Archive for 29 maggio 2007

capovolgere l’universo conosciuto

Avevo dimenticato quanto potesse esser bello uscire di casa quasi all’alba: pare una dimensione surreale, profumo di rugiada, riflesso di pietra preziosa incastonata segretamente laddove è difficilissimo scorgerla. Ti lasci accarezzare dall’aria fredda sul viso e ascolti una canzone dei Belle and Sebastian che è l’esatta proiezione di quello che vorresti si ammantasse sensualmente tra la pelle e il cuore non concedendoti neppure più fiato per respirare.

(osare è capovolgere l’universo conosciuto. ma osare non basta: bisogna essere arditi. rifare l’undicesima volta la stessa cosa che non ci è riuscita mai. roba da kamikaze, vero? ma se vi siete scornati dieci volte, scusate, cosa vi costa l’undicesima? […] si è molto soli quando si osa e gli arditi sono sempre di meno. così è sempre più difficile trovare un compagno o una compagna di volo. ma anche qui c’è una domanda che è giusto porvi: che ve ne fate di uno qualunque?)
Jack Folla

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per non rallentare

(Devo ricordarmi di smettere di associare a me l’aggettivo timida perché ora non lo sono più di quanto a volte mi piaccia far credere. L’importanza di quello che non ti annoia. Le stelline colorate che dipingono i tuoi vorrei. Non rinuncerei mai a lottare per quello che Desidero e la trovo una sensazione incantevole. La delicatezza della canzone dei Cappello a Cilindro che si può ascoltare cliccando sul titolo qui sotto)

(per non rallentare)

stealing beauty

Stealing beauty (io ballo da sola)

Ci sono cose in te che probabilmente rimarranno immutate nel tempo: il sorridere quando ricevi una lettera cartacea, l’intrecciare i capelli tra le mani, la sincerità delle emozioni, la fiducia nel tuo istinto, i batticuori irrazionali che fanno sentire vivi. L’ingenuità, l’importanza del Credere nell’Osare, l’imprescindibilità delle farfalle dorate tra le tue pagine di diario, l’essere innamorata dell’unicità racchiusa nel primo bacio con qualcuno. Il rifuggire la tiepidità dell’accontentarsi, il non ascoltare chi non sa Sentire, il non voler spiegare quello che la “gente” non può comprendere, lo sgorgare imprevisto e spontaneo di almeno una lacrima ogni volta che giungi al termine di questo film.

life goes easy on me (?)

Pensi che dopotutto ci sia una sorta di bellezza anche nel respiro che fai ad occhi chiusi seduta per terra sul balcone del tuo studio quando i raggi del sole illuminano il viso (e in realtà al momento c’è davvero poco che riesca ad illuminarlo) e le braccia e le gambe – ché fa caldo ma tu hai costantemente dei brividi inspiegabili di freddo – e intanto nelle orecchie ondeggia The Blower’s Daughter una due tre quattro volte, ascolti l’incedere della chitarra, no love no glory no hero in her sky, la dolcezza di un violino, poi il respiro lo trattieni come se anche la vita si potesse respirare alla stregua di quando scrivi senza virgole senza pause quasi in attesa di scoprire qualcosa nel rigo successivo o anche dopo due, ché non ci formalizziamo per così poco.

(e il video vale la pena guardarlo fosse solo per gli scorci di mare che racchiude)

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=n3lYNqHhzjc]

un alito di musica o di sogno

Sono sempre stata convinta che scrivere mi avrebbe salvato. Ho sempre pensato, fin da piccola, che scrivere era quanto di più autentico e necessario e sincero fosse in me. Urgenza e desiderio e fascino e magia. Quando non sapevo ancora leggere, mi racconta mia madre, guardavo le immagini dei fumetti e inventavo storie. Me lo sono ripetuta innumerevoli volte: quando avrei perso tutto, mi avrebbero salvato le parole. Mi ripetevo che mi avrebbe salvato l’inchiostro, mi avrebbe salvato l’abbandonarmi totalmente a me stessa, mi avrebbe salvato il disperato slancio che portava a creare i caleidoscopi che riflettevano le mie ombre e le mie ataviche paure. Mi avrebbero salvato la poesia sanguinante e i racconti gitani. Mi avrebbero salvato la sensualità delle metafore più ardite e ricercate e la forza visionaria di certe immagini e il candore delle pagine immacolate.
La forza evocativa delle parole è diabolica. E non c’è nulla di più vero e di più falso di esse, così talmente violente, aggressive, tenere, audaci, ingannevoli, disarmanti, spietate, sincere, esitanti, fragili, determinate. Inferno e Paradiso.
Ora mi chiedo cosa accade quando le perdi, quando continuano a sfuggirti, quando ti sembrano inadeguate o meglio: quando tu ti percepisci inadeguata davanti a loro. Mi domando cosa accade nell’esatto momento in cui non le cerchi più perché non ti bastano. Mi chiedo cosa accade quando le hai violentate talmente tanto da desiderare che scompaiano, quasi non avessero mai fatto parte di te, e nell’esatto frangente in cui te lo domandi senti che la parte forse migliore di quella che sei ha smesso di brillare.

