Archive for 31 gennaio 2008

dei torrenti d’acqua chiara

un mese esatto che sono qui. penso a tutte le emozioni e a tutte le canzoni che hanno impregnato i muri di questa piccola stanza dove dormo da trenta giorni e che un poco parla di me, ad esempio attraverso i tre fogli che ho attaccato sopra la scrivania appena arrivata: una poesia di cummings, un pezzo di anais nin sulle persone che respirano eppure, immerse nell’apatia e nella noia, sono come morte (“and then some shock treatment takes place, a person, a book, a song and it awakens them and saves them from death”) e, immancabile, jack folla con quel pezzo che ho riletto sabato scorso ad alta voce. (“no, non è mai finita per una donna (…) parlo di te, che questo periodo non finisce più, che ti stai giocando l’esistenza in un lavoro difficile, che ogni mattina è un esame, peggio che a scuola. te, implacabile arbitro di te stessa, che da come il tuo capo ti guarderà deciderai se sei all’altezza o se ti devi condannare. (…) dovunque fossi, ci stavi stretta: nel tuo lavoro, nella tua storia, nella tua solitudine. ed è stata crisi, e hai pianto. dio quanto piangete! avete una sorgente d’acqua nello stomaco. hai pianto mentre camminavi in una strada affollata, alla fermata della metro”).

qualcuno mi ha chiesto come fosse andato questo primo mese qui perché il primo è il più critico e il più difficile, ha aggiunto. qualche giorno fa sono stata per la prima volta sui navigli. era il tardo tramonto e mentre salivo le scale di un ponticello, tra la folla impetuosa di corpi e gambe, non sono riuscita a non fermarmi per guardare il cielo colorarsi di rossastro. in quel momento ho provato un istante di felicità. quella notte, mentre camminavo per strada dopo una serata divertente e leggera senza che mi fossi mai sentita a disagio, io e chi era con me concordavamo sul fatto che quella non fosse una notte fredda e che, al contrario, sembrava quasi primavera. è stato questo per me questo primo mese. una serie di occasioni, di persone, di possibilità, di consapevolezze amare, di sorrisi, di delusioni, di cioccolata, di cielo grigio dalla dolcezza malinconica, di tristezza, di difficoltà, di telefonate, di scoperte, di pianti, di incertezze, di paure, di stupore, di magoni, di felicità immersi tutti in una quasi primavera.

oggi in ufficio per radio hanno passato tre canzoni: extraterrestre, i still haven’t found what i’m looking for e arrivederci amore ciao. io ho sorriso molto a tutte e tre perché era come se il mio passato, il mio presente e il mio futuro confluissero in un disegno abbozzato eppure nitido che rimaneva sospeso a mezz’aria; poi ho pensato che tra pochi giorni andrò a teatro e non da sola (che non c’è niente di più *bello* del condividere le cose *belle* con qualcuno, e la ripetizione dei derivati di *bellezza* è voluta), a un concerto atteso da un anno e mezzo e ad un altro di musica a me totalmente sconosciuta, inoltre riabbraccerò una mia amica meravigliosa, probabilmente riderò molto e mi ubriacherò e dirò cose buffissime, racconterò tanto, conoscerò sicuramente nuove persone, forse cambierò lavoro, cercherò di soffocare magoni ingiusti, comprerò un libro di quelli che fanno bene al cuore, andrò al cinema per un film che aspetto da tanto di vedere, riprenderò a scrivere con una nuova penna colorata la mia moleskine dove racconterò di torrenti d’acqua chiara negli occhi e di cieli che ti lasciano per un attimo imbambolata e ti fanno pensare: “dio ma quanta bellezza e quanta meraviglia si rischiano di perdere in maniera stupida, inutilmente, come se di vita ce ne fosse più di una”, gusto un po’ amaro di cose perdute, sentendomi fortunata perché io invece la consapevolezza che nulla vada sprecato la ho marchiata sulla pelle da quando non riuscivo ad uscire di casa, da quando quella che era depressione o non so cosa mi impediva perfino di entrare in un negozio o in un locale, da quando ho compreso che nulla torna, mai, e che una delle sensazioni peggiori al mondo è la sabbia che scivola via tra le mani tra impotenza, incredulità e la sensazione di aver perso per sempre un pezzo di cielo.

