Archive for 27 agosto 2007

the sunset in a cup

Che forse esistono davvero le persone giuste al momento giusto. Ci pensavo l’altra notte nel letto, dopo un pomeriggio e una serata trascorse con una delle pochissime persone che sono riuscite a regalare leggerezza alla palude di incertezze che ultimamente mi avvolge. Ho sempre amato le parole, ma da qualche tempo mi rendo conto di come spesso siano infime, inadeguate, di come sappiano lasciar fraintendere senza essere in grado di spiegare.
Così non saprei spiegare affatto certi legami; la differenza tra prima e ora è che adesso non mi interessa farlo e non ci provo neppure, perché prova a spiegare un legame nato da sei anni con qualcuno che incontri due volte all’anno (se va bene) e che abita dall’altra parte d’Italia, letteralmente dall’altra parte, in un nord lontano che neppure conosci, e che ha vissuto la tua stessa vita, esattamente speculare o quasi, almeno fino a quando è arrivato il momento, per lei, di trasferirsi, e tutto è cambiato. Prova a dire che tu permetti a questa persona di dirti le cose nella maniera più cruda e vera possibile, anche se fa male, e a lei lo permetti perché lei sa, e sa perché l’ha vissuto, l’ha respirato per anni come te tutto quel disamore e quel malessere che molti racchiudono nel: vuoi troppo, non ti sai adattare, la colpa è tua. (Fottetevi, grazie). Prova a dire che questa volta, invece, ascolti in silenzio perché senti che lei conosce quello di cui parla, quello che non sai se riuscirai mai a raccontare, perché – come le hai detto qualche sera fa – vorresti, alla fine, solo riuscire a riderci sopra (e forse ad accantonare in una parte molto remota di te, non ne sei sicura), e non sai ancora se ne parleresti mai con qualcuno che non sa nulla di te, che del resto tutt’ora nessuno ci crederebbe, se lo raccontassi. (Nessuno che ti conosce e guarda una ragazza che sorride e ride e racconta e pare allegra potrebbe crederci, forse. Probabilmente rimarrà la parte più nascosta di te, corazza del cuore spessa e inaccessibile.). Prova a spiegare che in certi legami non esistono davvero il tempo e lo spazio; prova a spiegare che per anni hai condiviso (in apparenza, l’hai compreso da poco) la tua vita con chi non ti ha capito affatto e che invece esistono davvero legami speciali, sono empatie cazzo, lo sono incredibilmente, non ci sarebbe altro modo per definirle, e sorridi mentre vi dite che sì, chissà che non diventiamo anche coinquiline, e sorridi perché anni fa ve lo dicevate, che magari un giorno avreste vissuto nello stesso posto, e ti sembrava un qualcosa di così lontano… sorridi anche perché si tratta del luogo dove hai sempre ripetuto che mai saresti andata e ora ti senti un po’ sciocca ad averlo detto tante volte, e ascolti raccontare la vita che lì scorre e ne sei incuriosita, e magari cambierai ancora idea ma ora è questo quello che senti, e poi sorridi perché è vero: Vale non hai più ostacoli davanti a te, e pensi a tutte le possibilità possibili (proprio così: possibilità possibili, ché rende l’idea). Sorridi perché l’ignoto è paura ma anche adrenalina e perché esiste un qualcosa (una città, un modo di vivere, una maniera di respirare) di quasi opposto a quello a cui hai sempre pensato che invece ora potrebbe piacerti (perché non si può non cambiare mai idea, questo è scontato), e in questo riesci a trovarci un filo sottile che è fiato (tuo) e vento (della vita) e non vuoi chiederti altro, non ora almeno, solo ascoltare The postman poet di Bacalov senza lasciarti stringere eccessivamente dalla malinconia e poi ritornare a pensare e a scrivere – soprattutto scrivere – per immagini e sensazioni: la sinestesia del vivere che non deve abbandonarti, mai.

