Archive for 28 gennaio 2007

l’amore, splendida finzione

E’ che l’amore è solo apparenza, splendida finzione creata per non sentirci soli. Dio, forse, è stato creato per riscaldare quando si ha paura, per aggrapparsi all’aria spacciandola per immensa concretezza eterea: è forse l’amore tanto differente? E’dunque molto distante da quella convinzione fiabesca e ridicola secondo la quale qualcuno ci salverà? Secondo la quale qualcuno ci amerà per come siamo, per i nostri sorrisi e i nostri pensieri e il nostro modo di far sentire l’altro? Ho scritto abbastanza parole d’amore e ho pensato abbastanza volte di essere innamorata e ho abbastanza desiderato qualcuno e ho abbastanza conosciuto vicende altrui per non sapere che nulla è mai davvero differente.
Dicevamo che l’amore era appannaggio e visione distorta a Firenze: eravamo quasi ubriache di primitivo pugliese io ed Ele, ridevamo e scrivevamo pensieri alcolici su un foglio rubato ai Ds, maledicendo un temporale estivo, filosofeggiando sui caleidoscopi dei sentimenti e delle persone che avevamo incrociato nelle nostre vite.

Invece stanotte sono sola e dico che l’amore è solo egoismo mascherato da intenzioni talvolta persino nobili, ma pur sempre false. E’ bisogno di sentirsi speciali per qualcuno che vogliamo accanto e illusione di trattenere a noi occhi che ci guardano come se davvero lo fossimo, speciali. Fino a quando non ci sarà una distanza, un lavoro, un viaggio, un pensiero, una paura, un ricordo, qualcuno: qualsiasi cosa pronta a cancellare le orme sulla sabbia sulla quale si è camminato. Tutto svanirà all’istante: non rimarranno che tracce in menti deboli, sopravvissute a un anacronistico romanticismo ottocentesco. Menti perdenti, inutili.

E penso che tanto c’è una data di scadenza, ché questo groviglio di farfalle dorate – le quali intanto sono (state) soffocate – mutuano e trascendono in qualcos’altro dalla lettera minuscola.
E vorrei essere ubriaca stanotte perché così proverei a dargli un senso. Darei un senso alla chitarra e a questa Ojalà ascoltata a ripetizione come se fosse l’abbraccio che vorrei adesso. DAREI UN SENSO ALL’AVERCI CREDUTO SEMPRE TROPPO: fino a non riuscirci più. Darei un senso alle lacrime che non ci sono. Darei un senso all’aridità, al cinismo, all’amarezza. Darei un senso alle parole che vomito nell’anima e solo nell’anima. Darei un senso alle stelle luminose mai scorte. Darei un senso alla solitudine connaturata nell’essere umano che talvolta mi sfugge. Darei un senso alle onde eterne e frettolose dell’inadeguatezza umana, al suo costante prendersi in giro ignorando coscientemente di essere orba. Darei un senso allo spasmodico desiderio di essere finalmente cieca anche io. Invece sono folle e lucida e intreccio i boccoli dei miei capelli tra le mani e amerei chiunque stanotte, perché ognuno sarebbe il nessuno più assoluto e maestoso nella penombra delle mie pozzanghere.

lettere luterane, pasolini

“Non è vero che comunque, si vada avanti. Assai spesso sia l’individuo che le società regrediscono o peggiorano. In tal caso la trasformazione non deve essere accettata: la sua “accettazione realistica” è in realtà una colpevole manovra per tranquillizzare la propria coscienza e tirare avanti. E’ cioè il contrario di una ragionamento, anche se spesso, linguisticamente, ha l’aria di un ragionamento.
La regressione e il peggioramento non vanno accettati: magari con indignazione  o con rabbia, che, contrariamente all’apparenza, sono, nel caso specifico, atti profondamente razionali. Bisogna avere la forza della critica totale, del rifiuto, della denuncia disperata e inutile.”
3 Aprile 1975 

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“Io che posso permettermi di non essere prudente, le dico anzi che l’Italia è ben peggio di un Paese di serie B. L’espressione calcistica non è che un eufemismo. L’Italia – e non solo l’Italia del Palazzo e del potere – è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: “contaminazioni” tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti, in folla a Ferragosto. Erano l’immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di “raptus”: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti. Specialmente i giovani.”
11 Settembre 1975

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“Inoltre se la consapevole volontà di sapere dei cittadini italiani non ha la forza di costringere il potere ad autocriticarsi e a smascherarsi – se non altro secondo il modello americano – ciò significa che il nostro  è un ben povero paese: anzi, diciamo pure, un paese miserabile.”
28 Settembre 1975 (esattamente un mese e quattro giorni prima del suo assassinio)

little girl blue

Oh sit there, oh count those raindrops
Oh, feel ‘em falling down, oh honey all around you.
Honey don’t you know it’s time,
I feel it’s time,
Somebody told you ‘cause you got to know
That all you ever gonna have to count on
Or gonna wanna lean on
It’s gonna feel just like those raindrops do
When they’re falling down, honey, all around you.
Janis Joplin, Little girl blue