“un alito di musica o di sogno, qualcosa che faccia quasi sentire,
qualcosa che non faccia pensare”
Pessoa

di rose dette presenze

Io non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze
,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all’orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

Alda Merini

delle cose belle e autentiche

Potrebbe sembrare un panegirico sulle mie amicizie (e forse in fondo lo è), però si tratta di storie vere e belle da raccontare, e io che sento una mancanza perenne di cose belle e semplici e autentiche e di racconti – magari di notte, ché la notte ha sempre il suo fascino indiscutibile –  e di sorrisi che affiorano sui volti, non mi stanco di respirare questi legami senza i quali, ne sono certa, il mio cielo sarebbe più basso, io più arida e fredda e le mie emozioni conoscerebbero solo colori opachi e sterili catalogazioni.

Sapere che c’è qualcuno su cui poter contare anche alle due di notte o alle otto di mattina, a cui riversare ogni pensiero, ogni ansia, ogni delirio imbarazzante e inconfessabile a chiunque altro, deliri di quelli che la mattina seguente ti senti dire: “Vale, ma ti rendi conto di quello che hai detto stanotte?” e tu sì, te ne rendi conti e sai quanto amore ci deve essere dall’altra parte per reggere certi tuoi labirinti mentali che vengono capiti (e sopportati) perché Sentiti e condivisi. E poi c’è qualcuno con cui ridere fino alle lacrime, e qualcuno che ti dice “Vorrei fossi qui a Roma con me, adesso”, e qualcuno che molla i testi da studiare e ogni altro appuntamento perché “Non c’è nulla di più importante di te ora”, e qualcuno che fa la fila per farsi autografare un libro importante che ti spedirà come regalo.
E c’è chi ha imparato a conoscere, anno dopo anno, i tratti del tuo viso e le vibrazioni della tua voce tanto che basta un tuo telefonico “Ci vediamo oggi?” per sapere già che c’è qualcosa di importante che deve ascoltare; c’è chi ti conosce da appena due anni senza che però ignori ogni cono d’ombra taciuto ai più; c’è chi guarda un film, legge un libro e nel mentre te lo fa sapere perché ti sta pensando e in quel momento vorrebbe condividere gli occhi con te.
E c’è chi hai conosciuto attraverso i fiumi di inchiostro di lettere di cinquanta, sessanta pagine per volta che quando qualcuno scorgeva rimaneva allibito: eppure tredici anni sono trascorsi veloci dopotutto, con le vostre parole e ogni pensiero riversati su fogli colorati, a righe o quadretti, a volte stropicciati o strappati, ma eravate voi che crescevate insieme anche se lontane (che tu la distanza nei legami l’hai conosciuta a dodici anni e forse è stato un battesimo di fuoco, perché non ti ha mai più lasciato negli affetti più importanti e speciali), e ora che nella tua vita molto (ma mai tutto) pare crollare pezzo dopo pezzo, trovi una mail di questa ragazza che conosci dalla seconda media e che tanto ti ha regalato con le sue lettere e per un istante sei felice, semplicemente felice, perché l’hai scritto già: ti piacciono le cose belle e semplici e autentiche, e le parole che hai letto lo sono, e sei fortunata, questo lo senti, e per un attimo ti piace pensare che sia perché un po’, in fondo, lo meriti.

“[…] Le persone come te sono quelle che non mollano mai. Non sei partita per l’Irlanda e pensi all’Australia… questa sei tu, una che guarda avanti e che non si piange addosso, sei troppo intelligente per farlo e soprattutto per accontentarti di poco e così presto. Tu hai più da dire e da dare della maggior parte delle persone… […]  Da te non posso accettare vittimismi, sono io quella sempre pronta a buttarsi a terra, non tu; tu sei quella che tende le mani e le persone le fa rialzare. […] TU sei una combattente.” (R.)

“Tu sei una combattente.”
… che a volte basta poco per tutto, davvero poco.

una torta con panna e fragole

Sentire il peso di ogni alba che non hai visto. La banalità racchiusa nell’impossibilità ad essere felice tutta intera, e mi viene alla mente, non so perché, una torta con panna e fragole: candida, immacolata e così disarmante nella sua dolcezza. La tristezza che implode e lascia muti. La banalità dei limiti oggettivi. La vita che hai e quella che invece vorresti riflesse l’un l’altra allo specchio. La banalità di un nuovo taglio di capelli e di una gonna corta da indossare e del trovarsi belle e dello scendere le scale di casa sapendo che qualcuno di speciale aspetta solo te. Respirare il profumo della notte, condivisione e silenzi e cielo cristallo scuro e palpitare non sotterraneo del cuore. La banalità del guardare un film da sola immaginando di essere in due. Giornate che sembrano tutte uguali, scandite da sveglie mattutine e da testi sui quali studiare senza averne più voglia. Fotografare il cielo. La banalità dell’abbraccio che desidereresti e la banalità di una poesia che non ha bisogno di parole.

(i nostri sentimenti vanno oltre noi stessi)
Montaigne

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