Archive for 31 ottobre 2007

a scanty Number

Esistono persone bellissime non consapevoli di esserlo. Persone che tu lo senti quanto siano belle, e glielo dici, perché tu in loro la vedi tutta questa bellezza, ed è così inequivocabile e trasparente che rimani stupita nel comprendere come esse non se ne rendano conto, e come tutti intorno non riescano a percepirla.
Forse la bellezza non a tutti è dato di scorgerla; forse bisogna allenare il cuore e gli occhi; forse bisogna impegnarsi nel cercarla, e occorre allenamento e pazienza, e in pochi hanno tempo. 

Esistono le persone che ti cambiano la vita: quelle senza le quali, te ne rendi conto, non sarebbe mai stata la stessa cosa; quelle  che arrivano allo stomaco senza che tu te ne sia neppure accorta, senza che tu l’abbia chiesto. Senza che tu l’abbia desiderato. Quelle che la tua vita la sconvolgono; la travolgono; rivoltano te in una maniera così inaspettata da lasciarti un poco inebetita, quasi spettatrice assorta e incapace di fare alcunché.

E poi ci sono le persone che entrano ed escono dalla tua vita indistintamente dopo settimane o anni e di cui dimentichi pressoché tutto, come se non fossero mai esistite se non che per un nome, un collegamento mentale, una canzone che talvolta sopravvivono e che vagamente te le riportano alla mente, mentre ti rendi conto che nella tua esistenza si sono rivelate presenze sterili, insignificanti.

Ci sono persone che racchiudono dentro sé il sapore della poesia; della genuinità; dei colori dell’autunno; del profumo della notte; della melanconia. Persone che sono colori, suoni, sensazioni. Persone di cui non importa il bene o il male che hanno provocato: hanno cambiato te e la tua vita, e senza possibilità di tornare indietro.

Non ho ancora capito quanta bellezza e quanta tristezza siano racchiuse in tutto questo.

I know lives, I could miss
Without a Misery –
Others – whose instant’s wanting –
Would be Eternity -The last – a scanty Number
‘Twould scarcely fill a Two –
The first – a Gnat’s Horizon
Could easily outgrow –

Emily Dickinson

delle amicizie

Nutro la costante sensazione che tra le persone sia sempre più diffuso il parlare di niente.

Che le persone non ti ascoltino, che siano solo gente.
O che se pure ti ascoltano, sono totalmente disinteressate a quello che dici.

O che se pure non sono del tutto disinteressate, non sanno cosa dirti (ma qualcuno sa spiegarmi come si fa a non sapere cosa dire? ognuno dovrà pure avere una propria idea su qualsiasi cosa si parli. parliamo di vita vissuta, non delle teorie quantistiche, per dire). Se io ti parlo di me in maniera intima e personale, sarà forse che mi piacerebbe avere una tua opinione a riguardo e ascoltare le tue parole e sentire che per te è importante quello che sto dicendo? Sarà forse che è un modo per sentire qualcuno vicino quando ne hai bisogno? Sarà forse che mi irrita tantissimo chi non ti chiede mai nulla, non cerca di capire cosa stai dicendo, semplicemente annuisce e poi inizia a parlare di sé? Sarà forse che è bello sapere che a qualcuno interessa quello che dici e ci tiene a dire il proprio punto di vista per qualcosa che riguarda teSarà forse che è questa una dimostrazione di affetto, e non i banali ‘tvb’ (ebbene sì, c’è ancora chi li usa) o altre plateali parole di cui rimane un desolante eco di rimando?

Ho la grandissima fortuna di avere amiche che la pensano come me; persone che ti ascoltano, che si preoccupano realmente di te, che mi sono state empaticamente vicine quando sceglievo quello che sarebbe stato il mio futuro, che mi mandano annunci di case e di lavoro, che mi hanno chiamata di notte quando stavo male, che mi fanno venire gli occhi lucidi con le loro email, che hanno avuto l’enorme, eroica pazienza di ascoltare le mie paranoie, che sono riuscite a spronarmi quando ero immersa nell’apatia più assoluta.

Purtroppo, però, mi rendo conto che tutto questo è ormai una rarità, e me ne accorgo quando parlo e a chi ho di fronte non interessa nulla di quello che dico (ma allora perché continuiamo a parlare?), a chi mi interrompe senza curarsi assolutamente di quanto stavo raccontando (si parla sempre di vita personale, non del commento al XI canto del Paradiso), a chi non si degna di chiedermi qualcosa che sa essere per me importante (molto probabilmente neppure lo ricorda), a chi discorre per ore di nullità o di vite altrui, a chi mi cerca solo quando ha bisogno di parlare lei. Poi, però, si considerano simili rapporti ‘amicizie’, perchè magari ci si conosce da anni o perché è proprio questa la concezione di amicizia che hanno.

