Archive for 28 marzo 2007

polvere e vento nel viale del ritorno


(ovunque proteggi la grazia del mio cuore)

Non dormo, ho gli occhi aperti per te,
guardo fuori e guardo intorno
come è gonfia la strada
polvere e vento nel viale del ritorno

Quando arrivi, quando verrai per me
guarda l’angolo del cielo
dove è scritto il tuo nome
,
dove è scritto nel ferro
nel cerchio di un anello
dove ancora mi innamoro
e mi fa sospirare così
adesso e per quando tornerà l’incanto.
vinicio

Poi arriva la musica, semplicemente, ad abbracciarti. Un abbraccio caldo e silenzioso. Etereo e reale. E ti sembra perfino di ritrovare le parole che in certi giorni sembrano non esserci: le cerchi disperatamente, ma niente. Non ci sono.
E così ti scopri aggrappata a giochi d’azzardo di aghi colorati, affastellati in gran furia, come se temano possa finire il tempo a loro disposizione per agire: il tempo sarà magnanimo con voi, signori aghi. Uno alla volta, con calma. C’è spazio per tutti.

noi, gente bizzarra, trapezisti del cervello

(dedicato)

Luglio 2006

[…] A voi va bene così, voi siete felici così. Senza conoscere il brivido di una poesia, di una canzone, di un film, di una serata estiva a parlare in silenzio solo guardandosi, di una lettera d’amore in cui riversi tutta te stessa anche se non servirà a nulla e in fondo lo sai già mentre la scrivi, ma continui a scriverla ugualmente. Senza conoscere il brivido dei treni presi con l’incoscienza, con la follia, con la paura; per le emozioni, per la curiosità, per il desiderio – di notte, di giorno, sempre.

Voi siete felici così, senza vibrare per un sogno comune, quello di cambiare qualcosa in questo mondo. Senza conoscere l’intensità di una tragedia scritta nell’antica Grecia, senza piangere ascoltando De Andrè il giorno dell’anniversario della sua morte, senza essere innamorati delle pennellate di Van Gogh.

Voi siete felici così, sono io che sono dilaniata. Sono io che inseguo chimere. Sono io che continuo ad amare e a travolgermi di emozioni e a innamorarmi di miraggi e a non capire e a non essere capita. E ha ragione mia madre: è inutile che mi incazzi, che mi indigni, che mi ostini a cercare di capire. Non c’è niente da capire, proprio nulla.

“Ma poi mi passa, fratelli, perchè l’amore c’è, resiste. Anche la musica c’è. Esiste e resiste. E noi, gente bizzarra, trapezisti del cervello, siamo molto di più di quanto le nostre crisi di esistenza ci facciano momentaneamente credere”
Jack Folla

it’s only love

Non lo so, dove sono finita. Ho scoperto delle cose ma ne ho perse altre, forse ho perso della Bellezza senza accorgermene fino ad ora. So che stamattina ero sveglia prestissimo (e chi mi conosce sa quanto sia assolutamente un evento tutto ciò), inquieta; ho cercato il cd contenente le parole di Jack e ho fatto partire qualche brano. Le conoscevo già quelle parole, ma non per questo il cuore ha smesso di accelerare. Il pezzo sull’osare è lo stesso pezzo che ti ha fatto emozionare una notte in treno, lo stesso che hai condiviso in una serata estiva a Livorno, lo stesso che ti ha fatto sentire fiera, orgogliosa di te… e ora ti ci sei riconosciuta, ma dall’altra parte. Ti sei sentita spaesata; ti guardavi da fuori, colpevole. Soprattutto mediocre, noiosa. Poi hai cercato sul tuo vecchio blog un pezzo copiato in un’altra vita: hai ricordato perché l’avevi ricopiato, di quanto tuo crederci e di quanta tua condivisione fossero intrise quelle parole di Jack. Hai annaspato nell’incapacità di ritrovarti – sensazione di distanza artificiale, sensazione di aridità, sensazione di terra spaccata.
“…perché la vostra condanna è il cosiddetto realismo”. Ti sei sentita molto triste. Aborto di slanci e pioggia che bagna i vetri. Continui a rileggere queste parole e scopri che ti manchi, di una mancanza violenta e senza fiato, non più sostenibile.
Triste e inutile come la birra senz’alcool, avresti scritto anni fa senza la minima esitazione.
A voi questo meraviglioso brano.

