Archive for 29 giugno 2007

love’s not Time’s fool

La poesia può esser letta solo ad alta voce. Svela qualcosa che non ha nome.

Let me not to the marriage of true minds
Admit impediments, love is not love
Which alters when it alteration finds,
Or bends with the remover to remove
.
O no, it is an ever-fixed mark
That looks on tempests and is never shaken;
It is the star to every wand’ring bark,
Whose worth’s unknown, although his height be taken.
Love’s not Time’s fool, though rosy lips and cheeks
Within his bending sickle’s compass come,
Love alters not with his brief hours and weeks,
But bears it out even to the edge of doom:
If this be error and upon me proved,
I never writ, nor no man ever loved.

Shakespeare, Sonnet 116

naufragio inatteso di zucchero filato

Pallida sognatrice di naufragi”, scrive Saba. Accarezzo queste parole come se le sentissi giungere silenziosamente da un altrove di cui non saprei descrivere la sagoma, ma che pure percepisco vicino in un frangente nel quale molto sembra non appartenermi più: libri, parole, speranze, convinzioni, persone. Persino la musica che ho amato fino a piangerne e che credevo mi avrebbe elargito batticuori ad libitum pare allontanarsi, effetto cinematografico di dissolvenza, poi buio e incertezza, labirinto indefinito di possibilità cangianti.
Naufragio inatteso di zucchero filato: (apparente) ossimoro imperturbabile che altalenante dipinge il caleidoscopio dei miei pensieri; fluttuo e mi contorno di particolari che forse rimarranno sospesi nella mente, irrimediabilmente intrecciati ad aneliti arditi e allegorici assieme.
C’è un’immagine che si è quasi violentemente infiltrata nella mia pelle: afflato aligero, e non voglio che questa volta mi sorprenda alle spalle dissolvenza alcuna.

[…] Le mie nebbie e il bel tempo ho in me soltanto;
come in me solo quel perfetto amore,
per cui molto si soffre, io più non piango,

che i miei occhi mi bastano e il mio cuore.

Umberto Saba
, La solitudine

che poi è un modo silenzioso

Il concetto vitreo e omologato di normalità mi disgusta. Il concetto di quotidianità mi disgusta. L’ineccepibile razionale elenco dei rischi del vivere (e il suo intrinseco malcelato bigottismo) mi disgusta. Il ragionare per etichette mi disgusta. Il non vagliare l’ipotesi che la realtà possa essere un concetto talmente labile da scomparire dinanzi allo scempio vero perpetrato ogni giorno dai nostri egoismi e dalle nostre superficialità mi disgusta. Il pensare che tutto finisca sempre in un tradimento d’anima, in una scopata, in un inganno, in vigliaccheria mi intristisce. Il credere che non possa esistere onestà nei sentimenti mi intristisce. 

Incontro molta tristezza nelle persone. Nella loro incapacità di credere. Nei luoghi comuni del “sono tutti uguali”: gli uomini, le donne, i film, i libri, le amicizie, le storie d’amore. Nell’avere paura delle emozioni. Nel non avere il coraggio di sfidare, ancor prima che l’ignoto, se stessi. Nel non riuscire a tendere in avanti il proprio limite. Tutto questo mi intristisce e mi nausea.

Io voglio ancora credere nelle persone. Voglio credere nella sensibilità, voglio credere nell’empatia, voglio credere nella delicatezza, voglio credere nell’istinto, voglio credere nella sincerità dei baci. Voglio credere nelle coincidenze e voglio credere negli occhi e voglio credere nella bontà. Voglio credere che non sia tutto un prendere in giro qualcuno, usarlo e poi scaraventarlo via. Voglio credere che non tutte le parole siano teatrale menzogna. Voglio credere nello slancio trasparente della passione verso chi si ama, verso l’arte, la musica, la letteratura. Voglio credere che non sia tutto racchiuso in quello che ho già conosciuto, ascoltato, visto.

Voglio credere che accadano
ancora cose meravigliose anche quando si ha paura di sperarlo, che poi è un modo silenzioso di continuare a crederci.

[…] Ed il vento, l’onda, la stella, l’uccello, l’orologio, vi risponderanno
“E’ l’ora di ubriacarsi!”
Per non essere gli schiavi
martirizzati del tempo, ubriacatevi,
ubriacatevi senza smettere!
Di vino di poesia o di virtù, a piacere vostro.

Charles Baudelaire

they never know it

… del resto, pensavo, una che come suoneria per i messaggi ha il suono delle onde del mare che si infrangono a riva, una che ogni volta che legge un romanzo le sembra di essere almeno uno dei personaggi raccontati, per quanto se ne immerge fino a sentire quasi sulla sua pelle le vicende narrate, una che non riesce più a trovare le parole per raccontarsi, una che vorrebbe poter parlare solamente attraverso i silenzi e gli occhi (e con un numero molto ristretto di persone), una che continua imperterrita a guardare le nuvole volta dopo volta con lo stesso identico stupore come se si trattassero di una delle più grandi meraviglie del mondo (e in realtà forse lo sono), una che crede ancora nel romanticismo di cui una curva rossastra in cielo durante il tramonto potrebbe esserne sublime effige, una che desidererebbe essere baciata sotto un temporale estivo al culmine della sua potenza, una che non riesce proprio a non polemizzare su tutto quello con cui discorda, una a cui basta un pensiero o il soffio di una sensazione triste per sentirsi lacerata senza anestesia, squarcio all’altezza dello stomaco, frantumarsi di conchiglie, smarrimento muto, paura ancestrale che la riporta a quello di cui non è mai riuscita a parlare con nessuno fino in fondo… una così, pensavo, non può che essere una disadattata sociale e sentimentale.