Si tratta di una concezione di amicizia che esula totalmente dall’ intimità d’anima, la quale per me è, oltre che meravigliosa, anche imprescindibile dal resto. Per me amicizia vuol dire prendersi un po’ cura di un’altra persona.
E’ questa, credo, la base fondamentale, a cui poi si aggiunge ogni altra cosa, come le colazioni al bar, l’alcool, le follie, le cene, il rimanere per ore a ridere per non si sa bene cosa, i film, le nuove canzoni, i treni, le mostre d’arte, le sigarette in macchina, le notti insonni, il raccontarsi le disavventure sentimentali e tutto quello che passa per la testa.
 

Mi chiedo se come al solito pretendo io troppo.

dance dance dance

Capisco, – dissi. Ma cosa devo fare, allora?

Danzare, – rispose. – Continuare a danzare, finché ci sarà musica. Capisci quello che sto dicendo? Devi danzare. Danzare senza mai fermarti. Non devi chiederti perché. Non devi pensare a cosa significa. Il significato non importa, non c’entra. Se ti metti a pensare a queste cose i tuoi piedi si bloccheranno. E una volta che si saranno bloccati, io non potrò fare niente per te. Tutti i tuoi collegamenti si interromperanno. Finiranno per sempre. E tu potrai vivere solo in questo mondo. Ne sarai progressivamente risucchiato. Perciò i tuoi piedi non dovranno mai fermarsi. Anche se quello che fai può sembrarti stupido, non pensarci. Un passo dopo l’altro, continua a danzare. E tutto ciò che era irrigidito e bloccato piano piano comincerà a sciogliersi. Per certe cose non è ancora troppo tardi. I mezzi che hai, usali tutti. Fai del tuo meglio. Non devi avere paura di nulla. Adesso sei stanco. Stanco e spaventato. Capita a tutti. Ti sembra tutto sbagliato. Per questo i tuoi piedi si bloccano.

Murakami, Dance dance dance

dei posti lontanissimi

C’è una poesia bellissima di un autore italiano, una poesia che una notte ho trascritto su un foglio blu che possiede delle schegge colorate: è una carta un po’ ruvida che conservo per le parole importanti e per le persone speciali. L’ho scritta di fretta perché non avevo tempo: c’erano dei numeri ad aspettarmi, e così la mano tremava un poco, e la calligrafia era veloce e nervosa; provavo però ugualmente un sottile benessere mentre le parole prendevano forma una dopo l’altra, percepivo il piacere di tutta quella bellezza e del gesto in sé e non mi importava che la scrittura fosse poco comprensibile: l’importante era che quella poesia fosse con me, piegata in due dentro un libro, perché era – è – bellissima e ogni volta che l’ho letta mi ha emozionata facendomi chiudere per un attimo gli occhi.

Questo foglio blu è rimasto a lungo dentro quel libro, non so se impassibile o forse un po’ deluso, e tutt’ora è lì, tra due pagine imprecisate di un romanzo che anche ho amato molto, e so che se adesso lo prendessi lo brucerei, perché si avvicina l’inverno, e il freddo si insinua tra le emozioni, ed è come se quell’inchiostro fosse ormai congelato assieme alla mia fretta e a quella notte e a quel piacere sottile che provavo; e a volte ho pianto all’improvviso nei posti più improbabili: al supermercato, in treno, per strada, in una stazione, mentre mangiavo, prima di addormentarmi, nella vasca di acqua calda quando la mia tristezza, all’improvviso, mi ha fatto ricordare un venerdì di diversi anni fa, in cui al telefono ripetevo ad una mia amica: “Sono un’idiota”, e bruciavo alcune fotografie e credevo che mai, mai sarebbe passato tutto quello, che sarebbe rimasta una ferita aperta e neppure l’ombra di una cicatrice. (poi invece con molta tenacia e dopo molto tempo è ovviamente divenuta una cicatrice quasi insignificante, e hai capito che allora tutto può passare, e nulla ti sembra più così terribile)

Ora vorrei una nuova poesia bellissima, perché quella non la voglio trascrivere mai più. La voglio adagiare in un posto colorato e lontanissimo che non conosco per ritrovarla tra molto tempo, quando profumerà di poesia e basta. La ritroverò assieme alle fotografie bruciate; ai baci che sembravano assolutamente sinceri; agli occhi che avrei voluto guardare più a lungo; alle lettere che non ho mai dato e alle email che non ho mai spedito; alle canzoni che mi hanno fatto vibrare; alle parole che non parevano vuote; a tutti gli addii, anche quelli taciti, e a tutte le parole non dette e fraintese e sbagliate; a ogni istante in cui ho desiderato accanto qualcuno che non è riuscito a sentirlo, che non ha voluto capirlo o che semplicemente non è mai esistito.