Bring me the sunset in a cup
Reckon the morning’s flagons up
And say how many dew
Tell me how far the morning leaps,
Tell me what time the weaver sleeps
Who spun the breadths of blue! […]
Emily Dickinson

somewhere over the rainbow

Forse quando si è quasi ubriachi in realtà si è più lucidi, non lo so. Io divento molto buffa quando bevo, più del solito intendo. E inizio a dire un sacco di assurdità e a parlare inglese e spagnolo e faccio ridere molto. Più del solito, intendo sempre. Anche se ultimamente non accade spesso che io faccia ridere, più che altro vorrei che mi facesse ridere qualcuno, anche se poi penso che questa specie di estate, (questa sottospecie di estate, per l’esattezza), una cosa bellissima me l’ha regalata e sono delle risate incredibili e sincerissime, forse non ridevo così da quando ero bambina. Ho riso con tutta me stessa, le sentivo proprio nascere e propagarsi lungo tutto il corpo queste risate fragorose e stupende, ed è stato bellissimo. Sono nata in un paese bagnato dal mare e invece mi mancano le montagne e mi manca svegliarmi e trovare quelle cime che mi infondevano un senso di benessere considerevole. Mi manca il silenzio con il quale comunicavo benissimo e ci capivamo perfettamente, io e lui, lo sentivo nitidamente, ad esempio quando mi sono stesa sull’erba di quel prato a guardare le nuvole, dopo una lunga camminata, e pensavo: ma quanto è bello tutto questo. Mi manca rimanere la notte a guardare il cielo stellato anche se tremavo dal freddo, ché sentivo della vita entrarmi dentro, sentivo il sangue caldo, ma soprattutto: mi manca il bastarsi a se stessi, in punta di piedi, con tutta la semplicità possibile. Mi manca molto. Mi divertiva chiedere ai bambini: dalla mia faccia quanti anni pensate io abbia? e tutti – quasi tutti – rispondevano venti, ne erano certissimi, e io ne ero contentissima. E invece stanotte sono venticinque e la differenza a me pare immensa. Che a venti si hanno tante balle in testa, come canta qualcuno, a venticinque c’è qualcosa che ha a che fare con l’amarezza e una disillusione dai contorni sfocati ma non per questo meno pesanti. E io no, non ho una laurea, non ho un fidanzato, non ho un lavoro… che altro? Ovviamente non ho un marito né dei figli. E non ho un conto in banca né una macchina mia né delle borse firmate e neppure dei gioielli. Non possiedo neppure dei vestiti firmati, per l’esattezza. E mi trucco pochissimo. Sono quasi non classificabile, insomma. (O forse senza il quasi).

