglio. Sogni confusi e falsi, risvegli amari, il frantumarsi secco di qualcosa che assomigliava a una sensazione, forse una speranza, sicuramente un desiderio. Ti sei resa conto di aver varcato ogni limite accettabile. Pensi di aver fatto tutto il possibile, per quello che ti è riuscito, per essere meno triste e non c’è nulla di cui tu debba vergognarti o pentirti. Questa consapevolezza, comunque sia, ti fa sentire un po’ meglio. Leggi alcuni blog, ritrovi un po’ te stessa, a tratti pensi che tutto questo fosse necessario, forse indispensabile, per aprire gli occhi, crescere, scoprire quanto la stupidità, l’ingenuità, l’irrazionalità, la mancanza di buon senso possano fare.

Non hai più voglia di parlarne, vuoi solo lasciar scendere un velo silenzioso e nero su ogni cosa, attendere che tutto arrivi a possedere dei contorni sfumati e nel frattempo sforzarti di vivere milano come merita (e meriti). Ieri hai ripreso a guardare film; sopra la tua scrivania c’è una bellissima immagine in bianco e nero di Audrey Hepburn e hai comprato una borsa grande, tutta bianca, aspettando la primavera, questa volta per davvero e cercando di non avere più paura.

delle promesse

il mondo che vi pare di catene
tutto è tessuto d’armonie profonde 
sandro penna

ho scritto tante lettere a tante persone e quasi tutte le mie parole si saranno perse, probabilmente, e invece non ne ho mai scritta una a me stessa. inizierò stasera ricordandomi quello che tendo a dimenticare e concludendo con una promessa. negli ultimi anni ne ho fatte due a me stessa. la prima era che le cose nella mia vita sarebbero cambiate ad ogni costo, ed era una promessa fatta con le lacrime e il sangue, ricordo avevo scritto da qualche parte. sembrerebbe una frase melodrammatica ma ricordo ancora il senso di soffocamento e sofferenza che provavo mentre lo scrivevo. l’altra era che quelle che stavo versando sarebbero state le ultime lacrime per qualcuno. a distanza di tempo, in qualcosa sono riuscita, in qualcos’altro un po’ meno, ma ho agito seguendo sempre la caparbia convinzione che mi sarei dovuta evolvere, lasciando indietro quanto mi faceva soffrire (il dolore gratuito è quanto di peggiore possa esserci, almeno quando l’amore incondizionato sia uno degli incanti più grandi). quello che vorrei promettere a me stessa è di riuscire a mettere ora dei punti fermi nella mia vita. febbraio è da diversi anni per me un mese complicato e importante, caratterizzato da decisioni irreversibili, separazioni, lacerazioni, assenza fisiche e mentali, voglia di rimettersi in gioco. e se è vero che il mondo pare intrecciato da pesanti catene e invece cela in sé armonie profonde, come scrive sandro penna, riuscire a non tornare davvero più indietro non può che rappresentare un nuovo inizio pur rimanendo sempre la stessa persona, perché di questo mi sto rendendo conto: non importa dove io viva e come possano mutare i miei occhi, quello che di più intimo e profondo è in me non potrà mai cambiare, per fortuna.

come alito di vento

la tristezza che ti invade e che non sai come affrontare, che ti fa piangere un po’ ovunque e che riesci solo a subire. la rabbia verso te stessa per non riuscire a filtrare la vita come si dovrebbe fare, nella misura in cui forse non sarai mai in grado. pensare che la colpa è solo tua e che lo meriti. la sensazione di estraneità. camminare veloce per strada e pensare che è tutto inutile. il cielo grigio che percepisci come tristezza, ancora. la sensazione di non saper più scrivere. la sensazione di perdere tempo, di aver perso innumerevole tempo. trovarsi nella sala di un palazzo altissimo, accorgersi che non c’è nulla di bello, sentirsi triste. pensare che è tutto finto e ovattato. e quando sono degli uomini probabilmente over quaranta a fermarti, chiederti se sei fidanzata e ad azzardare la richiesta di un numero di telefono, percepisci una tristezza ancora più sconfinata. guardi tutto quello che non ti apparterrà mai, osservi le modelle che si fanno dire come mettersi in posa per lasciarsi fotografare, non cerchi di parlare con nessuno, semplicemente lavori mentre desidereresti l’invisibilità. poi il freddo pungente, il mal di stomaco, l’emotività senza argini. non riuscire a sentirti felice per quello che hai, che hai sempre desiderato e che è ora e qui, se fossi in grado di saperlo vedere. aver desiderato molte parole ed essere dovuta rimanere in silenzio. l’anniversario di una morte che ti riporta a ferite mai arginate, neppure affrontate, ancora. ripetere gli stessi errori, sempre. l’irrazionalità è un alibi, un peccato, una colpa espiabile? non leggere. dimenticarsi della poesia. la fottuta attitudine ai voli di cartone e ai labirinti mentali. continuare a pensare insistentemente che ogni cosa è inutile, come alito di vento inespresso e inesprimibile, strabordante di indifferenza altrui e pertanto destinato a non essere mai esistito e a non aver fatto mai emozionare.


