Archive for 29 novembre 2007

dei numeri

(vorrei che questi due giorni rimanessero per un po’ sospesi e cristallizzati dentro me, continuando a lasciarmi questo sorriso timido e a tratti esitante, ché ne ho quasi paura. non c’è nulla che faccia più paura della quasi felicità. vorrei sentirli muoversi con delicatezza; vorrei che si propagassero in maniera soffusa ma sempre più intensamente, senza lasciarsi incastrare più da aggettivo alcuno)

Milano mi è sembrata diversa dalle descrizioni a cui ero stata abituata. Se dovessi scegliere incautamente un aggettivo, con l’incoscienza di chi non sa ancora di cosa parla, sceglierei di definirla nascosta. L’aggettivo nascosto mi piace molto: implica un intero mondo da scoprire dietro quello che appare a un primo sguardo, e forse in questa mia sensazione è racchiusa anche una speranza. 

Ci sono dei numeri che girano intorno a me. A meno di quattro settimane da un trasloco; una casa a venti minuti di tram da una delle mie più care amiche, a cinque minuti da uno dei luoghi che credo amerò di più (e chi mi conosce può immaginare a cosa mi riferisca), a quindici (?) minuti dal centro (o forse io vivrò già in centro, questo ancora non l’ho capito). 

E’ la prima volta in tutta la mia vita, credo, che amo i numeri.


(e poi ci sono già cose belle e pensieri stupendi, come un concerto a cui questa volta non potrò mancare, possibilmente con la mia querida)

it’s been a long time coming

Il mio primo libro vero, quello in edizione integrale e senza immagini, l’ho letto all’inizio della seconda elementare. Si trattava del libro di Dumas I tre moschettieri e ricordo che, leggendolo, sottolineavo tutte le parole che non conoscevo (praticamente quasi tutte). Dopo quel romanzo ce ne furono tanti altri. Scoprii il personaggio di Jo di Piccole donne e decisi che “da grande” avrei fatto la scrittrice. Scrivevo lunghissimi temi che negli anni delle scuole medie erano apprezzati ed elogiati dai professori di italiano, e talvolta letti anche  ad alta voce. Per me scrivere era la cosa più naturale e facile del mondo.
Negli anni del ginnasio avevo una professoressa che ai temi di italiano mi assegnava sempre lo stesso voto: sette meno. Assegnava otto e nove a una mia compagna di classe che scriveva frasi costituite da soggetto verbo complemento punto. Durante gli anni del liceo, comunque, mi sentivo ripetere spesso che scrivevo bene e che facevo emozionare. Le mie amiche che dovevano scrivere lettere o che non avevano spunti per i loro temi, chiedevano suggerimenti a me. Io ne sono sempre stata egocentricamente felice, anche perché si trattava di qualcosa che amavo tantissimo. Del resto, sono sempre stata convinta che se in tutti questi anni qualcosa mi abbia salvato, quella è stata la scrittura.

Lo scrivere è un qualcosa di estremamente soggettivo così come è personale il gusto che ci fa prediligere uno stile piuttosto che un altro. Ma non riesco a non essere amareggiata dall’ennesima docente che, in virtù della sua posizione, si è arrogata il diritto di giudicare uno studente. Non riuscirei a spiegare quello che ho provato sentendomi rivolgere frasi taglienti e cattive circa il mio non saper scrivere e il mio non conoscere neppure la punteggiatura.

Quello che più mi ha ferito, però, è l’essere stata accusata del tentativo di imitare lo stile della scrittrice da me scelta. E’ difficile descrivere l’umiliazione che si può provare in una stanza in cui vi sono diverse persone, tutte intente ad ascoltare questa professoressa che non si è mai interessata al tuo lavoro, la quale a due giorni dalla scadenza di consegna della tesi (scadenza di cui peraltro lei neppure ricordava la data esatta), ti chiama alle nove di sera per dirti che il tuo lavoro è un disastro. La mattina seguente, in questa stanza in cui sono presenti persone che vanno e vengono, è lì a ripeterti quanto sia stato immane il lavoro di correzione da lei apportato, sottolineando la tua incapacità di scrivere e il tuo essere lunga e oscura nei periodi, arrivando perfino a controllare sul vocabolario l’esistenza di una parola da te scritta (liutista, nulla di alieno).

