Archive for 28 settembre 2007

questo cerchio di velo

Le cose mi sembrano sempre più intense di quanto non lo siano. Amplifico ogni emozione e ogni sensazione, sempre. Così accade che ogni volta tutto mi sembri più orribile o più meraviglioso di quanto in realtà non sia. Sono abituata ai voli pindarici e all’inevitabile sprofondare giù, laddove ogni volta non credevi possibile e laddove ogni volta non ricordavi avrebbe fatto così dannatamente male.
Quando l’intensità non c’è, io quasi non me ne accorgo: la creo. Creo i colori, creo i profumi, creo delle meravigliose modulazioni di voce e di anima e ci vedo dentro una bellezza inestimabile, anche se poi vengo delusa. Non mi innamoro più delle idealizzazioni. Mi innamoro della realtà, solo che è sempre una realtà filtrata attraverso i miei sentimenti, i miei sorrisi, le mie speranze (e forse è così che accade a chiunque, non lo so). Non vedo mai a tutto tondo. E’ solo colpa mia. Mia e di nessun altro.

Eppure non credo vorrò mai seriamente cambiare. Forse la sensazione di volare è soltanto un’illusione, però io il due Maggio di quattro anni fa lo ricordo ancora nitidamente, e non cambierei neppure un solo istante di quei momenti. Non cambierei nessun istante di tutti quei frammenti in cui mi sono sentita leggera e ridevo perché ero semplicemente felice. Fa parte della mia intensità anche scrivere ora con gli occhi lucidi, perché certi ricordi vicini o lontani che siano mi fanno emozionare come una bimba, perché li sento forte dentro e se chiudessi gli occhi probabilmente mi abbandonerei ai singhiozzi, e sarebbe perché il profumo di quegli istanti mi manca terribilmente e li rivorrei indietro, anzi ne vorrei sempre di nuovi, li desidererei con tutto il mio corpo, eppure lo so quanto sia irrimediabilmente difficile che accada. E’ sempre più raro avere la fortuna di viverne e in molti credo abbiano anche paura di momenti simili, che sono estasi e anche inferno – dopo -, così preferiscono farne semplicemente a meno, perlomeno risulterà loro alquanto improbabile il ritrovarsi un venerdì sera ad avere voglia di sorridere e di piangere insieme, non sai neppure tu in che ordine, tutto quello che tocchi è melanconia, notte, musica di pianoforte, respiro lento.

Ormai è anacronistico perfino piangere. Così come aspettare, così come credere in qualcuno, così come non prostituire – ancora prima del corpo – la propria anima. E’ anacronistico essere coerenti, così come scrivere una lettera che profumi di inchiostro, così come pensare a quanta bellezza disarmante racchiuda il primo bacio sincero con qualcuno. E’ anacronistico regalare un libro, una poesia, una canzone. A me piacciono le persone anacronistiche: quelle che dicono di avere paura ma in realtà sono le più coraggiose e lo sanno dimostrare; quelle che ti guardano dritto negli occhi; quelle che conoscono l’importanza della fiducia, sia del darla che del meritarla; quelle che sanno rimanere in silenzio ad ascoltarti; quelle che credono nello stupore; quelle che non ti prendono in giro né pensano tu sia una perdente solo perché pensi “non può essere tutto qui” e perché vuoi continuare a credere in certi sogni; quelle che, se ti fanno piangere, almeno hanno un valido motivo per cui questo avvenga.

Anima mia che metti le ali
e sei un bruco possente
ti fa meno male l’oblio
che questo cerchio di velo.
E se diventi farfalla
nessuno pensa più
a ciò che è stato
quando strisciavi per terra
e non volevi le ali
.