(e il mio maestro mi insegnò come è difficile
trovare l’alba dentro l’imbrunire)

Battiato, Prospettiva Nevskj

del prendersi cura di sé

… poi, semplicemente, decido finalmente di prendermi cura di me. Che non voglio sia più tempo di lacrime e nausea e inadeguatezze e magoni e malesseri vecchi. Ci saranno nuove strette allo stomaco e nuove occasioni in cui non mi sentirò all’altezza, ne sono certa, ma più nulla che appartenga ad un “ora” ormai sbiadito. Compilo liste immaginarie di quello che voglio ci sia in questo strano, imprevisto nuovo capitolo della mia vita, ma soprattutto annoto le tristezze, la rabbia, le delusioni, i tradimenti d’anima e le persone indegne che hanno fatto da sfondo a quello che finora ho respirato con una sofferenza il cui contorno neppure più riesco a distinguere, tanto si è infiltrato nella mia pelle. Annoto tutto con meticolosità, perché nulla di tutto quello riguarderà la mia vita da adesso in poi.

Ora mi impegno a ridisegnare i confini di ogni cosa e a lasciare che sia la polvere l’angolo ultimo di tutto quello che non ho più voglia di vivere perché dal suono stridente o dalla forma ingannevole, oppure dalla malinconia eterea, che non dovrebbe esistere affatto. Ora voglio prendermi cura di me nella maniera più intensa e appassionata possibile, smettendola di rovinarmi i momenti belli che ho meritato con coraggio e con paura. C’è sempre stato qualcuno o qualcosa che ha rovinato la bellezza di un viaggio, di una notte, di un compleanno, di tutto quello che per me era importante. E la colpa di questo è stata solo mia, fottutamente solo mia. A scuotermi c’è voluta la rabbia di mia sorella e il suo urlarmi quello che io invece non riuscivo che a ripetermi solo flebilmente, giocando ad ingannare me stessa con una punta di paura per i rimpianti, e con una dolcezza incredula e sommessa, di cui un po’ mi vergogno.

Ci sono dei limiti che non si conoscono finché non li si supera, o finché qualcuno non ci mostra che siano stati superati. Io ieri di tutto questo ne ho avuto una consapevolezza nuova e pungente, e allora voglio credere ancora una volta nella rinascita delle arabi fenici.
Voglio credere nelle tazze di tea caldo che riscaldano le mani e il cuore, nelle telefonate in cui ridi molto e nelle email lunghissime da scrivere e da leggere. Voglio credere che chiunque non si senta fortunato nel conoscermi e chiunque non pensi con dolcezza che io sia unica e impossibile da ritrovare, non valga neppure la pena di essere pensato. Voglio essere felice ascoltando Like a rolling stone di Bob Dylan e voglio sorridere rileggendo quella email che ho ricevuto ieri, in cui c’è scritto che in particolar modo un pezzo della mia tesi è davvero bello, e voglio smetterla di chiedermi come sempre quando ricevo un complimento: “Ma è una presa in giro?” perché in questo caso la suddetta persona che l’ha scritto supervisiona la tua tesi, non è certamente una tua amica, e non c’è alcun motivo per cui debba tesserti lodi laddove non lo meriti.

Voglio meritarmi gli abbracci più dolci e le parole più belle e i silenzi più rassicuranti e gli sguardi più intensi e le mani più sincere e le labbra più sensuali.

Voglio sentirmi orgogliosa di quello che sto scrivendo perché adoro Virginia Woolf e la delicatezza e la lievità che possiede nello scrivere i saggi, perché dentro ci sono io con le mie passioni e il mio ardire, perché dentro c’è una mia amica e c’è una notte gitana a Roma dove molto iniziò, e perché dentro c’è l’inglese e tutto quello che mi lega a questa lingua.