E’ difficile descrivere lo smarrimento di quando ti senti ripetere a più riprese che hai voluto fare la “woolf*iana” nella maniera di esprimerti (che nel bene o nel male è il mio modo di esprimermi, sia scrivendo che parlando, e non riuscirei a fare altrimenti, ché quando scrivo spesso io vedo quello di cui parlo), che hai voluto scrivere copiando la scrittrice in questione, tu che scrittrice non sei e che devi scrivere unicamente per soggetto verbo complemento punto. I due punti e i punti e virgola, ad esempio, non esistono. Non è contemplata neppure l’emozione che ti ha portato a scrivere qualcosa che hai trovato bello a tal punto da volerne trasmettere la vibrante intensità da te percepita. Anche le nozioni circa le note a piè di pagina, che hai appreso dalle redattrici di alcune case editrici, ti sono state contestate.

Io che ho la passione della scrittura da almeno quando avevo dieci anni, io che avrò anche un modo pessimo di esprimermi, sono stata accusata di imitare lo stile di una grandissima scrittrice, con tutta la pesantezza che tale affermazione comporta.

Potrei continuare a raccontare il profondo disagio che ho provato, la rabbia verso una docente arrogante, ignorante e indegna della posizione che ricopre, come tante ce ne sono. Come potrà mai cambiare la scuola con “insegnanti” simili?

Sono però cosciente che né crampi allo stomaco né lacrime rabbiose abbiano un qualche senso, e quando domani avrò consegnato il mio lavoro che tanto più mio non è, considerando quanto sia stato cambiato nello stile, nel ritmo, nelle immagini visive che la scrittura racchiude in sé, penserò unicamente a una frase: it’s been a long time coming e sorriderò.

della bellezza, ancora

[…] Infine, non posso non ringraziare mentalmente un artista straordinario per le parole di una sua canzone che sostiene l’esistenza di poeti in grado di spostare fiumi con il pensiero e di naviganti capaci di parlare con il cielo. Credo infatti che la poesia e la passione rivestano un ruolo fondamentale nei propri sogni e aspirazioni, e sono certa che siano la bellezza, la poesia e il romanticismo a tenere in vita l’uomo, come suggerito in un meraviglioso film.
Un grazie va dunque a tutti gli artisti che, sotto forma di romanzi, poesie e canzoni, mi hanno fatto scoprire la bellezza, la stessa bellezza il cui incanto ho cercato di esprimere attraverso questa tesi e le parole di Virginia Woolf, una donna e una scrittrice a cui devo tanto.

… il che forse non rientra nei “canoni” dei ringraziamenti finali di una tesi, ma è una delle cose che più mi ha dato soddisfazione scrivere, e arrivata a questo punto non mi interessa altro. Perché è un qualcosa di terribilmente mio. Perché sono io, con tutta la mia sincerità e il mio modo di essere e di sentire, con i miei slanci e la mia caparbietà nel voler credere in certe cose, anche quando mi sento stanca e sfiduciata e anche stupida, e chi mi conosce lo sa.

dei modi di vivere

Io continuo a non sapere come si possa vivere senza passioni. Ci penso, ogni tanto, e sono certa che un altro modo di vivere non mi causerebbe ansie, disastri emozionali e sbalzi emotivi capaci ad esempio di farmi avere gli occhi molto lucidi di sera, in un treno affollato, mentre ascolto l’ultimo album di Vecchioni, “Di rabbia e di stelle” (le cui canzoni racchiuse possiedono un tono incredibilmente vibrante, non saprei come altro definirlo).
Non mi farebbe emozionare porre il punto all’ultima frase della mia tesi perché non sentirei mio quello che ho scritto né sentirei vicina la grande scrittrice di cui ho parlato. Non proverei un magone tremendo misto a lacrime silenziose guardando la fine di Becoming Jane; non me ne andrei girando con nella borsa un romanzo proprio della Austen; e non passerei la notte sotto le coperte a leggere di Catherine, percependo la grandiosità e l’acume e la sensibilità e l’attualità (sì, l’attualità, e fanculo se nel Duemilaesette tutto sembra solo sesso e superficialità, perché non è così) di cui i personaggi di Jane si ammantano.