***

It’s only love
martedì 27 novembre 2001, ore 5:29 

Confesso che avrei una voglia matta d’innamorarmi un’ultima volta prima di sparire per sempre, con lei o senza. Confesso che sentivo una gran smania di parlarvene, soprattutto che ne parlaste voi, qualche volta: perché adoro chi sa ancora innamorarsi. Ma sta diventando maledettamente difficile innamorarsi, vero? Di uno sconosciuto, ovvio; dell’anima straniera; dell’altro che fino a ieri non c’era ed adesso c’è. Nell’innamorarsi è proprio questo il succo: l’andare allo sbaraglio, senza indirizzi, coordinate, bussole: ci piace un tale, una tipa, perché quando è passata ci è parsa una cometa, e il nostro cielo si  sentito vuoto a metà, si è ritirato, come se al sole venisse improvvisamente meno la luna, e viceversa. Sdolcinato, dite? Chi se ne fotte. Sugli innamoramenti, come su Bin Laden, ciascuno valuti come meglio crede e sa; in amore, penso, ne sappiamo tanto quando dei dialetti arabi.

Ma c’è una costante un poco triste che mi sembra emergere dai vostri silenzi: ed è che vi innamorate pochissimo o per nulla. E poi avrei un’altra verità minuscola: i colpi di fumine non scattano se non siamo preparati ad essere fulminati. Non si tratta di andare a caccia come iene, né di pretendere – barricandosi in casa – che l’anima gemella, dopo aver percorso le Pagine Gialle, venga a cercarci porta a porta come la gestapo. No, tupamaros della passione sventurata, parlo d’altro. Credo che se non si fa un bel po’ di pulizia interiore, se non ci cacciano a pedate, prima, i vittimismi del tipo: “io ho già dato tanto, adesso gli uomini non mi fregano più”; se non la piantiamo di scaricare sul malcapitato essere umano che incautamente ci ha gettato gli occhi addosso tutta la nostra pelosa diffidenza, o l’astio che proviamo per gli sconosciuti senza lettere di raccomandazione, la scintilla non scatterà. Dal calcolo e dal compromesso nascono solo amori pesanti. Che sono le coppie scoppiate di oggi: gli inseparabili che si separano, dopo le guerre casalinghe, gli afghanistan in famiglia; i “messi insieme” che si sciolgono tra rinfacci, menzogne e corne reciproche.

Sono un Don Chisciotte di periferia, fratellini. Ma in circolazione vedo solo amori pesanti e sesso. Innamoramenti folli nisba. E  ve lo dice uno che è stato capace, dai 18 ai 32 anni, di amare clandestinamente una ragazza che non lo voleva più vedere, praticamente un cretino. Per cui voi sarete sicuramente miei maestri, e io sproloquio solo perché il dj parlante è il mio mestiere. Ditemi che non sto sognando. Che v’innamorate ancora, e tanto, come cucuzze bollite. Sarò felice di sentirmi sfigatissimo, vorrà dire che qualche chance ce l’avrà pure questo buzzicone di Folla Giacomo, detto Jack.

(dedicato a chi capirà. a chi si ritroverà. a chi l’ha vissuto)

(eppure sentire i sogni in fondo al pianto)

(nelle strade di casa cerchi il mondo
nei libri e nei poeti cerchi te)
Guccini

[…] Amore mio, ho passato
Tutta la notte annaspando,
Fra lenzuola grevi come il bacio d’un perverso.

Tre giorni. Tre notti.
Limonata, brodo, acqua,
Acqua, fammi vomitare.

Per te o chiunque sono troppo pura.
Il tuo corpo
Mi offende come il mondo offende Dio. Io

Sono lanterna – la mia testa una luna
Giapponese di carta, la mia pelle oro foglia
E’ carissima, molto delicata.

Non ti sbalordisce il mio calore? E la mia luce?
Sono un’immensa camelia
che s’infuoca e va e viene, vampa a vampa.