Alda Merini

della solitudine #1

Io volevo esser solo in un modo affatto insolito, nuovo. Tutt’al contrario di quel che pensate voi: cioè senza me e appunto con un estraneo attorno.
Vi sembra già questo un primo segno di pazzia?
Forse perché non riflettete bene.
Poteva già essere in me la pazzia, non nego, ma vi prego di credere che l’unico modo d’esser soli veramente è questo che vi dico io.
La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, è soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto vi ignorino, che del tutto voi ignoriate, così che la vostra volontà e il vostro sentimento restino sospesi e smarriti in un’incertezza angosciosa e, cessando ogni affermazione di voi, cessi l’intimità stessa della vostra coscienza. La vera solitudine è in un luogo che vive per sé e che per voi non ha traccia né voce, e dove dunque l’estraneo siete voi.
Cosí volevo io esser solo. Senza me. Voglio dire senza quel me ch’io già conoscevo, o che credevo di conoscere. Solo con un certo estraneo, che già sentivo oscuramente di non poter piú levarmi di torno e ch’ero io stesso: estraneo inseparabile da me.
Ne avvertivo uno solo, allora! E già quest’uno, o il bisogno che sentivo di restar solo con esso, di mettermelo davanti per conoscerlo bene e conversare un po’ con lui, mi turbava tanto, con un senso tra di ribrezzo e di sgomento.
Se per gli altri non ero quel che ora avevo creduto d’essere per me, chi ero io?

Pirandello, Uno, nessuno e centomila

della curiosità

Alice cominciava davvero a stufarsi di starsene a sedere accanto alla sorella sulla riva, e senza aver nulla da fare. Una volta o due aveva dato una sbirciata nel libro che sua sorella stava leggendo; ma non conteneva né figure né spunti di conversazione “e a che serve un libro, – pensava Alice – senza figure né chiacchiere?”.
Così andava considerando nella propria mente (per quanto le era possibile, perché la calura del giorno l’assonnava e l’istupidiva) se lo svago di comporre una ghirlanda di pratoline valesse la pena di alzarsi e raccoglierle, allorché improvvisamente un Coniglio Bianco con gli occhi rosa le passò di corsa a fianco. […] Fremente di curiosità, lo rincorse attraverso il campo, facendo appena in tempo a vederlo cacciarsi dentro a una gran tana da conigli sotto la siepe.
Un istante dopo Alice lo inseguiva là sotto, senza riflettere neanche per un momento a come diavolo avrebbe fatto a tornarsene fuori.

Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie 

(dedicato)

delle abitudini

Quando la mattina apro gli occhi e realizzo quello che sarà, è una sensazione strana. Non ne sono abituata.
Mi rendo conto di non essere abituata a un sacco di cose. Non sono abituata alla gentilezza, alla cortesia, ai complimenti inaspettati.

Non sono abituata al giovane barista che ormai mi conosce e che quando mi chiede cosa voglio mi sorride, ed è così carino con me, e probabilmente lo è con tutte, ma non fa differenza: è il mio sorriso mattutino che mi piace, che mi fa bene.
Non sono abituata ad essere in un corridoio universitario assieme ad altre studentesse e a trovarmi di fronte un ragazzo mai visto prima che, tra tante con la stessa difficoltà, sta aiutando proprio me, e io gli dico un grazie stupito, e non capisco perché proprio io, continuo a chiedermelo, ché io sono quella meno appariscente di tutte, neppure l’avevo degnato di uno sguardo, con il lettore nelle orecchie e un libro tra le mani e al collo una semplice collanina d’oro bianco con un delfino e tanti pensieri sciocchi e inutili nella testa e davanti agli occhi; non saprei dire perché proprio nei miei confronti un gesto così inaspettato e gentile che mi fa rendere conto che sì, io alla gentilezza non sono abituata.
Non sono abituata ad incontrare nella fila per un concerto lo stesso ragazzo con cui a Maggio ho sostenuto l’esame di Storia Medievale: iniziò a parlare con me, e lui era così bello che anche lì ti chiedesti “perché tra tante proprio io?”; ripetemmo insieme alcuni passi dell’esame e senza che io lo vedessi, lesse come mi chiamavo su un mio libro, e così rimasi stupita quando mi chiamò per nome. Studiava Filosofia e aveva gli occhi azzurri e i capelli ricci e scuri, ma io andai via senza neppure aspettare che lui terminasse l’esame; poi capita di ritrovarlo nella fila per un concerto, e vi riconoscete, questione di attimi in cui vi guardate, superate il cancello di entrata, tu hai un biglietto per il prato e lui uno per le gradinate, lo vedi allontanarsi e in realtà non te ne importa nulla, è solo bello che per qualche minuto ti sia rimasta addosso una sensazione piacevole, quella di non essere stata, per un istante, una qualunque.

