Archive for 25 febbraio 2007

la meglio (?) classe politica italiana

In età medievale, nonostante l’idea ricorrente secondo la quale tutto regredì, nacquero i Comuni. Tra quello che mi ha colpito dello studio di quei secoli, c’è qualcosa in particolare: l’istituzione dei podestà, i quali erano chiamati a reggere la città in periodi di tempo variabili. Al termine dell’incarico, il podestà veniva sottoposto a un processo amministrativo che stabiliva se avesse adempiuto o meno alle sue funzioni: solo in caso affermativo gli veniva versato il salario.
Ora: nel Medioevo c’era la caccia alle streghe, c’era l’Inquisizione, c’era il libro nero della censura e c’erano le torture. Va bene. Però, in chiave metaforica ma neppure tanto, si potrebbero ritrovare luci riflesse di tutto quello anche nei primi anni a seguire il Duemila, quel Duemila ammantato di fascino e ignoto da scrittori e registi. Ora siamo oltre l’anno Duemila in sensu stricto e si muore per inezie, per qualcosa che sì ha il sapore dell’incredibile.

Voglio provare a immaginare per un istante quello che accadrebbe se in Italia i politici venissero pagati al termine dei loro incarichi. Non so come il podestà vivesse senza salario, questo lo ignoro, ma sarebbe divertente provare a ipotizzare la vita di coloro che ostentano l’essere stati eletti dal popolo (quasi superfluo ricordare che con l’attuale legge il popolo non ha scelto assolutamente chi far andare alle Camere, quanto piuttosto i vecchi gioghi di partito) se solo i loro stipendi venissero elargiti al termine dei loro incarichi, dei loro – non dimentichiamo – doveri e solo se questi fossero stati adempiuti nel miglior modo possibile.

Mi chiedo anche come sarebbe andata se dopo Clemente V che decretò lo spostamento della curia papale da Roma ad Avignone, tutto fosse rimasto fermo alla scelta di quel 1309.
Mi chiedo se, privi della presenza del Vaticano, sarebbero potuti essere possibili non dico i matrimoni legali tra omosessuali – quello è esagerare suvvia, in fondo è solo in alcuni Paesi europei che questo è possibile – ma almeno i diritti verso chi convive: io convivo e pretendo gli stessi diritti di chi si sposa. Eretico? Blasfemo? Pare di sì, anche per la classe politica italiana che non riesce a discostarsi davvero dal Papa e dai suoi “valletti”, il cardinal Ruini in primis.

Non abbiamo una Sinistra degna di tal nome (sulla destra neppure mi esprimo) e viviamo in un Paese vecchio, talmente vecchio da non accettare ad esempio che il matrimonio non debba rappresentare un passo obbligato pur di ottenere dei diritti civili, mentre poi a politici e giornalisti è lecito usufruire di quei diritti negati ai comuni mortali. Si tratta, per inciso, degli stessi politici divorziati e/o conviventi i quali difendono la famiglia e sono contro le unioni fuori dal matrimonio.

Siamo il Paese degli scandali a raffica e dei tarallucci e vino nascosti sotto il tavolo, pronti a essere dispensati dopo la prima parvenza di bufera che naturalmente rimarrà eco di se stessa.
Siamo vecchi dentro, racimoliamo ancora raccomandazioni e conoscenze per spianare la strada ai nostri figli e non ci interessa nulla che abbia a che fare con la meritocrazia; ci preoccupiamo di garantire uno stipendio adeguato ai conduttori di Sanremo anche se la finanziaria aveva previsto un tetto massimo successivamente superato; occupiamo testate giornalistiche e tv con il carteggio della moglie ferita nell’orgoglio di un ex Capo del Consiglio.
Siamo inguaribili democristiani pronti sempre alla concertazione, in attesa di un grande centro anelato in silenzio ma che arriverà, anzi è già arrivato, e mi vengono in mente tutte le speranze tradite di coloro che ci hanno creduto ancora una volta lo scorso Aprile, e mi dico che basta, la radici affondano troppo sotto terra affinché cambi qualcosa, perché Tomasi di Lampedusa ha scritto qualcosa che limpido, conciso, ci descrive e ci condanna.