Penso che sto sollevandomi,
Forse mi librerò
I grani di ardente metallo volano e io, amore, io

Sono una pura
vergine d’acetilene
Con una scorta di rose,

Di baci, di cherubini,
Di tutto che esprimono queste rosee cose.
Non tu, né quello

Non lui, né quello
(Ogni mio io si perde, sgualdrinesco orpello)
– Al Paradiso.

Sylvia Plath, Febbre a quarantuno

anche se il mondo non ci vuole bene

Dammi passione, anche se il mondo
non ci vuole bene
,
anche se siamo stretti
da catene e carne da crocifissione.
Neffa

Bellissimo film, Saturno contro. Bravissimo Ozpetek, bravi gli attori. Splendida “Passione” di Neffa, coinvolgente “Remedios” di Gabriella Ferri. Un film che è caleidoscopio di vita vissuta, desiderata, sofferta: arriva allo stomaco e fa sorridere e riflettere; fa anche male. Un mischiarsi di amicizia e amore e dolore e – andando in fondo – anche speranza.
Guardavo il film e pensavo che una consolazione dei per sempre che non esistono (qualcuno forse sì, però) sono davvero le amicizie che ti stringono quando non hai neppure la forza di stringerti tu, e sono lì, anche in piena notte, se tu volessi, senza che neppure tu debba pronunciare una parola. C’è chi ti stupisce perché ti conosce come non immaginavi; chi crede in te quando tu galleggi nel disincanto e ti lasceresti andare alla deriva, ché ci sono quei momenti in cui tutto pare inutile; chi ieri aveva gli occhi quasi lucidi mentre ti diceva “E io come farò senza di te?” e poi aggiungeva “…ma sono tanto contenta per te”. E’ la stessa persona che un anno e mezzo fa, nella mia auto, mi disse seria: “Smettila di farti del male da sola”, e lì iniziammo a ridere anche se da ridere non c’era nulla; noi ridevamo forte senza un perché e non c’era nulla altro di cui bisognassi in quel momento.

Anche io, come uno dei protagonisti del film, desidererei che in certi istanti tutto si fermasse – immobile, cristallizzato – per godere di alcuni istanti di Felicità ancora e ancora, instancabilmente, con voracità. “Voglio che tutto rimanga così per sempre, anche se so che per sempre non esiste”.

Ieri già un mese. Difficile definire un’assenza che è vento che soffia e va lontano. Ci sono incredibili sfaccettature del dolore, ma soprattutto della mia incapacità a realizzare – persino a considerare – la fine. La sera mi scorrono ancora davanti agli occhi fotogrammi disordinati: una telefonata in piena notte; l’alba che accoglie passi lenti e la paura del trovarsi davvero di fronte al buio implacabile della fine; visi sconosciuti che si susseguono; stanchezza; senso di apnea e vertigine indistinta. Poi allontano ogni pensiero: rifuggirlo quasi non stato fosse reale e vissuto – come se poi il mio essere puerile mi assolvesse, tutt’altro, mi condanna – è quanto tutt’ora io riesca a fare.

Sentirsi indifesa. Qualche notte scorsa ho guardato Eternal sunshine of the spotless mind, dall’orribile traduzione Se mi lasci ti cancello (che non rende giustizia alla bellezza del film). Ho pensato che è una consolazione, in fondo, la consapevolezza che nulla cancellerei, né cambierei, dei miei vissuti. Che forse poi è un girare in tondo, oppure un rincorrersi senza saperlo, o perfino uno sfiorarsi inconsapevole. Un lasciarsi distrattamente, un incontrarsi non casuale, un gioco di probabilità, una scacchiera di occasioni. Di certo, però, c’è che certi sguardi non basterà mai nulla per ripagarli, o anche solo per smettere di desiderarli.