Avevo il sole in faccia oggi pomeriggio mentre tornavo a casa a piedi e ascoltavo una canzone lenta e dolce; raccoglievo tutti gli sguardi, uno ad uno, che io le persone le guardo negli occhi, sempre. Ho delle amiche che mi vogliono molto bene e invece io sono molto egoista e passo un sacco di tempo da sola, non saprei spiegare esattamente perché però, a parole dico, perché è una cosa che parte da dentro, ma loro mi vogliono bene lo stesso e ci sono momenti che mi sembrano perfetti, ad esempio quando ascolto What a wonderful world e dopo due istanti sto parlando con la persona che più mi sa calmare al mondo, e io mi dico: sono fortunata. Sono fortunata e non mi basta, non ti sai accontentare mi dicono alcuni, quasi tutti in realtà, e so che hanno ragione, ma io non ci riesco, non ci riuscirò mai temo. Ho dei capelli che in tanti mi invidiano e io ultimamente li porto quasi sempre legati, dico che ho caldo, ma non è per quello: non ho voglia di averli sciolti, mi stanca anche solo l’idea. Non voglio sentirmi ripetere da qualcuno che sono bella, perché in alcuni momenti lo penso anche io, ad esempio stasera prima di uscire, ma sono solo alcuni momenti, perché per il resto non mi basto, per l’appunto. Mi dico che anche se fosse vero non importa nulla. (Poi c’è la storia che mi sento abbastanza sprecata, ma questa è proprio un’altra storia). Ho anche ripreso a fumare, dopo più di un anno. Mi dicono che sono dimagrita tanto, anzi: troppo. Io un po’ ne sono contenta, comunque mangio un sacco di biscotti al burro e al cioccolato e non c’è di mezzo nessuna dieta. Ci sono delle promesse che mi hanno strappato, delle promesse che hanno a che fare con il mio compleanno, la storia della felicità e del sentirsi belle. Io non so se saprò mantenerle ma cerco di provarci. Ho un paio di viaggi ai quali ho rinunciato e questo si commenta da sé, credo. Ascolto spesso Tom Waits e Janis Joplin, ho cancellato i sei giga del mio lettore e l’ho riempito di nuovo, un po’ differente un po’ uguale, sembra da idioti lo so, ma esistono anche le catarsi attraverso la musica e io ne avevo bisogno. Mi manca Londra. A volte piango, all’improvviso, e mi vengono in mente queste parole: “Hai pianto mentre camminavi in una strada affollata, alla fermata della metro, sul motorino. Così, improvvisamente. Non potevi trattenerlo. E quella notte che hai preso la macchina e hai guidato per ore, perché l’aria buia ti asciugasse le guance? E poi hai scavato, hai parlato, quanto parlate, ragazze! Lacrime e parole.” e penso che il suo autore le conosca molto bene, certe ragazze. Guardo molti film, anche in bianco e nero, e mi commuovo parecchio; quando sullo schermo compare Marcello Mastroianni il mio viso si illumina immediatamente. Delle volte penso che dovrei perdonarmi un po’ più spesso ed essere meno intransigente verso me stessa. Poi, tipo illuminazione lunga un istante, penso anche che se credessi in me stessa almeno quanto mi viene spontaneo credere in certe persone forse sarei una persona migliore. Non ho ancora deciso se la mia ingenuità vada condannata del tutto o se almeno un po’ andrebbe guardata con dolcezza e quasi assolta.

Odio Agosto anche se ci sono nata e aspetto Settembre. Mi sento un po’ meno Ameliè, a venticinque anni, e un po’ più Ally Mc Beal e Sylvia Plath. Non credo nelle ideologie né nelle generalizzazioni. Credo nella mia anarchia personale, nell’arte e nella poesia. Difenderei le mie idee e i miei sentimenti sempre, e per un unico motivo: perché ci credo davvero. Vorrei tanto degli occhiali da sole enormi, come quelli di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany: sono bellissimi e lei incarna la grazia e la delicatezza e la bellezza senza tempo, e io ne rimango incantata ogni volta che la guardo in qualche film. Delle volte quando parlo o discuto mi infervoro parecchio ma mi piace: mi fa sentire viva. Non ho paura della solitudine, non ne ho mai avuta, ho le spalle larghe e io lo sento che saprei affrontare quasi tutto ormai, perché sono abituata, e soprattutto: mi sono abituata a farlo da sola, solo che ora sono un po’ stanca, lo ammetto. So però cosa voglio e cosa pretendo da me e dagli altri e non cederò mai di un millimetro da questo, anche se comporterà sempre strapparsi un po’ il cuore per resistere. Del resto mi pare il minimo, a venticinque anni. Sorrido agli auguri ricevuti allo scoccare della mezzanotte e mi dedico questa meravigliosa versione di Somewhere over the rainbow cantata da Judy Garland, perché in fondo anche se sono grande in certe cose continuo a crederci, o forse a sperarci, che poi è uguale. (E questo l’ho già scritto in un altro post, per l’esattezza questo, che trovo sempre più attuale).   