Voglio continuare come ho sempre fatto a chiamare le cose con il proprio nome, e nell’ordine: le persone stronze, quelle egoiste, quelle false, quelle stupide, quelle che ti spezzano il cuore e anche quelle inutili. Voglio finalmente chiamare per nome la città dove andrò, Milano, che sento saprà affascinarmi in qualche modo, e a cui lascerò un pezzo del mio cuore. Perché io non vedo l’ora di lasciare sparsi pezzi del mio cuore e dei miei sorrisi e dei miei occhi, purché ne valga la pena, con un incanto che mozzi il fiato, ché anche respirare può – o forse deve – diventare magia.

domande #2

Perché la maggior parte delle persone non contempla la possibilità che tra lo stare insieme a qualcuno per “amore” oppure il ritrovarsi in apnea, accontentandosi, per rifuggire al terrore di sentirsi soli, esista una semplicissima via di mezzo?

La via di mezzo consisterebbe nella banalità dello stare da soli se non c’è nessuno per cui valga la pena mettere in gioco se stessi, rinunciando anche ai propri egoismi e alla propria totale indipendenza, questione questa per nulla semplice. Suona così difficile comprendere un’eventualità del genere? Non credo che chi scelga di stare da sola aspetti il principe azzurro. Credo che sia una questione di rispetto verso se stessi e verso l’altra persona.

Non la considero una scelta semplice, perché probabilmente sarebbe più comodo stare con qualcuno che almeno all’apparenza riempia i nostri vuoti, i momenti in cui desidereremmo un abbraccio o quando vorremmo sentirci cercati. A me personalmente, però, fa più paura un rapporto di cartapesta della solitudine. Non considero giusto o sbagliato l’intrattenere una relazione per noia, per monotonia o consuetudine; non mi interessa neppure la questione: ognuno vive come meglio crede. Quello che mi lascia perplessa è notare come risulti difficile comprendere il: “Piuttosto che stare con qualcuno che non mi piace davvero, sto da sola”.

Questa estate una mia amica voleva ad ogni costo farmi uscire con un ragazzo che a suo dire era “giusto” per me. Conoscendo il suddetto suo amico, il mio sgomento era evidente; nonostante questo, però, mi risultava difficile frenare i suoi entusiasmi e la sua fantasia che ci immaginava già una coppia felice e appagata. Anzi, con il mio netto rifuto rischiavo di apparire quella che parlava con ritrosia pur volendo l’esatto contrario. Così ho deciso di giocare l’ultima carta. Raccogliendo le prime banalità che affioravano nella mia mente per farle comprendere quanto poco sarebbe stato interessante un appuntamento con questo suo amico, le ho sciorinato alcune peculiarità che a mio dire dovrebbe possedere una persona con la quale potrei andare d’accordo.

Sono stata banalissima: le ho parlato di interessi come il cinema e il teatro e i viaggi e la lettura; le ho raccontato quanto vorrei una persona estremamente curiosa, a cui piaccia osare e che mi renda migliore e che mi affascini con la propria cultura; che sappia ascoltare davvero e che gli interessi farlo; che non voglia passare il tempo libero nei centri commerciali; con cui ci sia uno scambio reciproco di idee e conoscenze e con cui si possa ridere di sciocchezze ma anche parlare di discorsi astratti e filosofici ed esistenziali e dei propri dubbi e paranoie, ché anche di questi siamo fatti. Che insomma sia un rapporto appagante sotto il punto di vista fisico ma anche celebrale, dal momento che considero meravigliosa anche l’attrazione mentale. Le ho detto che vorrei un rapporto in cui la noia sia sempre contrastata da nuovi interessi, dalla voglia di andare sempre un po’ oltre, seguendo quella frase che mi accompagna ormai da anni: “Non può essere tutto qui”. 
Lo so, sono banalità imbarazzanti. Lei però mi ha guardato come si guarderebbe un’aliena e in maniera costernata mi ha detto che nessuno, neppure il suo ragazzo (con cui convive da due anni), era così; che non aveva mai conosciuto qualcuno che assomigliasse vagamente a quanto gli avevo detto, e che secondo lei una persona così non esisteva.

Mi chiedo: ma allora su quali basi si fondano i rapporti odierni? Se mancano elementi (per me) vitali come il cinema e la musica e la letteratura; se manca la curiosità; se manca l’interesse per i viaggi; se manca la voglia di condividere con l’altro le proprie passioni personali; se manca l’attrazione celebrale… cosa regge questi rapporti? Di cosa si arriva a parlare dopo un poco? E’ per questo che sento parlare sempre più spesso di tradimenti, anche tra persone che convivono o che addirittura sono sposate? E’ per questo che ormai stare con qualcuno non assomiglia neppure più vagamente al provare una responsabilità verso l’altra persona (oltre che all’amore, che pure dovrebbe essere scontato)? Non sarebbe più semplice stare da soli e fare quello che si vuole?