(a volte ci si mangia il cuore per resistere)

roberto vecchioni

dei luoghi

ieri pensavo che si inizia a sentire un luogo un poco proprio quando si cammina per certe strade e si sorride ripensando a istanti e persone, quando si sa che alcuni luoghi saranno riconducibili sempre e comunque a certi fotogrammi, quando sul tram passi dalla via dove hai sostenuto il tuo primo colloquio di lavoro e ti sembra sia passata una vita da allora, quando c’è una stazione della metro che avrebbe una propria storia da raccontare, quando un negozio o una pizzeria ti ricordano un inizio difficile e qualcuno che è venuto a trovarti. credo sia così che ci si affezioni a un posto e credo sia anche così che un posto possa cambiarti la vita, di tanto o di poco che sia.

(il coraggio di cambiare, il coraggio dei punti fermi, il coraggio dei punti e a capo, il coraggio di trovarsi in una immensa sala senza conoscere nessuno, il coraggio di proferire un no, il coraggio di farsi del male pensando di far del bene, il coraggio di non piangere quando sembra inevitabile, il coraggio di guardare in faccia le proprie sconfitte, il coraggio di ammettere di non farcela, il coraggio di chiedere aiuto, il coraggio di chiudere una finestra, il coraggio di riconoscere le proprie distorsioni della realtà, il coraggio di ricominciare quando non lo credi possibile, il coraggio di uscire quando vorresti essere sotto le coperte senza aver voglia di parlare con nessuno, il coraggio di capire queste righe)

dei rovesci della medaglia

… poi, certo, non è tutto semplice né idilliaco. non lo è il non vedere quasi la luce del giorno né il non avere tempo per una passeggiata. non è idilliaco neppure convivere con le tue due coinquiline con cui eviteresti proprio di parlare, specialmente appena torni a casa e avresti solo voglia di stenderti sul letto e dormire mentre loro iniziano a subissarti di cose di cui non te ne frega nulla. c’è una che quando affermi con convinzione che tu gli extracomunitari li manderesti quasi tutti via fa calare il gelo sulla conversazione e ha una sfilza di fidanzati più piccoli perché dice che solo con loro si trova bene; l’altra continua a far venire a casa il suo ragazzo negando che sia tale e a ridere per qualsiasi cosa tu dica. poi c’è una collega di lavoro che manderai presto a fanculo (al più tardi tra due giorni, secondo le tue previsioni), la quale anche se ha iniziato come te una settimana fa a conoscere questo nuovo ambiente, in virtù forse dei suoi due anni di esperienza professionale e delle borse gucci e prada che possiede, e che evidentemente ritiene siano il biglietto da visita fondamentale, si sente in diritto di dirti quello che devi fare con pretese che chi potrebbe utilizzare non usa affatto e invece ti elogia affermando con convinzione che si vede che lavori (e detto da dei milanesi ha del valore, senti di convenire). c’è chi ieri al telefono ti ha detto che vuole solo un lavoro commisurato alla propria laurea e a te viene da ridere perché di certo mentre scrivevi la tesi su virginia woolf o mentre eri iscritta alla facoltà di lettere, o anche quando hai iniziato il master al sole 24 ore, non immaginavi di trovarti a scrivere inviti per delle sfilate né a parlare con dei giornalisti per l’invio di capi firmati  né a sfogliare giornali di moda ritagliando redazionali importanti e sistemando tutto quello che c’è da sistemare nell’ufficio in cui ti trovi. eppure credi che l’umiltà sia fondamentale per capire, conoscere e crescere e non ci trovi nulla di strano o denigrante nel preparare scatole da mandar via o nello spedire dei fax. tra qualche giorno parteciperai a una serata mondana nel vero senso del termine e l’avresti evitata volentieri se avessi potuto, e invece andarci è d’obbligo. avrai anche un nuovo abito per l’occasione (che come accade forse in qualche film andrai a scegliere con la tua datrice di lavoro la quale non hai capito bene perché ci tiene che tu ci sia quella sera a tal punto da comprarti anche un vestito per l’occasione) e tra bicchieri di cristallo e giornalisti e tv e attrici e cantanti ti troverai in questo posto da cui si vede tutta la città dall’alto, ti hanno detto, pensando che tu avresti voglia piuttosto di andare in pizzeria, indossare una gonna come quelle che piacciono a te e bere della semplice coca cola. (però leggendo il menù hai dato un’occhiata ai dolci e in fondo pensi che fosse solo per quelli valga la pena andarci)