Abbracciami e fammi illudere,
che importa se questo è il momento
in cui tutto comincia e finisce
giuriamo per sempre però.
Siamo in un soffio di vento che già se ne va.
C’erano le parole, c’erano stelle
che ho smesso di contare
perso nei giorni senza una ragione
.
Neffa

and you may contribute a verse

Ahimè! Ah vita! Di queste domande che ricorrono,
degli infiniti cortei senza fede, di città piene di sciocchi,
di me stesso che sempre mi rimprovero (perché chi più sciocco
di me, e chi più senza fede?)
di occhi che invano bramano la luce, di meschini scopi,
della battaglia sempre rinnovata,
dei poveri risultati di tutto, della folla che vedo sordida
camminare a fatica attorno a me
,
dei vuoti ed inutili anni degli altri, io con gli altri legato in tanti nodi,
a domanda, ahimè, la domanda così triste che ricorre – Che cosa
c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita?

 Risposta:
Che tu sei qui – che esiste la vita e l’individuo,
che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi
con un tuo verso.
Walt Whitman

Forse doveva accadere tutto così, giornate lunghissime, lo stupore, questo sentirsi sospesa, il desiderio di tenerezza e la paura di abbandonarvisi, guardare I Goonies di notte sotto le coperte e sorridere, le favole che vorresti ascoltare, il ricordo delle primavere spensierate trascorse fuori casa e i quindici anni e la chitarra di Gianni e Wish you were here dei Pink Floyd, il profumo di questo sole e di questi cieli dal blu sconfinato, il senso di meraviglia, la voglia di dare fiducia a questo Marzo, l’affiorare di un pianto liberatorio quando ripensi ai tuoi campi scout e alla condivisione magica con degli sconosciuti che rimarrà sempre troppo intensa per non rimpiangerla dolcemente.

Forse doveva accadere così, quasi all’improvviso, l’inizio di un countdown lungo appena cinque mesi, cinque mesi per te che quando frequentavi la prima media raccontavi che ti saresti trasferita a Ferrara (perché proprio Ferrara non l’hai mai capito) e invece poi hai realizzato che non avresti mai potuto fare neppure la studentessa fuori sede, perché è questione di fortuna e possibilità, avercele o meno non è dipeso da te, solo uno dei tanti rospi da mandare giù – cosa vuoi che sia – mentre guardavi altri partire senza che dopotutto lo meritassero più di te (pensavi tra rabbia e lacrime e invidia, o forse era solo tanta tristezza), e lì hai iniziato a comprendere come funziona questo meccanismo cinico che è la vita (quella che non ha a che fare con la Poesia e la Bellezza, la vita spicciola del denaro, per esempio), e ora sono solo altri cinque mesi, se tutto andrà come deve, e avrai fatto tutto da sola, conoscendo il valore delle rinunce e dei sacrifici.

Doveva avere questo sapore strano, il conto alla rovescia, questa sensazione da quasi “ultima volta” per tutto, la leggerezza del fare quello che meglio credi perché è tutto frutto di desiderio innocente, senza aspettarsi nulla – è questa la cosa più bella, che non ti aspetti nulla ora, che non vuoi nulla se non le emozioni pure, la tua spontaneità che molti hanno sempre frainteso – solo parlare abbracciare sognare sperare credere scrivere per la voglia di farlo, perché tutto presto verrà quasi azzerato (ricominciare da tre è ormai una tua filosofia di vita) e ci sarai solo tu.
E hai voglia di piangere perché è così strano, troppo grande per un cuore solo, per un respiro regolare, per tutti gli anni di Alcatraz, per tutto l’odio che è diventato bellezza, ora lo capisci, l’hai trasformato in bellezza, e ti ami, ti ami come mai era successo, perché bisogna prima amarsi così come si è – acqua e sapone come dicevi sempre di voler essere – e poi agghindarsi; prima guardarsi spoglia, per capirsi e accettarsi, e allora acqua e sapone lo sarai sempre anche ora con gli occhi truccati, anche quando vestirai in maniera totalmente differente, sarai ancora la ragazzina con lo zaino invicta verde militare e le stelle dal contorno arancione e il giubbotto di jeans sul muretto del liceo, ché anche se cambierai, sarai la stessa; un giorno ascolterai Piccola città di Guccini e ti commuoverai, e tutto sarà lontano ma dentro te, e sarà una sensazione stupenda – la non rinuncia a quello che dicevi di volere (anche se spesso le persone dicono ma poi fanno altro) – , questo te lo eri promessa tanto tempo fa e vedi, sta accadendo, lentamente, come è giusto che sia, che bisogna meritarsele le vittorie, anche per gustarle.