E non trovo altro modo di concludere questo post se non prendendo il prestito un pezzo di Montale tratto da una raccoltà, La gioventù hitleriana. E nulla, neppure un titolo, è lasciato al caso. Ricordando ancora Pasolini e il nuovo fascismo da lui presagito, e di cui è stato spesso inascoltato profeta.

Folta la nuvola bianca delle falene impazzite
turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette,
stende a terra una coltre su cui scricchia
come su zucchero il piede […]
e l’acqua séguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole.
Montale, La bufera

ma il cielo è sempre più blu


Che “O tutto o niente”: ecco come sono. Che le mezze misure sono tiepidità, e nella vita gli eccessi vanno anche gustati. Che io le sfumature le amo, ma si tratta di sfumature pur sempre insite nel colore intenso e nitido: ossimoro solo apparente. Che io tutta la strada percorsa l’ho sudata e voglio godermeli, gli scorci di cielo e di nuvole e la sensazione di altitudine e di piccola, millesima Conoscenza.
Che abbraccio passionalmente il “Io sono partigiano, per cui odio chi non parteggia. Odio gli indifferenti” di Gramsci e ascolto Rino Gaetano, il quale canta che il cielo è sempre più blu, e io ho avuto la sensazione che fosse vero quando oggi pomeriggio ero in treno e a un certo punto, all’improvviso e quasi freneticamente, ho preso dallo zaino il mio quaderno e, penna in mano, ho iniziato a scrivere, ché ho sentito questa sensazione forte del volerci Credere di nuovo, in tutto. Soprattutto nell’amore. Che detto così pare un pensiero adolescenziale, e forse lo è, ma quello che mi interessa è l’intima vibrazione che mi ha portato a scrivere che sì, voglio provare a crederci ancora. 
Che il “sorridevi e sapevi sorridere, con i tuoi vent’anni portati così, come un maglione sformato su un paio di jeans” è ancora pulsante, incandescente.

Che a furia di sentirmi ripetere, negli ultimi giorni, quanto specie ultimamente io sia diventata bella, un po’ ci credo anche io. Che i miei occhi mi sembrano ancora più grandi e luminosi e sinceri.
Che in libreria mi avvicino a quel libro e ne accarezzo la copertina, apro la prima pagina e focalizzo visivamente l’inchiostro versatoci sopra una notte; poi inizio a leggere la prima pagina ma lo richiudo in fretta, perché gli aghi sono sempre lì, puntuali e vigili. E penso che quel libro è stato arcobaleno intinto nelle stelle, è stato regalo, è stato leggerlo insieme a qualcuno di importante, è stato riguardarlo decine di volte, è stato sogno, è stato ispirazione, è stato quasiamore, e allora gli devo tanto, sebbene non lo leggerò mai più ed è giusto così.

Che finalmente ho capito, con una manciata di psicoanalisi spicciola, perché non sopporto il vestirsi a maschera: da piccola mia madre mi faceva indossare vestiti che mi sortivano solo imbarazzo, timida come ero, e di conseguenza ho sviluppato un blocco a riguardo. E ho pensato che invece una volta o l’altra potrei vestirmi almeno con delle ali, giusto per volare un po’, o magari da Memole, ché la risata, a furia di guardare gli episodi del cartone animato, la so imitare benissimo, e anche il mio saltellare non è male, ricordando la gita ai trulli con la mia sista veneta.