gli occhi rossi rossi contro vento

lascia che sia la sera a spargersi nei viali
mentre mi volto indietro e svuoto la valigia
rimangono i capelli, le punte fragili
e gli occhi rossi rossi contro vento
gianna nannini

c’è un palazzo grandissimo che, entrando, mi mette un po’ soggezione e dove, comunque, mi piace esserci. ci sono le persone che ho incontrato lì, ad esempio un ragazzo genovese, oggettivamente bellissimo, che però oggi ho notato leggere “Il foglio” (e vabbè che nessuno è perfetto ma ci sono imperfezioni da cui non si può prescindere, almeno per me), o le mie “compagne di banco”,  e mi fa sorridere pensare a quante vite diverse possano esistere ed incrociarsi, accomunate da qualcosa, a volte un filo quasi invisibile, eppure qualcosa c’è e a volte ce ne si imbatte, ed è una risorsa che ti rimarrà comunque, perché tutte le parole di ieri e oggi a me rimarranno sicuramente. mi fa sorridere una di loro quando mi dice che mi ammira per il mio essere andata via ed essermi buttata in questa nuova vita, e che lei, forse perché è nata e cresciuta qui, non ce l’avrebbe mai fatta. mi fa sorridere una mia coinquilina quando bussa alla mia porta e mi chiede come sto e poi rimaniamo a parlare per un sacco di tempo, e parliamo davvero, ed io sento che avevo bisogno di una persona così in questa città, e quando poi le chiedo se ha bisogno di qualcosa e lei mi dice grazie e ha gli occhi stupiti, io penso che neppure immagina quanto la sua presenza in questa settimana mi abbia aiutata. e mi dispiace pensare che tra qualche giorno cambi casa lasciandomi con le altre due ragazze che sono ognuna un libro a sé, e per nulla interessante. una, ad esempio, ho scoperto avere una relazione clandestina perché si vergogna dell’aspetto fisico del suo ragazzo e così dice che sono amici. inoltre è perennemente stanca e ride sempre: credo che se un giorno le raccontassi la cosa più grave e triste del mondo, lei riderebbe ugualmente. ride davvero sempre e io una volta o l’altra temo che mi rivolgerò a lei nella maniera più acida possibile. l’altra ride troppo anche lei, secondo me, e ha un way of life, diciamo così, distante anni luce da me. parlano solo di ragazzi e nel mentre squittiscono in una maniera che mi ricorda le liceali quindicenni. ieri una mia collega di lavoro mi ha detto: “io sono milanese e ti parlo da milanese e da madre, visto che potresti essere mia figlia: fino a che sei in tempo, scappa da questa città”. io ho cercato di sdrammatizzare (sebbene lei continuasse in tono sempre più serio e grave a ribadire lo stesso concetto) dicendole che tutto dipende da quello che uno cerca e poi, lungo tutta la strada percorsa a piedi fino alla sede del corso, per via dello sciopero dei mezzi, mi sono chiesta quello che io cerco, perché a tratti vedo contorni sfumati e sono spaventata. a lezione un docente ha detto che non deve importare l’ambito in cui si va ad agire lavorativamente perché conta la professione e non il cosa tratta, ma di questo io non ne sono affatto certa. ho vissuto una piccola rimpatriata di classe ed è stato strano: nessuna nostalgia, solo molta distanza oggettiva. ci sono due concerti a cui vorrei andare incredibilmente senza che le mie finanze me lo permettano e vorrei vedere anche la bohéme, a dire il vero, ma non riuscirei mai a trovare qualcuno che me la possa spiegare, e neppure qualcuno con cui andarci. e oggi nella metro pensavo che non è che perché io ora sia a milano debba accontentarmi di quello che non ho mai accettato (e non capisco perché tutti mi chiedano se qui io abbia parenti. no, sono un’emigrante solitaria, pare così strano?). non è cambiato nulla, continuavo a pensare, non cambierà certo ora, io lo so quello che voglio e che non voglio nella mia vita privata, e passi per quella professionale dove c’è e forse ci sarà sempre un grande cartello con su scritto work in progress, ma per il resto nulla è cambiato nel mio modo di essere e di agire. e poi pensavo che il futuro è già stato scritto e devo solo imparare ad accettarlo. e forse dovrei smetterla di pretendere tutto e subito da me stessa perché dal massacrarsi gratuitamente ci ricavo solo qualche mal di stomaco e un po’ di occhi lucidi sul tram o per strada e questo, ora, io non posso più accettarlo da me stessa.  