Forse doveva avere questo sapore dell’incredulità il “ce l’hai fatta” che ti senti ripetere da tanti e tu non rispondi perché hai ancora paura di svegliarti, sorridi solo lievemente e non trovi parole, non le cerchi neppure.
Forse doveva essere davvero così difficile fare mia l’idea di un cielo dalle nuvole cangianti, l’immagine di certe valigie color delle nuvole appunto, il sapore di una conquista che è semplicemente continuare a credere in quello che fa parte di te, senza ritrattare all’ombra della paura. La paura non ha mai fottuto le tue convinzioni, i tuoi orizzonti per qualcuno folli, esagerati, troppo ambiziosi (pretendere la vita che si vuole non è ambizioso: è solo giusto, dannazione). Che a dirlo – credere sempre in quello che si sente di essere, senza arretrare – sembra un soffio, eppure dietro ci sono mattoni tirati su nelle ore di punta del caldo di Agosto, per rendere l’idea.
E forse doveva accadere proprio così anche lo scovare quel libro su uno scaffale improbabile, sussultare leggermente, l’avevi cercato tanto e ora lo giri tra le mani fissando la copertina, poi non lasciarsi incidere dallo smarrimento, solo prendere consapevolezza che è passato, ora davvero. 

L’emozione di una canzone – Invincibile dei Muse – che mi ha stregato facendomi rispolverare corde dell’anima che credevo sopite, le quali invece traboccano di inespressi destinati ad esplodere, in un modo o un altro; Stand by me che ascolto e mi fa ondeggiare tra il passato e l’hic et nunc che cambia minute by minute; ricordare le canzoni che ascoltavo in macchina con i miei genitori quando andavamo in vacanza; “that the powerful play goes on, and you may contribute a verse” di Whitman che si addormenta sul cuscino accanto a me.

Forse doveva accadere tutto esattamente così, senza che io l’avessi mai potuto immaginare, facendomi scoprire l’ennesima sfaccettatura della Bellezza inesprimibile a parole dei matti che popolano Spoon River, i quali nella luce dei loro pensieri inventano parole, mai compresi fino in fondo da chi, attorno a loro, vive di etichette e frigidi schemi mentali. 

distendersi di onde

Il profumo del mare, intensissimo.
Leggo Virginia: commozione vibrante che si deposita sul fondo di quella che sono. La leggo e mi batte forte il cuore. Sento un filo attraverso certe sue parole: lì in mezzo, da qualche parte, ci sono anche io. Incredibile e commovente. Emozione intima e delicata che non saprei spiegare, che corre e si dispiega vorticosamente attorno ai pensieri che lei traduce in parole. Cascate di vita talmente pura e reale – puoi tendere un braccio e toccarla – da far male. Sensazione nitida di trovare pezzi di te a volte ancora celati, che però riconosci, come se ci fossero sempre stati.

***

Fissavo nella mente il rumore delle onde che parevano fluttuare intorno a me; osservavo il loro infrangersi sugli scogli, oggi pomeriggio. Zampillare impetuoso d’acqua, quasi volesse toccare il cielo. Un brusio quasi impercettibile, quello delle onde: nenia e avvertimento. Mi è venuto in mente il fluire della vita, il suo scoppiare. Profumo forte nelle narici, stordente. E’ un raccontare, il mischiarsi di onde: è tutto racchiuso lì, nell’infrangersi e nel rinascere, nel finire e nel riprendere lacci disordinati e sfilacciati, farli danzare senza copione, con colpi di scena, facendoli librare in aria un attimo e nascondendoli quello successivo. Incessantemente. Ho pensato che le onde fossero vive. Che fossero persone, anime, essenze. Che rappresentassero tutti noi.

***

In treno, tornando a casa, c’è stato un momento in cui ho sentito fortissimo il ricordo di qualcuno, ma più che ricordo era presenza. Anche pensiero vivo, quasi fosse un pensarsi reciproco, proprio in quel preciso istante. All’improvviso. Ho chiuso il libro e ho volto gli occhi fuori al finestrino, perché volevo guardare il cielo mentre ricordavo. Ed era un ricordare lieve, dolce, sommesso. Quasi un distendersi di onde, le onde che poco prima avevo fotografato visivamente come una preziosità da tenere stretta a me in certi momenti.