Ascoltavo alcune canzoni ed erano fitte incredibili al petto, perché era come se le persone che me le avessero regalate o fatte scoprire le avessi avute lì, sul treno, in quell’istante esatto, sedute accanto a me, a parlarmi o anche solo sorridermi. Ed è stato in quel momento, forse, che dopo tanto tempo ho avuto di nuovo la percezione di toccare un istante di Felicità.
Sono stata trafitta da mille pensieri. Che la Sardegna in alcuni momenti mi manca da mozzare il fiato, che anche ad occhi aperti ho alla mente ogni minimo particolare di certi luoghi e so che sarà sempre così, che vorrei tornare presto a Bologna.
Che non capirò mai chi razionalizza i sentimenti e che sono felice della mia passionalità, del mio trasporto emotivo, del mio Sentire. Che non accetterò mai i limbi e che deve esistere un modo affinché i propri occhi rimangano sempre curiosi, appassionati, ingenui e sognatori, e io lo scoprirò.
Che sono terrorizzata ed elettrizzata insieme all’idea della telefonata in inglese che riceverò presto dal Galles, che Storia medievale è appassionante e affascinante come la Storia tutta e non capisco perché in tanti la snobbino, che non vedo l’ora di ascoltare l’ultimo album di Battiato, che adoro il tea ma il caffè rimane il caffè e mi mancherà.

Che sento che qualcosa di meraviglioso mi attende, fuori da qui, e allora devo affrettarmi, correre senza però perdermi nulla del paesaggio.
Che tante volte ho dedicato canzoni a qualcuno, e invece adesso voglio dedicarle a me, solo a me stessa, perché me lo merito, tutto qui. 

il vecchio e il bambino

Forse l’avrò già scritto una volta o l’altra, ma vorrei potesse esistere una colonna sonora per ogni momento, finestra socchiusa sui pianti e sulle gioie, sugli entusiasmi e sui dolori. Vorrei fosse esistita una colonna sonora anche per una fotografia che ritrae quattro bambine: la più grande avrà avuto forse dieci anni, capelli bruni a caschetto, ancora per poco tempo lisci, e un sorriso che non è cambiato lungo il corso degli anni. Gliel’ha detto anche la sua professoressa di matematica delle scuole medie, che l’ha abbracciata appena l’ha scorta, e invece lei neppure l’aveva riconosciuta. La sua professoressa le ha detto che ha sempre la stessa faccia tenera da bambolina, e lei ha avuto lo spirito di chiedersi, tra sé e sé, se caso mai la vecchia docente fosse sotto l’effetto di qualche droga, assieme alle altre persone che le hanno detto che era diventata davvero bella. Nella fotografia ci sono poi due bambine castane, avranno avuto forse otto e sei anni, e per finire l’ultima, pressoché della stessa età della più piccola, con i capelli neri e riccissimi. E’ estate, indossano pantaloncini e magliette a mezza manica e sorridono.

Ho avuto difficoltà nel calcolare quanti anni siano passati da quella foto, forse quindici, e neppure ricordavo che in quella stanza esistesse quella fotografia, si tratta di un tempo finito, e questo lo sapevo anche prima di sabato, ma ugualmente ho provato un moto di commozione, e forse una colonna sonora mi avrebbe aiutato a trovare un pizzico di dolcezza in una giornata scandita da saluti, strette di mano e tanta incredulità.
Le quattro bambine si sono ritrovate verso sera a ricordare quelle che sono state le loro estati, ridevano ed era così strano pensare che invece, lungo il corso degli anni, erano diventate delle estranee che neppure si salutavano più per strada, e avevano avuto bisogno dell’irreversibile per ritrovarsi a guardare negli occhi le rispettive cugine, quasi si trattasse del copione di un film di scarsa qualità, solo che questa volta si trattava di vita vera, masticata e strappata al calendario impietoso degli anni, delle nascite e delle morti.

Vapori di irrealtà attraverso giornate infinite di prese di coscienza, di consapevolezze vecchie e nuove, di inchiostro non scritto ma neppure taciuto. Ombre di perdono, di vuoto indefinibile, di fotogrammi che si rincorrono appena chiusi gli occhi, di immagini senza colonna sonora, di un sorriso amaro ascoltando “Il vecchio e il bambino” di Guccini, come se servisse, come se fosse una consolazione, come se potesse essere quella, la colonna sonora. Ritrovarsi invece la bocca impastata per quello che non è mai stato, e non sarà mai più.
Che il cielo ti sia ugualmente lieve, nonna.