del cadere

cade il governo, cadono certe convinzioni, cadono lacrime dai miei occhi, cadono fotografie mentali, cadono sorrisi, cadono parole che non avrò mai il coraggio di pronunciare, cade quasi tutto e allora a cosa ti aggrappi, a quel punto? a cosa puoi aggrapparti? certo non a una canzone che è un magone dalle primissime note e che tu, ostinata e masochista, continui ad ascoltare. odio gli sprechi. odio la mia insoddisfazione. odio il credere, o meglio il sperare, che tanto poi c’è altro e se le cose vanno male poi c’è comunque qualcos’altro a farti sorridere, o solo stare bene. ad esempio un sogno, oppure degli occhi, oppure un luogo, oppure un desiderio. perché non è mica vero, cazzo. spesso non c’è proprio niente altro, non è un’illusione ottica, è proprio così. ma questa consapevolezza fa piangere solo me? e che io valga qualcosa, e che io non sia la persona più mediocre e scialba e insignificante del mondo, una che sa solo parlare e stare nel suo mondo e poi non sa vivere, non sa lavorare, non sa amare, non è mica detto, anzi. a vedere dai risultati, diresti che riassumi in pieno quanto appena scritto. (e non valgono le amiche che ti giurano il contrario, non valgono affatto, né chiunque ti dica delle cose carine)

nello sfregio della notte

Sto  nello sfregio della notte.
Senza intesa. Senza accollarmi il fagotto e
salvarlo. Oggi non salvo. Sono io la bufera
che rovina. Sono la spina, il buco, l’inciampo.
Sono io l’innesto sbagliato che darà un frutticino
sgorbio. Sono il relitto il rifiuto, la cosa rotta
l’urlo incenerito, la cappa che fa fumo. Sono io.

Mariangela Gualtieri

devo abituarmi ancora ad un sacco di cose, ma soprattutto devo abituarmi che in questa mia nuova realtà così desiderata possono accadere comunque cose meravigliose. anche, o forse soprattutto, quando il cielo è grigio, perché questo grigio ha in sé una malinconia poetica che me lo fa sentire vicino. e così devo abituarmi al fatto che cose meravigliose possono accadere sempre. come che ho conosciuto una persona che mi pare stupenda, che stamattina non mi ha detto nulla, solo in silenzio mi ha guardata e poi mi ha chiesto se volessi uscire con lei, ed è stata la cosa più bella degli ultimi giorni questa, così sincera e inaspettata e dolce; come che ho guardato un bellissimo film in bianco e nero, la vita è meravigliosa, che io e la mia coinquilina ci dicevamo: chissà se guardarlo ce ne convince, e l’happy ending dalla frase “remember that no man is a failure who has friends” un po’ te ne ha convinto davvero; come che domani è il mio primo giorno di lavoro (sperando non sia anche l’ultimo); come che loro ci sono sempre per me; come che non importa se continuo a sentirmi diversa e lontana da molte persone che incontro, perché poi conosco nuove persone che invece mi capiscono e si pongono le mie stesse domande ed è come se ogni volta vi fossero nuovi inizi e nuove speranze.