***

“In quegli specchi, le menti umane, in quelle pozze di acqua inquieta, dove si muovono sempre le nuvole e si formano le ombre, persistevano i sogni, ed era impossibile resistere alla strana affermazione che ogni gabbiano, fiore, albero, uomo o donna, e la stessa bianca terra sembravano pronunciare (ma pronti a ritrarsi appena interrogati) che il bene trionfa, la felicità vince, l’ordine regna; o resistere allo straordinario stimolo a vagare di qua e di là in cerca di un bene assoluto, di un cristallo di intensità, lontano dai piaceri noti e dalle virtù familiari, estraneo al percorso della vita domestica, unico, duro, brillante, come un diamante nella sabbia, che avrebbe dato sicurezza al possessore. Inoltre, addolcita e rassegnata, la primavera, con le api ronzanti e lo sciamare dei moscerini si avvolse nel mantello, si coprì gli occhi, distolse il viso, e tra ombre mutevoli e scrosci di pioggia sottile sembrò aver preso su di sé la conoscenza delle pene dell’uomo”
Virginia Woolf, Gita al faro

dov’è la strada per le stelle?

Oh, I’ll settle down with some old story
About a boy who’s just like me
Thought there was love
in everything and everyone
You’re so naive!
Belle and Sebastian

Pare sia una resa dei conti. Io che tra qualche mese potrei scombinare ogni cosa nella mia vita, sconfinare nelle possibilità fino a ricoprirmi tutta, nuotandoci sofficemente. Io che leggo felice una lettera proveniente dal Giappone e immagino già il sapore di una nostalgia strana, quella della propria terra aspra e soleggiata, ma sempre unica. Io che mi chiedo se poi, in fondo, avrò delle radici consistenti, se non sono così raminga nell’anima come credo. Io che penso a una possibilità lunga quasi un anno mentre ascolto Anna e Marco.

Ma dimmi tu dove sarà, dov’è la strada per le stelle?

Mia sorella è sotto il cielo di Genova e a me viene in mente Genova per noi di Paolo Conte e Via del campo; mia sorella per la prima volta parte da sola e va verso l’ignoto colorato dal blu di tante uniformi, e io vorrei che questo suo primo viaggio avesse il sapore del brivido, di quello che è dentro noi e che non conosciamo finché all’improvviso non esplode e tu non potrai mai più essere la stessa perché ti sei conosciuta in un modo nuovo, imprevisto, dirompente.

Ieri è stata una di quelle giornate che ti ricordano quanto ci siano persone alle quali nulla viene regalato; che – pensavo – “devi sudarti tutto fino all’ultima goccia, senza illuderti di avere qualche sconto”. Avevo bisogno di assaporare il profumo del mare: sono arrivata sul lungomare e mi sono seduta su una panchina; ho respirato profondamente, incurante della pioggia sottile. Non ero triste; forse stupita, impreparata. Cercavo di ascoltarmi, mentre nelle orecchie andava Get me away from here I’m dying dei Belle and Sebastian. Scrivevo sul mio quaderno che comunque non mi arrendevo, che avrei continuato a combattere, vaffanculo, che il dolore modella ma non distrugge, almeno non me, non più.

E’ una resa dei conti strana perché poi sono tornata a casa e c’era una notizia inattesa a stringermi, e io sono rimasta interdetta, con addosso la sensazione dell’impossibilità a gioire come avrei voluto. E’ una resa dei conti strana perché forse per la prima volta sento di stare lasciando alle spalle un mondo intero. Un mondo fatto di piccoli passi, di tante cadute, di molte lacrime, di miriadi di inadeguatezze sconfitte con il tempo, con l’incoscienza, con una forza inconsapevole cullata e fatta crescere dentro me. Un mondo di nuvole e treni, di sconosciuti che si infiltrano tra pelle e cuore dal primo istante che li incontri, di sfide perse e di occhi dietro una finestra. Un mondo di desideri soffocati, di perché ridondanti sino allo sfinimento, di voli di cartone, di slanci mozzati. Di batticuori acerbi, di rassegnate prese di coscienza, di silenzi inevitabili.