Those dancing days are gone

Di questo Febbraio ricorderò le musiche di Giovanni Allevi e le poesie cantate da Carla Bruni, Those dancing days are gone di Yeats su tutte. Ricorderò le risate e i sospiri guardando il mio Flavio e le chattate assurde a tal proposito con la mia sista. Ricorderò un’ansia che stringe lo stomaco, la tentazione di scappare dall’aula e poi un voto che per me è mezza laurea, la mia assoluta incredulità, i messaggi inviati, una telefonata direttamente dalla Toscana “perché non potevo risponderti per messaggio”.
Sapere, sentire, che è questa l’amicizia, e che mai e poi mai le distanze fisiche conteranno qualcosa, perché le vere distanze sono altre.
Ricorderò chi mi è stato vicino nei momenti in cui più di tutti quelle teorie e formule matematiche della geografia quantitativa non si fissavano, ed erano crisi di pianto, e mi chiedevo cosa mai potessero c’entrare Keplero e il carsismo epigeo e ipogeo e la polarizzazione secondaria con le mie passioni, con il mio desiderio di diventare una ricercatrice in un’università inglese, di scrivere, di far innamorare altre anime di letteratura e Bellezza Eterna. Ricorderò chi mi ha scritto che avrebbe creduto lei in me quando io non ne avrei avuto la forza e la voglia, e poi ricorderò chi c’è stato, chi mi ha sostenuto, chi si è preoccupato di sapere come stessi.

Ricorderò io che ballo con la mia gatta sulle note di canzoni quantomeno improbabili, più che trash, degli anni ’70 e ’80 e che mi fanno ridere, e io ho davvero bisogno di ridere in questo momento, e di non pensare, e di perdermi in stupidate come guardare con tua sorella episodi su episodi di telefilm statunitensi anche in americano, per vedere come va a finire una quarta serie.
Ricorderò lo sgomento di chi ti telefona per farti gli auguri di buon onomastico, dopo anni che questo non accadeva, e poi scoppia a piangere, e tu non sai che dire mentre stringi in mano la cornetta del telefono, e solo provi una tristezza infinita verso quest’uomo di 85 anni sempre più incavato dentro sé e con gli occhi perennemente lucidi che sta perdendo la moglie senza un fiato, e io che vado a trovarli e rimango spesso in silenzio, ascolto la stupidità e malignità gratuita dei parenti serpenti, guardo lei negli occhi e non so cosa pensa, solo ricordo tutte le sue cattiverie, e sento che forse arriverò a perdonarla, lei che non parla neppure più, solo ti guarda e non sei neppure sicura che ti riconosca, e forse la sto già perdonando mentre in mano impugno il cucchiaio per farla mangiare un poco.
Ricorderò l’indifferenza di chi non c’è, il rinnovato bisogno di Reset nella mia vita e la forza che scopro di possedere quando non ci credo.

Ricorderò il profumo delle nuvole britanniche che sento più vicine, il cielo d’Irlanda che ora pare illuminare maggiormente la mia stanza, Qualcosa che non c’è di Elisa perché è molto vicina a quella che è la mia strada, il mio modo di vivere.
Those dancing days are gone, ma io ne aspetto di migliori.

nella pietà che non cede al rancore

Appena l’ho vista, anzi qualche istante dopo, mentre a stento mi riprendevo da quell’immagine che mai avrei supposto di incontrare, ho pensato alla frase di De Andrè che è stata nell’aria fin dalla prima volta che l’ho ascoltata, durante la Ross in Romagna, senza mai capirla fino in fondo. Oggi pomeriggio me la ripetevo di continuo, “nella pietà che non cede al rancore, Madre, ho imparato l’amore”: non c’era nulla che avrebbe spiegato meglio i miei sentimenti.
Me la ripetevo mentre avevo voglia di scappare: avrei desiderato un bosco nel quale perdermi per non guardare e per non ricordare, per non trovarmi a riconoscere occhi vuoti e di morte, perché è una parola con la quale dovresti prendere confidenza, non sei più una bambina, e tu quegli occhi di morte li hai già guardati, e la cosa peggiore è stata riconoscerli su questo altro volto spaurito e indifeso, vederli stampati già, leggerli lì dove altri forse non riescono ancora.