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(untitled #3)

arcobaleno1.jpg

                                                       (finché prenderemo d’anticipo il mattino)
                                                                            Vinicio Capossela

Ho ancora negli occhi campi di fiori colorati, nuvole da guardare sorridendo mentre il suono della chitarra mi avvolgeva e c’erano tantissime canzoni che adoravo da cantare (o anche solo sussurrare), e una in particolare che non ho avuto il coraggio di chiedere che mi suonassero, forse anche perché chiedendolo sarei arrossita e già arrossivo tanto di mio. E poi svegliarsi e uscire dalla tenda con la sensazione di sentirsi incastonati in un paesaggio straordinario, addormentarsi sul terreno umido vicino a un fuoco ancora caldo, il freddo pungente, rimanere con la testa all’insù a guardare le costellazioni (incapace di non pensare all’incanto e alla poesia racchiusi in quello spettacolo) e trovarsi di fronte il cielo azzurro nell’istante esatto in cui riapri gli occhi la mattina dopo, i giochi, le risate sincere e incontenibili, i sentieri impervi di montagna e le labbra secche e la stanchezza che evapora quando giunge la meraviglia dell’essere arrivati in cima. E poi le notti con la grappa ai mirtilli rossi, i bicchieri di vino, la nutella, le sigarette fumate al freddo con uno sconosciuto che non è sconosciuto perché certe realtà sono quasi parallele, forse anche falsate, ma sono diverse, non appartengono del tutto alla vita reale, perché nella vita reale ci sono le maschere, c’è la cattiveria, ci sono le costruzioni della nostra mente e dei nostri gesti fatte per ferire e per proteggerci e per scappare e per confondere e per non capire e per non farsi capire, e invece esistono realtà parallele dove si è se stessi al nocciolo e basta, essenzialità e sincerità, e allora possono esistere anche delle notti trascorse a parlare con qualcuno di cui ignoravi l’esistenza fino a qualche giorno prima, con il quale c’è da subito condivisione e spontaneità e complicità e pezzetti di vita che racconti e ascolti in maniera totalmente incondizionata, e poi ci sono delle ragazzine di undici anni che un giorno cogliendoti impreparata esclamano che con gli occhi tristi e senza il tuo sorriso sei irriconoscibile, e tu questa cosa non la dimenticherai mai, e poi ci sono dei segni sulla pelle a ricordarti il prezzo reale del mettersi in gioco, e poi tutto quello che ti raccontavano su una città e su un’intera regione a te sconosciuta e poi un accento al quale – a furia di ascoltarlo – ti eri quasi abituata, come se per un attimo ti fosse sembrato l’unico possibile, e poi gli abbracci e i saluti in stazione, quello che non riesci a dire, i “Allora ci rivediamo la prossima estate” e “Ciao Vale, a presto” di coloro con cui hai condiviso il lavoro, la stanchezza e i sorrisi e che ti rimarranno impressi insieme a tutto il resto, un libro comprato trafelata – Non buttiamoci giù di Nick Hornby – da leggere in dieci lunghissime ore di treno, durante il viaggio scorgere un arcobaleno sul mare che ti sorprende… 

…e poi nulla che basti, mai, com’è che non riesci più a volare?, non lo sai questo. Forse ti sei distratta un attimo, forse quel qualcosa in più a cui hai sempre teso non esiste, forse è tutto qui per davvero, forse la tua presunzione mischiata alla fragilità e al dolore di sentirti diversa hanno solo confuso ogni strada possibile, forse continuerai a sbagliare allo stesso modo ogni volta, forse non dovevano davvero esserci nessun caleidoscopio e nessuna poesia e nessuna notte stellata (sul Rodano) di Van Gogh e nessun libro e nessun sorriso, forse l’ostinazione con cui adori i verbi credere e osare annebbia il cuore, però io tra sei dannati giorni sarei un po’ più grande, in teoria almeno, e mi piace tantissimo pensare al: ovunque proteggi la grazia del mio cuore. E ora vado a cercare di capire com’è che si possa prendere d’anticipo il mattino, se lo scopro poi torno a scrivere su questo blog e ve lo racconto, voi cercate sempre di essere felici, io continuerò a tentare di esserlo, forse sarà come aspettare Godot, ma chissà che alla fine non sia solo una favola e che, fosse anche solo per un brevissimo battito di ali di farfalla, possa esistere davvero, questa fottuta felicità. Perché, soprattutto, io credo di meritarla.