Non lo so se sarà davvero Irlanda tra una manciata di mesi. So però che tutto questo è comunque una resa dei conti mia, personale. Una resa dei conti tra melanconia imprevista e incapacità di tenere tutto dentro sé, perché si vorrebbe ma non avrebbe senso. Prima di addormentarmi, quando cerco un pensiero felice, istantaneamente c’è la sagoma di quel luogo a materializzarsi, è così naturale, io chiudo gli occhi e lo ho davanti a me. Cosa c’è di male e di sbagliato, dopotutto, nel pensarlo o anche nell’ammetterlo?

Una resa dei conti perché io sono già lontana, indipendentemente da tutto il resto. Sono lontana quando penso che dipende solo da me, sono lontana quando parlo in inglese al telefono, sono lontana quando trovo in un quaderno rosso una fotografia e rimango un attimo sospesa e lo stomaco si stringe ma non c’è nulla che potrei aggiungere neppure ai miei batticuori. Sono lontana quando ascolto Basket case e mi rivedo liceale e innamorata, quando riprendo (come capitava alle scuole medie e durante il ginnasio) a leggere testi di canzoni straniere e le canticchio per imparare le parole e la pronuncia esatta. Sono lontana quando freno la mia impulsività e lascio andare quello che è stato senza aggiungere nulla. Sono lontana quando rileggo queste parole e le sento mie ancora una volta: “Forse certe cose appartengono a un presente cristallizzato che trae proprio dal suo essere cristallizzato la propria eterna bellezza, forse immergersi diversi nello stesso liquido sarebbe una forzatura, forse bisogna lasciar scorrere qualcosa tra le dita, consci che il tempo passa, e mangia, e cambia, e toglie, e l’unica cosa che poi rimane da fare è andare avanti”.

[ UPDATE: a quanto pare, leggendo qui, il romanticismo non è estinto. E che si tratti di una vicenda sotto il cielo britannico, freddo nell’immaginario di molti, mi rincuora alquanto. ]

del (non) cambiare

La fedeltà assoluta alla propria natura,
al proprio destino e alle proprie inclinazioni
 ha un prezzo altissimo.
 Sándor Márai

Ho sempre odiato i ritardi e sono diventata ritardataria. Ad esempio mi scopro perfino contenta di arrivare trafelata in stazione: è quasi come se si rubasse un po’ di vita al tempo, e il tempo rubato è qualcosa di prezioso.
Guido di sera su strade extraurbane e contengo le mie ansie perché le voglio vincere, una volta per tutte; fluttuano di nuovo attorno a me mascara e ombretti e lucidalabbra, mentre io mi aggiro tra stivali e gonne e mi sento leggera, poi torno a casa contenta e non vedo l’ora di indossare quella gonna colorata, corta, incosciente quanto la sottoscritta che si sente ancora una ragazzina, e i venticinque anni tra qualche mese le paiono così lontani, così poco adatti a lei.

Chi l’avrebbe detto che a Sanremo ci sarebbe andata una canzone di Rino Gaetano? E in fondo è bello l’anacronismo che a volte si incastra nel presente. La canticchio e la sua attualità, mischiata alla solita vena ironia di Rino, mi pare la risposta migliore a tutto quello che si potrebbe dire sul nostro Paese.
Mi ritrovo a pensare che ho sempre desiderato che fosse la realtà a incastrarsi con me, senza dovermi adeguare io per forza, perché era troppo presto per accettare e basta. Non si tratta di umiltà o arroganza: si tratta di possibilità da regalarsi, e io ho deciso di regalarmene tante, fin dove arrivo. E quando mercoledì ho risposto al telefono, e il mio interlocutore parlava inglese, è stato qualcosa di inaspettato. Possedevo l’espressione infantile di una bambina incredula, sorpresa, semplicemente felice mentre nella mente risuona già Il cielo d’Irlanda e penso che tutto quello che sarà, io l’ho tenacemente voluto e rincorso. Che si dovrebbe pretendere di desiderare, perché senza i desideri si è destinati a toccare solo meri cieli di cartapesta.