(e solo oggi mi sono resa conto che domani è san valentino e non c’è traccia né di fastidio né di nervoso nei confronti di questa festa banale e sciatta. provo solo un’enorme tristezza, che ti viene da pensare sia quasi infinita)

del condividere

e la ragazza tolse il filo d’argento che aveva sulla fronte
e la ragazza tolse il filo d’argento e attraversammo il ponte

roberto vecchioni, la ragazza con il filo d’argento

avevo scritto che era senza senso continuare a scrivere su questo blog e ne sono sempre convinta. sabato, però, una persona speciale ha parlato di cambiamenti e di come durante gli anni si dovrebbe cambiar poco pur mutando in maniera continua. e io quella stessa sera parlavo di condivisione. credo che il desiderio, la voglia, il bisogno di condividere le cose belle e semplici come il profumo di una sera d’inverno, i passi veloci o lenti nella notte, un cielo tinto di un celeste delicato che ti fa pensare che la primavera è alle porte e che possono sempre accadere cose meravigliose, mi fregheranno sempre. credo che la condivisione sia un bisogno e al contempo una paura ancestrale dell’uomo; è il bisogno e la paura di guardare una persona negli occhi senza riserve, denudandosi come la nudità fisica non sarà mai in grado di fare. credo si tratti una necessità da cui non si riesce a fuggire, o se lo si fa lo si deve rimpiangere crudamente.

sarebbe fin troppo facile dire che si cambia. cambiare per essere sempre gli stessi, canterebbe il buon vecchio guccini che non ascolto da troppo tempo in quella maniera intensa e totale che me l’ha fatto scoprire e amare senza riserve. scrivere per condividere, scrivere per non perdersi, scrivere per raccontare una vita che non c’è, o che immagineremmo di poter vivere se fossimo in grado di farlo. è cambiato il mio modo di scrivere e il suo perché, forse è per questo che non ne sento più lo stesso bisogno. soprattutto, però, non voglio più immaginare nessuna vita.

io ora sono in grado di abbozzarla, sbagliando ripetutamente, cancellando e riscrivendo di continuo ogni singolo tratto di matita, eppure se mi guardo indietro di un paio di mesi, non riesco a non sorridere di me stessa per tutto quello che sto tentando, talvolta goffamente, di costruire o anche solo di scoprire, intingendo le dita timidamente o con voluttà, a seconda della luce differente dei miei occhi. sorrido quando persone sempre nuove continuano a dirmi che ho avuto coraggio a trasferirmi così, dal nulla e senza avere nulla, e continuo a ripetere che mi sembra una cosa normalissima che non implica assolutamente nessuna particolare audacia.

il mio paese è lontano, ormai è solo un nome a cui non riesco a far corrispondere una propria consistenza, alla pari di quei luoghi inventati che non hanno colore né identità e sfumano in irrimediabile evanescenza. quasi ogni giorno conosco nuove persone, mi confronto, faccio un sacco di domande e cerco di conoscere questa città anche attraverso gli altrui occhi. lavoro tanto, week end compresi, e mi sembra di non avere tempo per me, però quando la sera esco con persone nuove e torno tardissimo penso che non importano le poche ore di sonno perché io tutta questa vita non riuscirei mai a non afferrarla, e sorrido pensando di rimanere a dormire a casa di qualcuno che pure vive nella mia stessa città perché a volte ancora non mi abituo alle distanze di una metropoli. 