E pensavo a quella frase di De Andrè mentre cercavo di non piangere, e mi rendevo conto che la rabbia non c’era più e l’astio non aveva appigli: tutto sbriciolato, dissolto. Introvabile sul volto e nei gesti la cattiveria che ha contraddistinto una mente ora incerta, balbettante, evanescente.

“Un teatrino mediocre”, mi veniva da pensare, guardando le stanze e le persone che ci giravano intorno, estranei pur dal sangue comune che si ritrovano e discorrono; io invece ho il viso teso, duro, “perché non dimentico, perché mi fate schifo, perché vi disprezzo”, continuavo a pensare. E poi, dopo appena qualche minuto, sei capace di provare solo rabbia per non riuscire più a sentirti così, per percepire crescere dentro una pena infinita che non è meritata ma che è comunque lì, dentro, insieme a quel verso di canzone, e pare ti stiano parlando.
Provi rabbia amara per il dover rivivere fotogrammi di due anni fa troppo recenti per non ferire inesorabilmente, e per vedere chi come te professava un disinteresse dettato dal troppo dolore subito, comportarsi invece quasi amorevolmente, come mai avresti creduto.

Qualche giorno fa sarei voluta annegare nella tragedia greca, nei concetti di Giustizia divina e di Fato e di Vendetta e di Perdono, con l’intento di riuscire a trovare uno spiraglio, un appiglio alla tiepidità in cui mi ero imbattuta, in quel pensare che chi fa del male non merita conforto né sconto di pena alcuna. 
Ora invece mi stringo solo forte a quella frase di De Andrè, rannicchiata e occhi sgranati nella notte, nessuna infelicità specifica, solo deserto e qualche oasi a rinfrescarmi. E mi ritrovo a pensare che non riuscirò più a provare rancore, e che questa volta non potrò più scappare, ché non ci sarà più nessuna estate a salvarmi dalla paura di affrontare la realtà tutta di un sorso, come è giusto che sia, senza che a proteggermi ci sia qualche raggio di sole imprevisto quanto illusorio e finto.

troppo stupida per essere vera?

E va bene che nel precedente post ho parlato di qualcosa che neppure nell’adolescenza mi era mai successa: il rimanere folgorati da qualcuno in televisione (ma non rinnego nulla, anzi ne sono sempre più convinta!), e sarò sembrata un po’ fuori di testa considerando i miei ventiquattro anni, però questo blog mi ha lasciato esterrefatta (per favore leggetelo anche voi, soprattutto guardate i video e leggete i commenti: condividete con me questa desolazione oltre ogni limite!).

Troppo stupida per essere vera? Non lo so. Difatti guardando i suoi video e ascoltando il suo modo di esprimersi, senza contare ovviamente i contenuti,  sono rimasta a bocca aperta, inizialmente chiedendomi perfino se non si trattasse di una parodia adolescenziale. Un po’ come quando ho letto certi commenti pieni di complimenti (sic!) ed apprezzamenti da parte di ragazzi ma anche di ragazze, o quando ho scoperto che la suddetta ragazza studia Lettere – e oltre al suo modo di  “comunicare” scrive con le k, il che è davvero una vergogna.

Continuo a chiedermi se sia troppo stupida per essere vera, o  se semplicemente sia lo specchio di quello che sta diventando la società. Molto tristemente credo che la risposta più veritiera corrisponda proprio a quest’ultima ipotesi.

del quando la tv (dis)educa e fa (dis)imparare (?)

