Archive for 20 luglio 2007

dell’estate e dintorni

Potrei parlare del mare tanto azzurro e trasparente da togliere il fiato appena lo inizi a scorgere oltre le dune, dell’immergersi in quell’acqua incantevole e del nuotare fino a non avere più forze, perché non vuoi pensare a nulla se non alla pelle dorata e alle braccia che fuoriescono dalla superficie marina dopo l’ennesimo movimento teso al largo; da lì rimani a guardarti intorno e a scorgere la riva lontana almeno quanto senti sempre più distante molto di quello che ti apparteneva, che se qualcuno ti guardasse attentamente negli occhi ti troverebbe diversa rispetto a qualche mese fa. Lo intuirebbe subito, almeno credi. Noterebbe una luce diversa negli occhi ma anche nei gesti, nel tuo raccontare, nei frammenti silenziosi. Ieri hai sorriso quando durante la colazione al bar, davanti a un espressino e a un saccottino al cioccolato (ché alcune volte delle calorie non ce ne importa francamente nulla), ti sei sentita dire che sembrava stessi davvero bene, sorridente e allegra, tu che invece hai accumulato tanto stress nervoso nell’ultimo anno da perderne il conto, però delle volte ti viene da sorridere così, quasi per niente, e ti senti leggera.

Potrei scrivere quanto ami il profumo di una pineta o di un bosco o dell’erba bagnata, oppure potrei parlare della spiaggia semi deserta al tramonto, del rimanere a leggere Cime tempestose con gli occhi sgranati come se sentissi forte tutto il pathos, l’acceso romanticismo e una veemenza di sentimenti forse artefatta, ma che fa ugualmente battere il cuore, e che ti fa chiedere: ma come si potrebbe vivere senza tutta questa intensità? E soprattutto ti interroghi sull’intensità che forse ti è sfuggita senza saperlo, e la sabbia fredda a contatto con i piedi è una bella sensazione, e non c’è nulla che tu abbia perduto che ti manchi, di questo ne sei certa, e giochi con la cavigliera comprata da Alghero, ascolti molte volte l’interpretazione del mito di Euridice e Orfeo cantata da Vecchioni, ti soffermi su quel “perché tutto quello che si piange non è amore” e lo segni a mente, poi scrivi qualcosa sul tuo quaderno, ti chiedi se a qualcuno sembrerebbe strana su una spiaggia al tramonto una ragazza sola che legge, scrive e ascolta della musica (e sta benissimo così), poi ti ricordi che dopotutto sei sempre sembrata strana e incomprensibile a molte persone, così il pensiero sfuma e rimane un desiderio grande che non può essere raccontato.

Potrei parlare delle sveglie poco dopo l’alba, dei treni polverosi e senza aria condizionata, della stanchezza latente, di una crema profumata ai frutti di bosco, di un nuovo taglio di capelli, di un’ estate che – lo senti – non può essere raccontata ma solo vissuta. Vorrei incenso e candele profumate e more selvatiche da raccogliere e assaporare tra le mani e un campo di fiori colorati e una canzone mia e un batticuore e un film che ti strappa un po’ di pelle e di anima assieme e calici di vino rosso e un girasole e una musica di pianoforte delicata e un pendente celeste e una penna colorata e una foglia secca rossa, come quelle che tanto ho amato nei parchi di Londra, e una lettera sussurrata di notte e un alito di stupore mischiato allo zucchero e alle stelle. E, tra qualche giorno, quando sarò su un aereo, trovarmi vicino al finestrino per poter guardare le nuvole dall’alto

“Essere semplicemente noi stessi in un mondo che fa di tutto giorno e notte per renderci uguali agli altri significa combattere la battaglia più dura che un essere umano possa mai combattere”
E.E. Cummings

(untitled)

Due anni. I conti con i sensi di colpa, il buio, le notti insonni, l’incapacità continua e persistente ad elaborare, finanche accettare l’assenza rimangono latenti, e io non ho parole, come sempre, e come sempre accade in questo frangente mi odio. Forse sarò capace di affrontare tutto solo e se incontrerò mai la persona a cui riuscirò a raccontare quello di cui ora neppure i miei occhi riescono a sostenere lo sguardo, e che scorgerà i riverberi silenziosi degli spazi altalenanti e scoscesi ai quali neppure le parole riescono a giungere.

il buio ingiusto della mia malinconia

comunque vada darò un sorriso al niente
o ruberò al vento un’acqua di silenzio
amerò le mani tese sui capelli i pugni in testa
il buio ingiusto della mia malinconia
malgrado tanto io sciolgo ancora idee
come lacci di scarpe inutile follia

è solo un mio trambusto personale
una pausa insolita ed incerta come l’idiozia

Max Gazzè, Comunque vada