(They never know it
Because you never show it
You always get your way)
Belle and Sebastien

incastro di venti e burrasche

[…] Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco ed i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore ed ai sentimenti

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incerto
pur di inseguire un sogno

chi non si permette, almeno per una volta nella vita,
di fuggire i consigli sensati

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso […]
Neruda

Il ventaglio di sensazioni sfaccettate e dilatate che giorno dopo giorno si affastellano nei miei occhi mi ubriaca. Ammetto quasi dolentemente che la contropartita di chi ha scelto di non morire lentamente è un prezzo da pagare acerbo eppure succoso e superbo: nessuna lama potrebbe essere più affilata, nessuna solitudine più totale né alcun angolo di luce più accecante.

Ci sono le persone che fanno le masse, e poi ci sono le persone come te, con una sensibilità particolare, che vivono ogni emozione in maniera amplificata”: avevo diciotto anni quando mi è stata rivolta questa frase di cui non capii fino in fondo il significato. Come avrei potuto?
Eppure ora conosco l’intensità lacerante del Sentire quello che ad altri pare invisibile; ora so che poco altro soffoca quanto il percepirsi estranei in un mondo nel quale non ci si riconosce, distanti dalle parole che si ascoltano e dai gesti che si guardano compiere e di cui non si capisce il senso. Troppo spesso questa sofferente impossibilità a rispecchiarsi negli altri porta ad essere tacciati di egoismo, presunzione, eccessiva arroganza e poca capacità di adattarsi e di accettare il vivere quotidiano, dove il sinonimo più esatto di quotidiano è mediocrità: una mediocrità che però pare essere accettata come il necessario contrappasso per distese di amori e amicizie di cartapesta così fintamente vive da ingannare chiunque non sappia difendersi con l’unica arma a disposizione: l’inquietudine latente. Esiste difatti una perenne insoddisfazione che conduce a scandagliare ogni più buio anfratto di quello che ci circonda, nella speranza di porre un argine all’apodittico buio nel quale si viene immersi perfino inconsapevoli o contro la propria volontà, scagliati come si è nella corrente svelta che scorre incessantemente, mietendo come vittime anime opache e senza personalità. 

(Troppe volte si è ignari carnefici di se stessi)

Conosco poche cose del mondo, ma so quanto tutto questo vagare sia spesso difficile e sfiancante, amplificato ad ogni passo nel quale si inciampa, quando si pretende (forse) troppo da sé, e si sbaglia più degli altri, e ci si perdona (ancora forse) eccessivamente poco, ricercando un altrove che fa soffrire nel suo essere utopia, eppure sempre imprescindibile orizzonte dal quale attingere la propria linfa vitale.

Delle volte, però, è anche un vivere delicato che tenta di grattare ogni ruvida superficie. Potrei definirlo anche inno alla vita, incastro di venti e burrasche, semplicità di margherita di campo, favola ancora sconosciuta. Oppure un bacio lieve appena svegli, il fragore di un’onda maestosa nella sua brutale natura impetuosa. Ma soprattutto si può rivelare l’unico modo con cui poter respirare.

farfalla di sogno

Le espressioni malinconiche i lunghi capelli che accarezzano la schiena nuda l’olio di mandorle rimanere con la testa all’insù a guardare il cielo un sogno onirico bellissimo l’amarezza impastata del risveglio i desideri che nascono dallo stomaco si propagano lungo tutto il corpo e mozzano il respiro tutto quello che vorresti sentirti libera di poter cogliere la leggerezza dell’audacia la follia la tenerezza la dolcezza gli spazi volontariamente indifesi attendere il delinearsi dell’oltre senza più pagine da studiare il vento gitano il roboante incessante afflato indefinito che ti riveste le parole che non riesci a pronunciare quelle che ti ripeti di continuo quelle che vorresti fossero scoperte e amate la curiosità ingenua il sapore sconosciuto che dipingi mentalmente ascoltare un respiro il verso di una poesia che assomiglia a una ninnananna: “farfalla di sogno, assomigli alla mia anima, e assomigli alla parola malinconia”(Neruda).

invisibile ai molti

Ho aggiunto un post-it ai tanti che già costellano il mio pannello di sughero. Ho trascritto una frase semplice, in inglese. E’ scritta per metà a stampatello; la parte conclusiva, invece, è in corsivo perché era naturale che fosse immortalata con quei caratteri sul foglio. Si tratta di inchiostro celeste, anzi: blu marino. E’ un dedicato. Un dedicato silenzioso e riservato che in fondo rispecchia il mio modo d’essere. Forse qualcuno, trovandosi a leggerlo, si chiederà cosa voglia significare. Va da sé che non lo direi a nessuno, perché è solamente mio. E’ un po’ alla stregua di quei sorrisi apparentemente immotivati che affiorano all’improvviso sul volto, e quando ti viene chiesto: “Perché sorridi?” tu rispondi: “No, niente” ma non è affatto vero, ed è come se in quel frangente tu condividessi un segreto con qualcuno che esiste o forse no, ma il sorriso rimane lo stesso stampato sul viso per qualche istante, ed è semplicemente bello così.

Vorrei essere l’amplificarsi intenso, lieve e inobliabile di ogni singolo scricchiolio d’anima, di ogni vibrazione d’aria e di ogni riverbero di colore invisibile ai molti.

ovunque si lotti e ovunque si ami

[…] E soprattutto non dimenticare te stesso,
a trascinare la tua debolezza e la tua semplicità,
ovunque si lotti e ovunque si ami,
in un mondo così triste e folle, in verità!

È stata punita assai questa greve innocenza?
Che ne dici? L’uomo è duro, ma la donna? E i tuoi pianti,
chi li ha bevuti? E quale anima, contandole,
consola quelle che posson dirsi le tue sventure? […]

Paul Verlaine