Probabilmente non sorriderei così tanto all’idea di essere entrata in una redazione che scrive di letteratura e non avrei acquistato Zoo o lettere non d’amore di Sklovskij, percependo il bisogno di qualcosa che mi faccia bene al cuore, ma che soprattutto aiuti a non far morire le speranze che il mio cuore conserva gelosamente, seppur in maniera confusa e incoerente (ma è l’unico modo possibile, di questo ne sono certa).
Forse le persone intorno a me si renderebbero conto che io di me non parlo quasi mai davvero, al massimo accenno o faccio finta. Se non fossi passionale, non mi darebbero così fastidio gli opportunismi, le strategie, le frasi di circostanza, i gesti e le parole plateali, l’assenza di delicatezza, l’ostentata ricerca di originalità, lo sfavillio marcio di sentimenti caduchi. Non apprezzerei come faccio l’umiltà, la schiettezza, la genuinità e la riservatezza.

Non penserei a tutti i vuoti che non possono essere colmati; agli egoismi che mi fanno soffrire; non terrei tutto dentro, nell’incapacità talvolta di esternare i miei sentimenti.
Non soffrirei per tutto l’amore riversato che non è stato compreso, apprezzato né diluito con qualche abbraccio e un po’ di tenerezza; per le volte in cui ho cercato di essere il più possibile migliore per qualcuno, ancora prima che per me stessa; per quando mi sono sforzata di capire e giustificare fino a farmi male, senza che esistesse un briciolo di reciprocità (e senza la reciprocità nessun legame può essere definito tale, anche di questo ne sono certa).

Non volgerei lo sguardo all’ostinazione che ho sempre posseduto verso i coni d’ombra, nella convinzione che i contorni scuri e poco invitanti celassero i colori più incantevoli; non ricorderei più le volte in cui sono rimasta in silenzio, aspettando una parola o un gesto che non sono arrivati mai.

(ma tu hai tessuto sogni di cristallo
troppo coraggiosi e fragili
per morire adesso – solo per un rimpianto)
Elisa

della felicità #1

Cose che mi rendono felice:

– rivedere Colazione da Tiffany e ascoltare Moon river

– sapere che c’è chi riesce a farmi ridere quando ho voglia di piangere

– le ore in libreria

– le email delle mie amiche 

– le sciarpe di lana colorate

– le lunghissime chiacchierate in cui ci si racconta e ci si ascolta reciprocamente

– i silenzi condivisi, quelli senza imbarazzo

– guardare Ally Mc Beal 

– le empatie, soprattutto quelle inaspettate

Londra

– i dolci al cioccolato

– sentire qualcuno vicinissimo nonostante le distanze geografiche 

– la sensazione di libertà che provo mentre cammino per le strade di una città che non conosco

– rimanere di notte a parlare con mia sorella, nei nostri letti, insieme alla nostra (bellissima) gatta

– arrivare a Roma in treno

– sapere che c’è qualcuno a cui posso telefonare in qualsiasi momento io ne abbia bisogno, ed è lì, per me

– sorridere da sola ricordando alcuni momenti trascorsi

 

(ho scoperto che è molto più difficile di quanto possa sembrare, riuscire a trovare delle cose assolute in grado di rendere sempre felici)

delle persone

 

Scusate se sono un po’ commosso. E magari si vede. C’è stato qualche inconveniente tecnico e l’intervallo è durato cinque anni. C’eravamo persi di vista. C’era intorno a me la nebbia della politica, e qualcuno ci soffiava dentro. Vi confesso che sono molto felice di ritrovarvi. Dall’ultima volta che ci siamo visti sono accadute molte cose, per fortuna qualcuna è anche finita. Ci sono dei momenti in cui si ha il dovere di non piacere a qualcuno, e noi non siamo piaciuti.
[…] Personalmente sono convinto che quello che manca agli italiani è la speranza. Ricominciamo. Posso fare soltanto una promessa. Mia madre, terza elementare, mi diceva: “Niente bugie”. Ho sempre cercato, e cercherò, di darle ancora retta.

Enzo Biagi