Io sono abituata a dovermi sempre difendere per paura di essere ferita. Sono abituata a considerarmi inadatta un po’ in tutto, una di quelle persone che passa sempre inosservata, una di quelle di cui non penseresti: è speciale.
Non sono abituata a persone tutto sommato estranee le quali mi dicono: “Quando verrai a ****** conta pure su di me per qualsiasi cosa”, perché io in realtà sono un po’ spaventata e ho bisogno di queste parole, ma loro non lo sanno, e allora per me sono ancora più importanti.
Sono abituata a girare e rigirare tra le mani un senso di inadeguatezza sempre fulgido e l’incertezza di chi non riesce a pronunciare un “ti voglio bene” da anni. Sono abituata a sentirmi l’identico “mai abbastanza” che pare ritornare volta dopo volta, come una condanna inappellabile.
Sono abituata a trovare giustificazioni al disamore altrui e a maledire il mio modo di voler bene; sono abituata ad accettare le sconfitte con il sorriso di chi in fondo già sapeva come sarebbe andata, o se pure non lo sapeva, fa finta di esserne già ben consapevole, nell’illusione che in questo modo l’amarezza venga attenuata fino a dissolversi.
Non sono abituata a pensare che sarò vicinissima ad alcune persone che amo e con cui da anni convivo con grandi distanze; non sono abituata a leggere in una email: “Appena ti trasferisci prendo un treno e vengo a bere un caffè da te”, perché suona così strano, inaspettato, non mio. Come i gesti premurosi, come gli sguardi dolci, come le cartoline che ritrovi dopo anni e che appartengono alla stessa persona che stranamente hai sognato qualche notte fa, e la mattina seguente ti sei ricordata delle estati trascorse assieme al mare, del suo accento bergamasco e del suo prenderti in giro per il tuo modo di pronunciare “nove”, e hai controllato di avere ancora il suo numero in rubrica, e forse anche se sono trascorsi molti anni nei quali non vi siete più sentiti lo chiamerai. Magari non avrete più nulla da dirvi, però quelle notti di agosto trascorse sulla spiaggia le ricordi con un sorriso, e sei curiosa di scoprire come è diventato e come vive, e oggi ritrovare proprio quella cartolina ti ha stupito ed è stata una bella coincidenza.

So che voglio cambiare abitudini. Voglio smettere di non essere abituata alla tenerezza, allo stupore, alla premura di chi si preoccupa per me, alle parole che qualcuno ha voglia di regalarti. Voglio abituarmi di nuovo alla dolcezza. Voglio abituarmi ad essere abbracciata senza provare un forte senso di diffidenza e disillusione. Voglio abituarmi a chi ha voglia di scoprirmi e di ascoltare tutto di me, anche quello che non dico, e può e vuole regalarmi pazienza e silenzi da riempire con carezze e occhi e colori mai scoperti prima. Voglio smettere di essere abituata alla tristezza, alle strette allo stomaco e al disamore.