(nello sfregio della notte accettare e accettarsi, ascoltare e ascoltarsi, parlare e parlarsi, colpevolizzarsi e perdonarsi, piangere e sorridere, con l’unico coraggio – o incoscienza – che hai, quello che speri non ti abbandoni mai)

del ritrovare, casualmente

(sei marzo 2005 )

(ascoltando romeo and juliet, e ricordando sensazioni e profumi, e ritrovando casualmente questo pezzo scritto in un’altra vita, ed eppure) 

desiderio di guardare con gli occhi della poesia, dostoevskij afferma che sarà la bellezza a salvare il mondo ed io mi chiedo se si riferisca anche alla bellezza dell’anima perché shakeaspeare scrive che la reputazione funge da fondamento per un uomo mentre io credo che nulla conti più dell’anima, l’anima ed i suoi mille colori – s’intende -, e tutto il resto segue a ruota,

ognuno deve continuare a percorrere la propria strada qualunque essa sia senza mascherarsi dietro insulse cattiverie da mercato che celano rancori e rabbie perché sono proprio i rancori e le rabbie a far invecchiare, non penserete mica che siano gli anni?
respiriamo

navigare in acque limitrofe al timore di non essere all’altezza della vita che desideri, sottili ansie perforanti lo stomaco, odioso rigore da bruciare, non lo so come si fa a polverizzare il rimpianto,

cerco complici di vita, ho bisogno di più bianco meno nero più arancione meno marrone e meno viola, 
voglio le fisarmoniche e le foglie gialle di hyde park
“ora che il vento è favorevole mi accingo ad issare le vele ” perché il vento lo decidiamo noi se è favorevole questione di prospettive lo impareremo mai noi uomini che è tutta una fottuta questione di prospettive?

accordi di violino si accendono nella mia frastornata mente fiori appassiti ancor prima di sbocciare mi regalano qualche lacrima che evapora – non sempre si secca almeno quanto non sempre si germoglia non dimentichiamolo –
spettatrice incredula di vite che regalano insoddisfazioni ed incapacità di reagire – solo frustrazione aberrante che sfocia in delittuose azioni di invidia ed immaturità
il sipario non si è neppure aperto ed è già la fine, la triste fine di chi è stato capace solo di leggere un copione – inutile quanto fuorviante – immerso in specchi, tristi palliativi di cieli
e la vita fuori da vitrei palcoscenici vittimistici non l’ha adorata neppure accarezzata solo desiderata – scioccamente e stupidamente – senza tendere le braccia per stringere l’aria
alibi su alibi
impossibilità a capire
impossibilità ad essere
impossibilità ad ottenere qualcosa che abbia nome e che non viva solo negli anfratti di una memoria semplice e squallido frutto di voci distorte
di desideri altrui rubati per un giorno e poi per la vita
desideri incomprensibili a chi ha costruito la propria esistenza intorno a quegli specchi tessendo continui elogi ai propri lamenti
incapace a fuggire
a salvarsi 
a vivere

cosa mai potrà essere o rimanere della rabbia del rigore dei principi razionali che non permettono un solo passo oltre la staccionata?