Non mi piacciono più le librerie Feltrinelli, così uguali e inconsistenti. Cerco i particolari e sono innamorata delle intuizioni. Ieri sera ho guardato il film su Beatrix Potter e mi chiedo cosa mai esisterebbe senza la fantasia, senza il regno del possibile e dell’immaginazione, senza le favole per bambini. E aspetto di guardare l’ultimo film di Ozpetek, che sento lascerà un segno.

Odio Baricco
, apoditticamente. Odio l’arroganza e l’inevitabile vuoto del suo corso di scrittura uscito in dvd e fascicolo annesso (sic!), e lo odio perché ho amato il suo scrivere come si ama un primo amore, ingenuamente e con poche pretese, conoscendo ancora molto poco del mondo, nel caso specifico quello letterario. E ho amato quel suo libro in particolare: l’ho amato follemente, in un modo che non potrò mai spiegare a nessuno, fin da quelle tre ore di un pomeriggio datato Gennaio 2003 in cui l’ho letto tutto d’un fiato e la sua lettura mi ha cambiata per sempre. E non meritavo di provare quella sensazione di circo marcio nel quale lui (da parecchio tempo) è sprofondato. Non sopporto più il nome di Elisewin, e quanto a Bartleboom e alle sue fottute lettere, mi resta solo una scrollata di spalle mentre vado via.
 
In libreria mi piace perdere ore nella sezione di critica letteraria perché scopro cose interessantissime e vorrei leggere i libri di Sermonti sulla Commedia di Dante. Mi piace curiosare anche tra i libri di storia e filosofia, e ogni volta passo un istante davanti alla sezione fantasy perché cerco un romanzo che però non trovo mai, e probabilmente continuerò a passarci finché un giorno non ci penserò più e probabilmente me lo ritroverò davanti agli occhi e sarò sorpresa e sorridente. Ho un nuovo quaderno su cui scrivere: non è molto grande e possiede delle pagine di carta riciclata celeste chiaro.

Ho smussato qualche angolo di me ma continuo a essere poco diplomatica e poco incline alle ipocrisie perbeniste. Sono contenta di non aver mai accettato quello che ritenevo estremamente lontano dal mio modo d’essere che pure si evolve di giorno in giorno: non mi hanno piegato la solitudine non cercata, la voglia di condividere qualcosa con chi non c’era, il desiderio di essere abbracciata forte e di tornare alla cinque di mattina con il trucco sciolto e i capelli sconvolti.

Ho di nuovo i capelli lunghi con i riccioli che ogni tanto cadono sugli occhi, e io li sposto contenta, perché ho un debole immenso per i miei boccoli. Non compro sigarette da quasi un anno, non fumo da quattro mesi e spesso mi sento disperata, ma resisto. (resistere, resistere, resistere. C’è anche questo post a riguardo, su qualcuno che non ha avuto timore di dirlo.)

Scopro di avere trattenuto in me emozioni che non avranno mai altro eco se non il silenzio, ma mi piace lo stesso continuare a carezzarle, con delicatezza. Come se potessero arrivare a chi vorrei. Compilo sciocchi elenchi su quello che vorrei fare prima di partire, le città in cui vorrei tornare e le persone da abbracciare. Studio meno di quel che dovrei, e spesso di notte. Scrivo lettere immaginarie a chi non rivedrò più e mi immergo in film francesi come L’arte del sogno, che è un incantevole batuffolo di nuvola nel quale immergersi senza esitazione. Mi ritrovo sognante e troppo spesso anelante ad orizzonti fumosi.
Continuo a trovare in Ameliè che va via in bicicletta con lui l’esempio fulgido della mia idea di Amore e non escludo più nulla che abbia a che fare con i sentimenti. I nomi, i paletti, le etichette: cerco di allontanarmene sempre più. Ascolto la pelle e il vento e il mio respiro; mi nutro di sincerità ed emozioni; ondeggio sempre tra malinconia ed entusiasmi, l’essere taciturna e il tuffarmi a picco nel raccontare.

Sento la vita pulsare e voglio che esploda sempre, incendio di colori e rincorsa verso le stelle: è tutto quello di cui ho bisogno.