(untitled #2)

“In quel momento io sono entrato nella tua vita. Un momento un po’ strano e non felice, ma non ho avuto nemmeno il tempo di esitare perché ho visto il mio nome in fondo al tuo sorriso e mi sono tuffato. D’altra parte, forse non era nemmeno il mio nome. Forse ero ansioso di dimostrarti che avevo capito, che non eri sola, e mi sono tuffato troppo in fretta. Anche questo non sarebbe nuovo per me, sappilo. Ho alle spalle una lunga e triste storia di tuffi prematuri – nel lavoro, nella vita, in famiglia. Già ai tempi della scuola o anche durante il servizio militare. Nelle lettere ai direttori dei giornali o dovunque senta che qualcosa viene ostacolato o frenato, non importa per quale motivo: ottusità, paura, stupidità, o semplicemente così, perché “non si fanno cose del genere”. In momenti come quelli io mi tuffo di proposito. Giusto per provocare (come dice mio padre). Non è vero: per salvare. Pensavo tu l’avessi capito. Tu, che hai osato scrivere per prima la parola “desiderio”… In momenti come quelli sento qualcosa montarmi dentro, l’hai visto, e al diavolo le leggi della natura e della società, che impongono a un’anima di accontentarsi della propria esistenza, racchiusa nella propria pelle.
O sepolta nel proprio pozzo.
E’ stupido cercare di spiegare (e tuttavia non riesco a smettere), ma è sempre così per me. In qualche punto, molto vicino, si accumula qualcosa – o qualcuno – che implora di esplodere, soffocherà non trovando uno sfogo e, anche se non mi è perfettamente chiaro cosa – o chi – sia, capisco perfettamente il suo bisogno di erompere, sento chiaramente il suo grido soffocato. (…) Quell’urlo, lo sento sempre, e lo capisco subito. Non nelle orecchie ma nello stomaco, nel battito del cuore, nell’utero. Anche tu lo senti, hai sentito così anche me. Allora come mai, d’un tratto, non mi senti più?
Be’, non c’è motivo di continuare. Decidi quello che vuoi. Per me è importante farti capire che so esattamente cosa mi sta accadendo in questo momento e cosa tu pensi di me. E’ la solita tortura, Myriam, io sono sempre entrambi, quello che se ne sta con la faccia paonazza e le braccia conserte, e quello che d’un tratto compie un balzo in avanti oltre se stesso e cade sempre più in basso. E, mentre cade, ha ancora la faccia tosta di discutere con il paonazzo, urlandogli mentre precipita verso la perdizione: “Lascia vivere, lascia sentire, lascia sbagliare”.
Però, ecco, sono anche l’altro. Che ci posso fare? Quello che sibila con disprezzo che la fine è ben nota: tornerai da me strisciando, dice con tono secco, mentre il somarello continua a strillare che non gli importa, perché forse un giorno ce la farà. (…) Forse un giorno, finalmente, colpirà il bersaglio; no: toccherà il bersaglio, lo toccherà. Toccherà un’anima sconosciuta. La toccherà proprio, anima contro anima, mucosa contro mucosa, una sola anima fra i sei miliardi di cinesi che ci sono al mondo (in una situazione come questa, all’improvviso sembrano tutti cinesi). Quell’anima si schiuderà davanti a lui e gli donerà i suoi frutti…”

David Grossman, Che tu sia per me il coltello