della felicità

in un mese sono accadute più cose che negli ultimi due anni, quasi. non esagero. e non esagero neppure quando dico che in alcuni istanti, ad esempio quando esco di casa la mattina, o quando faccio lo slalom tra pozzanghere mentre la pioggia scrosciante non accenna a diminuire, penso che sono felice. che poi uno pensa che chissà cosa sia, la felicità. non è uno stato permanente, per fortuna, ché altrimenti non sarebbe così meravigliosa (un po’ come quando incontri qualcuno con cui stai bene: se accadesse di continuo sarebbe pura noia e abitudine opaca). si tratta di istanti fugaci che lasciano una scia inconfondibile di calore e speranza – il contrario del gelo improvviso, quando non hai neppure le lacrime per piangere e tutto sembra congelato. e poi ricevere una telefonata che speravi entrasse a far parte della tua vita, abbracciarsi forte con la propria coinquilina, rimanere di notte a guardare con un’altra C’era una volta in America e pensare: come ho fatto ad aspettare così tanto per vederlo? e intanto quest’Italia pare affondare sempre di più nella mediocrità che può lasciar spazio solo alla desolazione (cosa si può fare, qualcuno lo sa?), mentre io penso ad abituarmi ad avere due teatri vicini e penso a quello che non racconterò mai a nessuno perché è solo mio, penso al quisque faber fortunae suae, penso a questo cielo azzurro che sa stupirmi perché è raro, inaspettato e forse anche per questo più sincero, e penso che l’immagine che ho della felicità possa essere racchiusa esattamente in questo.

del perdersi (prima o dopo)

… e poi non lo so, mi sono persa, o forse mi ero persa prima e in fondo lo sapevo, o perlomeno lo sentivo, ed è per questo che stavo così male? perché ora tutto mi sembra così naturale, come se mi fosse sempre appartenuto, seppur inconsciamente? tutta questa irrimediabile distanza che percepisco nei confronti di quello che era senza che io possa riuscire ad arginarla (che senso avrebbe?) e tutta la naturalezza con cui invece guardo questa città, il cielo grigio la mattina e i lampioni ancora accesi quando esco di casa (e senza provare alcuna nostalgia per nulla), oppure quando cammino sotto la pioggia per le strade del centro e poi mi addentro in vie che non conosco per curiosità, e di sera prendo i tram per tornare a casa mentre mando messaggi oppure telefono, e poi incontro persone che non conoscevo, e mi perdo in pensieri disordinati e confusi eppure coerenti e cristallini, e mi ritrovo a parlare di me con chi non ho mai visto prima, e volgo lo sguardo al duomo ed è una sensazione strana, ancora, e intanto sorrido per le canzoni che passa il lettore mp3, e condivido una casa con tre ragazze diversissime da me, e non c’è nulla di strano che io senta in tutto questo, come se fosse così naturale da sembrarmi scontato, e io questa sensazione indefinibile l’ho desiderata da sempre, lo capisco ora, sensazione di mancata appartenenza che scivola un po’ più lontano per un istante, e così comprendo con maggiore lucidità tutta l’estraneità ingoiata e sopportata, l’idiosincrasia verso ogni costrizione mentale e ogni squallore che sembravano l’unica via possibile per vivere e invece non lo sono, ne sono sempre più convinta, e anche se sarà comunque tutto difficile, anche se la sensazione di avere qualcosa di sbagliato probabilmente non andrà mai via, anche se le mie pretese rimarranno sempre troppo alte per quasi tutti, anche se non riesco a fingere mai, anche se non posso non sentire le distanze oggettive e prenderne atto, anche se non so essere diplomatica, anche se sono egoista, anche se non mi interessa poi tanto essere capita, anche se perdono difficilmente, anche se sarà difficile far quadrare i conti ogni mese, anche se non potrò avere tutte le gonne e le borse che vorrei, io tutto questo voglio assaporarlo minuto per minuto per averne bene impresso il sapore e non dimenticarlo più.