Non so se si tratti più di superficialità o più di opportunismo; non so neppure se sono io l’ingenua che a venticinque anni crede ancora (?) in un rapporto sentimentale che si basi innanzitutto su quelle che definisco realmente ovvietà, senza le quali io non potrei neppure immaginare di costruire qualcosa, perché non saprei proprio su cosa fondare una relazione.

A chi mi dice che non posso capire, vorrei idealmente rispondere che in tutta onestà sono contenta di non capire e di tenermi stretta le mie aspettative, che sono certa non essere realmente aliene.
 

C’è un lampione che si accende proprio sotto casa tua
quando passo nella notte
forse è un caso forse no.
Sembra tutto fatto apposta per scommettere su te
e se mai restasse spento
farei finta che non ci ho creduto.

Perturbazione, On/Off

domande

Mi chiedo come io abbia fatto finora senza l’oroscopo di Internazionale (che non è un oroscopo nell’accezione classica del termine) e senza le parigine, soprattutto quelle a righe colorate. Sono mortificata da me stessa e non riesco a perdonarmi e a farmene una ragione.

(intanto il mio esaurimento galoppante si placa parzialmente solo di sera, quando mi ritrovo sotto le coperte a guardare film come Amores perros e La sposa turca, di cui consiglio vivamente la visione, e mi rendo conto che anche il cinema – un po’ – mi salva, perlomeno in attesa di profumi, odori, colori, carezze, vino rosso e stupori che non assomiglino mai a rimpianti e incertezze, ma solo a possibilità nascenti e calde e dolci per proteggere dall’inverno, dall’inquietudine e dall’amarezza della disillusione)

Desidererei immensamente trovarmi in montagna, adesso, in quel campo meraviglioso di fiori colorati che questa estate mi ha reso felice, e poi distendermi tra l’erba e chiudere gli occhi.

that I would be good

Nutri sempre più spesso la sensazione che la maggior parte delle persone attorno a te non ti capisca. Sai però che è esattamente il contrario: sei tu che non capisci più loro. E sai anche non c’è nulla che possa porsi come argine verso tutto questo inevitabile fluire di cambiamenti e di partenze, vere o mentali che siano. Avete condiviso anni di sorrisi e lacrime e insuccessi e speranze, e ora ti senti sola. Sarebbe dovuto accadere, prima o poi: significa crescere e intraprendere nuove strade, spesso solitarie.

A volte pensi a quando avevi paura delle persone, o perfino ad entrare in un negozio, per non parlare dell’esprimere ad alta voce le tue idee. Rimanevi spesso in silenzio, convinta che quello che avresti detto tu sarebbe stato sicuramente stupido e fuoriluogo. Ora i tuoi silenzi si nutrono di sfumature molto belle per chi le sa cogliere, e se qualcuno non ne è capace, non è certo un tuo problema.

Spesso pensi alle persone che ti hanno conosciuta così come chi ti conosce da poco non saprà mai, e affiora della nostalgia. Loro ti pensano, tu lo sai, ma il passo fluviale della vita e del proprio egoismo (che è naturale, ma fino a un certo punto) ha avuto il sopravvento. Non sei affatto certa che sia normale così ma fai finta di aver imparato.

Sei sola ad affrontare tutto quello che sarà, e sai già che ti perderai svariate volte, e purtroppo non solo in senso metaforico, anzi: è più probabile che questo accada letteralmente, ché per il resto sai cosa vuoi e scommetti con te stessa che non arretrerai di un solo centimetro da quello, sebbene le variabili di vita da considerare siano sempre tante, e l’avverbio “mai” si possa rivelare inaffidabile e incostante.* Per le strade sconosciute e il tuo inesistente senso dell’orientamento, comunque, non c’è molto da fare.

Non hai paura (solo un po’), e se a volte hai gli occhi lucidi è per la tensione accumulata nell’ultimo anno, per l’emozione per quello che sarà, per il dolore lancinante verso chi non c’è più e perché vorresti sentirti migliore di quello che sei. Senti che non ti sforzi mai abbastanza di esserlo; ti chiedi se non si riesca a diventarlo solo insieme a qualcuno ma non vuoi conoscere la risposta perché di questa sì, ne hai terribilmente paura.


That I would be loved even when I numb myself

That I would be good even when I am overwhelmed
That I would be loved even when I was fuming
That I would be good even if I was clingy
That I would be good even if I lost sanity

Alanis Morisette


*
 svariate volte avevi affermato con profonda convinzione che “mai” ti saresti trasferita dove invece pare proprio andrai a vivere, salvo apocalissi dell’ultima ora (le quali farebbero decisamente bene a rimanere laddove si trovano ora), e questo ti basterà come esempio per molto, molto tempo.

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