Voglio abituarmi a un nuovo luogo in cui vivere, a un nuovo modo di respirare e di sentire, a degli amici, a un fidanzato, a un lavoro, alle difficoltà che ci saranno (e saranno anche tante, lo so), ai sacrifici che voglio fare, ripagata dal pensiero di essere – finalmente – indipendente.
Voglio abituarmi alle luci della città, al suo respiro, a tutto quello che può offrirmi, agli angoli nascosti dove c’è sempre della poesia da scoprire, ne sono certa. Voglio abituarmi a nuovi suoni e nuovi profumi e nuove domande e nuovi dubbi e nuovi desideri.
Non sono arrabbiata con chi non c’è o non ci sarà; sono arrabbiata – di una rabbia lucida, serena – con chi non ha voluto capirmi o ha creduto di farlo con aria di sufficienza; con chi mi ha data per scontata pensando che ci sarei stata sempre e comunque; con chi mi ha mentito o illuso o presa in giro o baciata per gioco; con chi si è divertito con il mio affetto e con la mia ingenuità.
Io, comunque, non voglio più essere abituata neppure ad addormentarmi ascoltando quella canzone e pensando di non meritare niente di più di quanto io (non) abbia.

Questo è il mio personale Capodanno, con Saturno che dopo due anni è uscito dal segno del Leone, una moleskine finalmente tra le mani e una tesi da ultimare, con dedica e ringraziamenti finali da scrivere con tutto l’amore e la grazia possibili. E spero ci saranno poi anche molti fogli bianchi sui quali intingere batticuori e catturare l’anima di cose nuove – possibilmente belle – da raccontare.

(e ieri ho ricevuto una email bellissima, e lo stralcio che ne pubblico è dedicata a tutte le ragazze e a tutte le donne che sentiranno cosa significa.)

e costa fatica, di conoscersi, di accettarsi, e sembra quasi uno spreco, tanta delicatezza, tanto dolore, per poi camuffarli, camuffarsi. e poi come fare? essere mascoline per essere rispettate, ascoltate, ma non è come rinunciare a ciò che siamo, boccoli, stuprabilità, umori saltellanti, pazienza e isterismo, dolcezza, intelligenza di assenza di fanatismo?

tre anni dopo

Esistono momenti lievi. Momenti in cui, impercettibilmente, qualcosa pare incastrarsi. Adesso hai paura a dirlo, perché sai cosa vuol dire perdere tutto: è una sensazione che conosci alla perfezione. Così parli sottovoce e sorridi lievemente, ché quello non riesci a trattenerlo.

Sono trascorsi tre anni dall’ultima volta che l’ho visto a Parma. Ero con mia sorella e la mia sista padovana; ricordo un grande batticuore nell’ansia e nella paura di trovare il suo volto tra i presenti nel Palasport. A Farewell la sista padovana mi strinse la mano, e a distanza di tre anni continuo a credere che se non l’avesse fatto, sarei scoppiata a piangere.

(Dopo tre anni sono convinta che da parte mia sia stato un gettar via anima e sentimenti e lacrime senza che ne valesse la pena, ma sono convinta anche che fosse assolutamente necessario che accadesse.)

Ora sono più magra, ho i capelli molto meno lunghi e questa volta al concerto sono andata leggermente truccata e senza nessuna maglietta con su scritto: “L’ignoranza fa paura e il silenzio è uguale a morte”. Non che non lo pensi più; è che è tutto diverso, come è logico che sia. Che sia logico ci penso quando scopro che ci sono persone che dopo anni non sono cambiate affatto; persone che dopo anni sono capaci di rivangare vecchie storie e di insinuare cattiverie su qualcuno che tu frequenti ancora (e pure loro).

Invece per me è tutto diverso per davvero –  timidezza (o quello che è) e caparbietà a parte. Doveva andare così, mi dico la mattina presto guardando fuori dal finestrino del treno. Ora per esempio non andrei più alla Feltrinelli di fronte alle Due Torri, credo. Mi darebbe di abusata e mi darebbe di stantìo pensare alle due biciclette che hanno disegnato i contorni delle mie illusioni. In fondo ci credo ancora, ma in una maniera differente. Appunto.

(Questa volta quando ha cantato Farewell ho sorriso, e al momento de La locomotiva non ho avuto lo scatto che mi ha contraddistinto in passato – solo un po’ a “la fiaccola dell’anarchia”, ma quello era scontato. Comunque immaginavo sarebbe andata così, ne ho avuto la conferma.)