E a primavera prendo una bicicletta, questo è certo.

dei tempi da sognare

C’è un tempo per tutto e bisogna avere il coraggio e l’onestà di ammetterlo e di viverselo, quel singolo tempo, unico e irripetibile, che non tarderà a svanire, e come già si è detto su questo blog, i rimpianti sono assolutamente banditi. C’è il tempo dell’amarezza che può sconfinare in una strana dolcezza, c’è il tempo delle paure che si mischiano all’ardire dell’incoscienza, c’è il tempo in cui bisogna mettersi in discussione e quello in cui è necessario parlare, fidarsi e chiudere gli occhi. C’è il tempo del rimanere in silenzio, aspettando, e il tempo in cui ogni attesa si mostra vana e illusoria. C’è il tempo in cui bisogna riconoscere le proprie sconfitte e quello in cui non ci si deve considerare perdenti solo perché si è teso a un oltre che forse non esisteva, ma che pur sempre era un oltre, e io per gli oltre, e per chi ci crede e non solo a parole, nutro il massimo rispetto.

Ieri qualcuno mi ha chiesto se mi mancasse qualcosa della mia *vecchia* vita e io sono stata sincera, ho risposto che mi manca la mia gatta, ché mi manca terribilmente addormentarmi con lei sul letto e alla nostalgia futura ci pensavo le ultime volte che la accarezzavo, e poi basta, non mi manca nulla, per ora almeno. E’ tutto già lontano, in una maniera spontanea e logica. Iniziano a sembrarmi naturali molte cose, perfino cucinare e pensare alla lavatrice e alla spesa, anche organizzare serate cinematografiche con le mie coinquiline, anche guardare insieme il cartone animato di Notre Dame di Paris e poi parlare di Pasolini e Bergman, anche guardare qualche schifezza in televisione e intanto chiacchierare sul divano, anche raccontare dei miei colloqui alla ragazza con cui mi trovo meglio – e che ovviamente è quella che va via prestissimo – anche organizzare aperitivi, anche camminare veloce con la musica nelle orecchie, anche prendere la metropolitana, anche incrociare sconosciuti gentili e sorridenti, anche incontrare un ragazzo bellissimo che mangia da solo e sul tavolo possiede una copia de Il giovane Holden in inglese (mentre pensi che sia uno spreco enorme che ragazzi così belli stiano lì da soli), anche camminare senza meta e scoprire nuove vie, fermarti a leggerne il nome, sentirti bene perfino con il cielo scuro che sovrasta la città, e poi realizzare piano piano dove sei e tutto quello che è a un passo, ora. E pensi che quando avrai un lavoro ti piacerebbe avvicinarti a realtà culturali, di volontariato, di arte, tutto quello che insomma ti è sempre mancato e che qui è meravigliosamente ovunque.

Tutto questo sembrava impensabile fino a un mese fa. Un mese fa non eri laureata e molte cose sembravano lontane e impossibili, e ti senti grata per tutta l’energia potenziale che respiri intorno a te. E ieri pensavo anche che bisogna avere il coraggio di proferire dei no, delle volte, e io questo voglio impararlo, dire no quando è necessario se non indispensabile, quando dovremmo accettare quello non può essere accettato, perché certe volte non è questione di tempi ma solo di cuore e di cercare di non deludere se stessi e quello che si è sempre sognato, perché non bisogna vergognarsi dei propri sogni: sarebbe sciocco questo, non sognare. 

C’è un tempo d’aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.
[…]
Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare.

Fossati, C’è tempo

delle catenelle smagliate

Se la parola amore è
uno straccio lurido,
se non ho altra lingua per dire cosa
amo, se l’anima adesso è un ingombro
e il ciclo un posto come un altro
se dormiamo e dormiamo

se il mio canto è schiacciato nel cantone
se il mio canto o il tuo, se il mio canto

se tutte le parole dei savi sono troppo
lente per questa corsa sui cocci, se anche
le bestie in quel loro morire bastonate
neppure si rivelano

se c’è una tosse se c’è una
tosse che incrosta il cielo
e poi lo sputa

se abbiamo nemici dentro le teste
e macchinette rotte

se la mano è scontrosa alla mano
scontrosa rompe l’onda e il ramo
rompe l’ala e il becco