Si parla di batticuori e respiri che diventano sospiri; si raccontano innamoramenti fugaci e sentimenti volubili, ma non per questo meno intensi e passionali. Io sono rimasta fulminata da un uomo, ma non uno qualsiasi. Lui è il di più a cui tutte noi ragazze semplici e romantiche aspiriamo, o forse non tutte, ma io sì.
Da quando ne sono rimasta folgorata sorrido più spesso durante la giornata e aspetto ansiosa la sera per vederlo. Provo il sottile senso di gelosia che tutti conosciamo: il fastidio epidermico che sgorga spontaneo vedendolo accanto ad altre presenze femminili (ultimamente, però, mi sa che bisogna guardarsi anche dagli uomini, ché attorno a noi ci sono omosessuali più di quanto potremmo immaginare, e io e la mia sadiqaty se sappiamo più che qualcosa).
Altresì arrossisco come una bambina anche solo quando lo nomino, e questo mi era accaduto diversi anni fa solo per un (altro) colpo di fulmine romagnolo; non mi spaventano i diciassette anni di differenza tra noi due e ho già confessato i batticuori ai miei genitori, i quali rimangono sconfortati e senza parole, e forse non si capacitano di aver cresciuto una figlia così.


Attore di teatro, un esordio a ventuno anni con un certamen in latino per il quale ha vinto un premio, quando lo sento citare uno stralcio dell’Armata Brancaleone oppure omaggiare attori e scrittori, nominare Oscar Wilde e la tragedia greca, citare stralci di poesia o esplicare sententiae latinae penso che sì, è lui, è proprio lui l’uomo che tanto caparbiamente ho aspettato per anni!

Io adoro quest’uomo che ogni sera mi rende imperdibile una trasmissione che ho sempre snobbato e guardato con sufficienza: “Vincere tanti soldi solo per fortuna, scegliendo un pacco anziché un altro! Ecco lo stato in cui versa la nostra Italia!”: ecco quello che dicevo.

Il taglio che ha dato al programma pare una sorta di improvvisazione teatrale; lui secondo me sa raccontare in una maniera stupenda (e io sono oltremodo affascinata dalla capacità affabulatoria di qualcuno, ci impazzisco proprio) e in più l’amore è cieco e rende cretini, per cui mi assolvo gratuitamente, senza alcun mea culpa.
Voi che mi volete bene perdonatemi, anche se sembro impazzita. In fondo poi, purtroppo e per fortuna, non penso di conoscerlo meno di quanto abbia conosciuto coloro che si sono rivelati estranei nei comportamenti, anche se anima e pelle si erano mischiati e io, come sempre, versavo quel crederci inconfondibile dei sentimenti puri.

Ormai ne parlo alle mie amiche e soprattutto cerco colei che vada come partecipante al suddetto programma, cosicché io, accompagnandola, possa conoscerlo di persona. Perché io devo conoscerlo! Non mi trasferisco all’estero prima di averlo incontrato! Ma non è semplicemente adorabile? E citando una blogger che ha scritto un post analogo: “Lo voglio!”.

***

Altro outing: ormai appassionata di Sex and the city, ho guardato con compiacimento una delle prime puntate della quarta serie in cui Carrie, la protagonista principale del telefilm ambientato a New York (che quasi quasi mi viene perfino voglia di visitare, fosse anche solo per i suoi musei e per respirare un frammento di life notturna fatta di musica e chissà quant’altro) esterna alle sue tre amiche la solitudine che, ritrovandosi single, percepisce alla soglia dei trentacinque anni.

Charlotte, la più dolce e romantica delle sue amiche, pone alle altre questo interrogativo: “Ci dicono che l’anima gemella è la persona con cui condividerai la vita… ma se la nostra anima gemella non fosse un uomo? Se le anime gemelle fossero più di una e fossero le amiche con cui condividi te stessa, mentre i ragazzi fossero solo coloro con i quali divertirsi ogni tanto?”.

Ci ho pensato un attimo: io di anime gemelle ne ho più di una, questo lo sento nitidamente, così come credo si tratti di Affetto profondissimo l’empatia fortissima che mi lega a loro. E allora forse il concetto di anima gemella potrebbe davvero offrire un ventaglio più ampio rispetto a quello che le consuetudini e certi modi vivendi ci fanno credere.

[ il post va preso con la dovuta ironia, che però non prescinde dalla verità confessata ]