Ora ho voglia di perdermi nelle strade di una città sconosciuta e poi di pedalare con il vento in faccia e la colonna sonora di Ameliè nelle orecchie. Ho voglia di scarpe con il tacco e di sciarpe e borse colorate, di quelle che possiedi solo tu e le guardi e pensi: sono un’istantanea, una sfaccettatura, un’immagine di me.

del darsi possibilità

Vorrei dire, così come sfogo personale: basta a Paulo Coelho e Dan Brown e tutta quella spazzatura lì, basta ai libri che a mo’ di manuali dispensano perle di saggezza sulla vita e sull’amore, basta agli attori e ai personaggi televisivi stile Amici che scrivono libri e si definiscono scrittori. Sono disgustata.

Qualche giorno fa guardavo un documentario girato negli Stati Uniti: l’ultimo viaggio di Fernanda Pivano nella “sua” America. Ascoltavo parlare questa donna di novanta anni che ha conosciuto e tradotto scrittori e poeti americani del calibro di Hemingway e Lee Masters, che è stata amica di Pavese e De Andrè, che ha vissuto di letteratura e poesia e rimanevo colpita dal suo sorriso e dalla luce che emanavano gli occhi e dal modo con il quale parlava di loro, e sentivo che ascoltarla mi emozionava così tanto perché la bellezza e la delicatezza che lei trovava in quegli scrittori e che glieli ha fatti amare così tanto è la stessa che a me fa amare la letteratura più di ogni altra cosa, che me la fa sentire nella pelle, indivisibile da quella che sono, e in una maniera talmente intensa che non saprei parlarne. Sono rimasta colpita – sorriso amaro a increspare le labbra – quando ha detto che ai giovani di oggi non saprebbe cosa augurare, solo di continuare a sperare, ché per il resto si vive in una desolazione d’anima immensa, nella quale sembra non ci sia più nulla in cui credere, ma che comunque sono i giovani che fanno la storia, e che a lei piace tantissimo ascoltarli.
E io in quel momento avrei voluto averla di fronte per dirle Grazie, perché a me tutto questo vuoto e il disinteresse e la superficialità e il niente sgomentano, eppure sempre più spesso mi pare che ogni cosa sia costruita sul niente: i rapporti interpersonali, l’informazione, i libri (o pseudo tali), la musica, le passioni. Tutto.

Se ho cambiato facoltà a quattro esami dalla fine, se ho sacrificato due anni e mezzo della mia vita ancora qui, era per poter pensare ogni giorno: faccio quello che davvero mi piace e mi emoziona. Era per sentire di aver fatto tutto il possibile verso le mie aspirazioni, per potermi dire: hai cercato in tutti i modi di immergerti in quello che ti fa stare bene e che per te ha significato e vita. Era per la paura di ritrovarmi insoddisfatta senza aver cercato di fuggire dalla frustrazione. E’ perché credo che la vita sia troppo breve per essere sprecata nell’incertezza e nelle occasioni perdute, ché poi – se ci ripensi a distanza di tempo – magari neppure ti ricordi il perché quelle occasioni le hai perse. Io non voglio vivere di rimpianti. Non voglio che nella mia vita ci siano interessi, ambizioni, stazioni, cieli, baci, lettere, canzoni, parole perduti solo perché era più difficile cercare di afferrarli. Io voglio provarci sempre. Preferisco perdere ma offrirmi ogni possibilità, perché credo di doverlo a me stessa.
So che la mia sarà una fuga, un correr via atteso da circa quindici anni, e che forse tutto si racchiude nella domanda che ieri notte avrei voluto rivolgere a mia sorella: Ma secondo te io riuscirò mai ad essere felice? Poi sono rimasta in silenzio: era una domanda patetica nella quale avrei percepito solo l’eco delle paure e di tutte le aspettative di vita che non riesco a cacciar via dalla mia mente, perché io voglio qualcosa di grande, lo pretendo, non c’è nulla da fare, la possibilità di una delusione cocente non riesce a frenare i miei pensieri e temo non ci riuscirà mai.