se abbiamo salmi stonati
se le macerie sulle facce stanche
fanno il peso di tutta la storia

se poi nessuno viene
nessuno s’alza dal fradicio delle tombe
a consegnarci un grappolo, una tazza
un giuramento alla luce
se se se

se c’è una sete che ci ammala
se c’è un sorso per chi ha sete
se davvero davvero muove il sole
se muove il sole e l’altre stelle
se la sua gran potenza, sua gran
potenza d’antico Amor,
se il nostro cuore è immenso
se il nostro cuore
talvolta è immenso, se le
stelle nascono, se è vero che nascono
anche adesso, se siamo polverine allo
sbaraglio, catenelle smagliate,

benedico ogni centimetro d’Amore ogni
minima scheggia d’Amore
ogni venatura o mulinello d’Amore
ogni tavolo e letto d’Amore

l’Amore benedico
che d’ognuno di noi alla catena
fa carne che risplende

Amore che sei il mio destino
insegnami che tutto fallirà
se non mi inchino alla tua benedizione.

Mariangela Gualtieri

dei desideri

… poi succede che trascorri tutto il pomeriggio a chiacchierare con la tua coinquilina, ed è una sorpresa per te scoprire quanto ti ci trovi bene a parlare, perché parli spontaneamente di te, di questi giorni difficili e soli (in cui ti sei sentita però un po’ a casa perché il tuo telefono squillava di continuo ed erano le tue Amiche che ti parlavano e poi ti ascoltavano e ancora ti dici che non sapresti cosa fare senza di loro) e di quello che provi, di come ti senti e di quello che vorresti, e poi ascolti lei, confidenze tra sconosciute, ed è una cosa bella e inaspettata, e ti dispiace già l’idea che tra una settimana lei cambi casa, e poi la sera finalmente esci, e parli, e ridi, e lì c’è la tua amica grazie un po’ alla quale ti trovi qui (e intanto ripensi alla domanda che ti ha fatto la tua coinquilina, e se un’estranea legge i tuoi occhi forse c’è da preoccuparsi) ed è tutto così strano, e poi torni a casa e rimani a chiacchierare e a ridere, e per domani ci sono in bocca al lupo che non ti aspettavi, e pensi che c’è tutto da vivere, inizia ora, però sai anche quello che vuoi, e quello che non vuoi, quello che desideri e quello che non ti interessa, la nausea per uno sguardo e il magone per un altro, ci passa una linea netta e irreversibile in tutto questo, sei sempre stata decisa in tutte le cose che hai voluto e in quelle che hai lasciato indietro, e a volte mi sento estremamente stupida e bambina e inadeguata ma capricciosa e viziata no, non lo sono cazzo, quello che voglio è una voglia che attraversa lo stomaco e lambisce ogni tratto della mia pelle e del mio corpo e della mia anima (sì, c’è chi ha anche un’anima, e pure sincera, incredibile), sono qui per questo dopotutto, perché l’ho desiderato ardentemente, così ardentemente da non rendermene ancora conto, perché è l’unico modo che ho di vivere e di desiderare cose situazioni e persone, non riesco a non vivere altrimenti, e non mi voglio abbastanza bene, come sostiene qualcuno, ma è impossibile conciliare il volersi bene con i desideri che fanno male, in fondo è per questo che ho sofferto atrocemente questi anni nella mia alcatraz, e tutto quello che vorrei è così leggero da sembrarmi dolce e ridicolo un istante e troppo amaro e pesante quello successivo, e allora io non lo so, vorrei iniziare a volermi davvero bene ma non ce la faccio, non ce la potrò mai fare, a guardarmi negli occhi allo specchio senza non abbassare lo sguardo, perché tanto da te stessa non ci scappi, diceva Freccia, e non importa che sia Milano o Bari, ci sono cose immutabili, ed è questo forse a farti paura: sapere che forse avrai ancora voglia di strapparti la pelle dal corpo.

« Older Entries