la sera, uscita dal lavoro, mi piace accendere una sigaretta con la musica nelle orecchie e prendere il tram anziché la metro per guardare le luci della città, appropriandomi di una lentezza notturna dolce e indispensabile.

il concerto di roberto vecchioni è stato uno tra le due o tre emozioni più intense e totalizzanti di questo inizio milanese e non credo troverei mai le parole per descrivere le sensazioni che ho provato né per spiegare quello che sento mi lega a lui. ho vissuto tre ore di una bellezza e di una poesia e di un’intensità che non potrò mai, mai, dimenticare.

adoro tutte le piccole cose nuove in cui mi imbatto ogni giorno e sono contenta di non darle per scontate e di riuscire a riconoscerle e ad apprezzarle. penso ai legami che sto costruendo; alle persone che pur conoscendomi da appena un mese dimostrano di tenerci a me; al lavoro che mi fa sentire bene; alla mia datrice di lavoro che non fa che urlare con chiunque e che però mi chiama bimba in tono affettuoso; alle dimostrazioni di stima professionali che ricevo; a tutto quello che questa città offre; alla curiosità che mi invade di continuo. in alcuni momenti continuo a sentirmi felice, oltre che fortunata, e a credere nella bellezza, nella bontà e nello stupore.

quello che (non) ho

“When you forgive, you love. And when you love, God’s light shines upon you.”
(Into the wild, 2007)

Ho lasciato un lavoro e ne ho trovato un altro, con inizio immediato, quattro ore dopo. Mi sono chiesta se potesse accadere una cosa analoga con il cuore (e mi sono sentita indubbiamente stupida e triste). Ho la prospettiva di immergermi un po’ nel film Il diavolo veste Prada e ho la quasi certezza di avere a che fare con il meraviglioso, invidiabile mondo delle modelle. Ho qualche numero in più sulla memoria del cellulare e qualche persona in meno da sentire. Ho un nuovo libro in borsa, una nuova gonna e un nuovo paio di calze a righe colorate da comprare. Ho un biglietto per un concerto (dove devo ricordarmi di non truccare gli occhi) e un abbonamento mensile ai trasporti milanesi che mi fa rendere conto che sì, sono proprio qui. Ho terrore della superficialità nei sentimenti. Ho la prima puntata della quarta serie di Lost che attendo da fine Agosto (e solo i Lost addicted possono capire la grandiosità dell’evento). Ho un nuovo inizio lunedì, assieme a tanti altri, e ho la consapevolezza triste e inevitabile dei finali. Mi ha sempre colpito il verso di una canzone dei Belle and Sebastian, “I always cry at endings”. Si tratta di una frase, forse banale, che mi è rimasta impressa perché io ho un po’ di problemi con il riuscire a vivere i finali. Intendo i finali di un po’ tutto: i finali delle canzoni, dei film, dei libri, dei viaggi, delle telefonate. E dei rapporti umani. Non ho la cognizione del tempo e del ritmo. Non ho intonazione. Ho la prontezza di stringere a me i momenti eternamente sbagliati (ammesso poi che esistano e non siano i soliti fottuti alibi vigliacchi). Non ho sempre fiducia in me stessa. Ho gli occhi grandi e a volte quando li guardo mi chiedo se mai qualcuno saprà vederci quello che ci scorgo io, o almeno trovarci qualcosa di particolare e unico, e intanto mi viene da piangere, giusto perché sono una persona positiva. Ho una nuova vita e questo blog, senza il quale sono certissima non sarei ora la stessa, è fuori tempo massimo e non ha più senso che io ci scriva. Voglio invece cercare di trovare un (nuovo) ritmo – anche se silenzioso e intimo e soffuso a tutto quello che sono e saranno la mia vita e le mie emozioni, e voglio proteggere la grazia del mio cuore (adesso e per quando tornerà l’incanto) smettendo di maltrattarlo. Bisogna preservarsi dal dolore, anche quando sembra già troppo tardi. Ci si sente e vede altrove.

“When you want something in life, you just gotta reach out and grab it.”
(Into the wild, 2007)