di certe letture

Andarono a vedere Il padre della sposa. Grace lo trovò insopportabile. Detestava le ragazze come Elizabeth Taylor in quel film, detestava le ricche viziate dalle quali ci si aspetta soltanto che siano piene di moine e di pretese. […] Grace non sapeva spiegare neanche del tutto a lei stessa in che senso non fosse invidia quella che provava, bensì furia. E non perché non potesse comprarsi o mettersi tutti quei bei vestiti, ma perché ci si aspettava che tutte le ragazze fossero così. Belle, vezzeggiate, viziate, egoiste, microcefale. Così doveva essere una ragazza, perché qualcuno se ne innamorasse. Poi la giovane sarebbe diventata madre e si sarebbe persa appresso ai figli. Non più egoista, ma non meno microcefala. Per sempre.

Inveiva furente su tutto questo, seduta accanto a un ragazzo che si era innamorato di lei perché aveva creduto – all’istante – all’ assoluta unicità della sua mente e della sua anima, ammantata dalla patina romantica della sua misera origine. […] Le disse di aver capito solo allora che non si poteva liquidare la cosa definendola semplice invidia femminile. Se ne era reso conto. Era piuttosto che lei non si sentiva una portavoce della frivolezza, che non si accontentava di essere come la maggior parte delle ragazze. Perché era speciale.

Alice Munro, In fuga

all the world is green

Se l’avessi trovato, avrei inserito in questo post il video di una delle canzoni di Edoardo Bennato che maggiormente amo: Un giorno credi. E avrei aggiunto una sola semplicissima parola in neretto: dedicato.

(Vorrei che non ci fosse sempre così tanto a ferirmi. Vorrei che le persone che so mi vogliono bene non mi ferissero come fanno, senza neppure rendersene conto. Vorrei non rimanere ferita io perché mi sento estremamente sciocca eppure non riesco mai a non percepire un tonfo al cuore, il cuore gonfio, io lo sento e fa male, e anche se si tratta di amicizie lunghe anni non riesco ugualmente a non provare una delusione opaca e avvilente: per loro e per me stessa. E allora odio questa sensibilità o qualsiasi nome essa abbia. Vorrei che qualcuno confermasse quello che io credo sia giusto per me sul cosa fare, sul dove andare e sul come vivere, e che poi mi dicesse quanta intensità posso bruciare e quanta invece io ne debba conservare per non bruciarmi io del tutto, per non bruciare quello che è rimasto di dolce in me, che non lo so se sia tanto o poco, io temo però sia poco e questo mi rattrista. Vorrei che qualcuno si prendesse un po’ cura di me, lo vorrei intensamente, forse perché so che probabilmente nessuno potrebbe farlo e che è giusto così. Vorrei che tutti fossimo in grado di amare, e che tutti fossimo amabili almeno una volta nella vita, una sola possibilità di esserlo dovrebbe essere concessa a chiunque, e invece temo che non tutti lo siano, amabili, o che comunque non lo sia io. A volte credo estremamente di non esserlo, ad esempio quando ascolto All the world is green di Tom Waits e non posso sapere cosa voglia dire: pretend that you owe me nothing and all the world is green, ché è questo a rendermi infelice più di tutto, ma lo stesso continuo ad ascoltarla perché è struggente e bellissima e con gli occhi posso immaginarla. L’infelicità fa parte di me quanto la malinconia e la rabbia, e anzi credo che la rabbia sia una sfaccettatura dell’infelicità anche se quasi nessuno lo comprende, e forse è per questo che avrei tanto bisogno di abbracciare qualcuno e di essere abbracciata e poi di sorridere senza parlare.
E poi vorrei ubriacarmi di scrittura senza smettere mai e senza dover scoprire che si trattava solo di una chimera, di una mia personalissima chimera, e che nella vita vera non c’è nulla, proprio nulla, che mi appartenga e a cui io appartenga)

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