La struggente melanconia di una canzone. Little girl blue, cosa stai pensando? Probabilmente che quella fitta al petto arriverà sempre puntuale quando sarà accompagnata dall’ambra indiana spruzzata sulla pelle: la vorresti sfidare, ma perderai sempre, ne sei consapevole fino in fondo? Probabilmente no, calcolando l’ostinazione con la quale mostri impavida il tuo cuore. Ma non se ne si fa più nulla del coraggio, non lo sapevi? Ora ci vuole furbizia, riflessi pronti, una discreta dose di cinico calcolo ma soprattutto: impermeabilità ai batticuori, alle possibilità “dolci e fatali” delle quali vorresti contornarti instancabilmente. Via la poesia! Via la tenerezza! E via anche quella sensibilità fatta di visioni e colori e irrazionale trasporto emotivo.

Ti sei tradita, l’altro giorno: “What do women want to lose?” ti ha chiesto un inglese, e tu istantaneamente hai risposto “Memories!”, e l’uomo dall’inconfondibile humour britannico non ha capito, come avrebbe potuto, se pure tu non ti sei resa conto esattamente del perché di quella risposta sgorgata automatica dentro te, e che ti pare così limpida e così atroce

Avresti preferito cantarti, little girl blue, a Woodstock? Tutto quello che posso offrirti, invece, è questa canzone e questa voce da brivido infinito in una serata qualunque del Duemilasette.

***

L’immagine di due ombre che svelano piccoli spicchi di sé, sedute sulla sponda di un fiume quasi anonimo; acqua che pare cristallina e un cielo terso, ché anche le nuvole si sono nascoste, discrete. Sospetti che percepiscano il ritmo cardiaco che accellera più di quanto lo facciano gli uomini. E poi accade che l’acqua si increspi: cerchi concentrici si propagano sussulto dopo sussulto e l’immagine tutta si disperde, fotografia sgranata che scivola lontana, e possiede una leggerezza che farebbe rabbia se solo non fosse incantevole nella sua ineluttabile traiettoria.
E’ uno scappare senza voltarsi, assieme a lacrime che non sono sollievo, caro Faber, quanto piuttosto una necessità, un naturale scorrere di implosioni a lungo trattenute.

L’immagine di due occhi perplessi, stupiti, sorpresi. Occhi incerti e presi in controtempo. Li porterai dietro con te, little girl blue, senza che loro, quegli occhi, lo sappiano mai. Ti troverai a contemplare un cielo inglese o scozzese; magari disegnerai nuovi arcobaleni in Danimarca, dove saresti già potuta andare; forse degli scalzi piedi gitani ti condurranno in Irlanda, in Norvegia, o in Messico. Non l’avrai mica dimenticato, il Messico, vero? Eppure l’espressione di quegli occhi rimarrà con te, perché è sempre come se avessi di fronte quell’impossibilità ad esprimersi, a cogliere l’attimo.
Scriveresti fiumi di parole su quell’espressione del viso, su degli occhi che pare siano sempre lì a scrutarti, eterno presente epico, con te che vorresti parlare e che invece rimani in silenzio, rimandando a un semplice sguardo non troppo alto per via di un imbarazzo che non ti abbandonerà mai. 

E poi quell’odore inconfondibile che conosci da quando sei infante, little girl blue, e che ti fa annegare nella malinconia bastarda, quella che non potrebbe esistere, quella che anzi non esiste se non dentro te, all’interno di sentieri stretti e impervi nei quali le curve hanno il proprio contrario in salite, e le discese non esistono.
Non gli hai mai chiesto il nome del profumo che ti faceva impazzire, letteralmente impazzire, come un desiderio che avresti voluto sciogliere languidamente senza che alcun respiro mozzasse un incanto che hai paura ormai a definire, little girl blue, perché odi sbagliare le parole, non trovare quelle giuste, errare la scelta dei sostantivi che sanciscono una e una sola sfumatura ad ogni singola parola.

Vorresti bagnarti di indifferenza. Vorresti evitare a te stessa domande retoriche e patetiche assieme. Piuttosto naufragare nel labile contorno dell’illusione: annegare nell’illusione di un chiaroscuro non abortito, bensì semplicemente confuso da un’immaginazione inesperta e pretenziosa.
Come se, alla fine, non fosse la stessa cosa.

invece era soltanto una stazione

 ‘ più largo.E io dormivo dove era più freddo,
dentro il mio pozzo ormai senza pudore,
con il mio cuore stranamente nudo
e mi dicevo adesso sì che sto crescendo,
invece era soltanto una stazione,
certezza necessaria e sufficiente,
utile tutt’al più per affogare,
per liberarsi di un vestito stretto
ed indossarne uno un po’ più largo.
De Gregori, Buonanotte fratello

Guardar(si) negli occhi e saperla riconoscere, la tristezza. Non fuggirla: scrutarla fino in fondo, intensamente. Chiamarla per nome, stupita da qualcosa che non ti apparteneva da troppo tempo per essere ricordata nitidamente.
Una sospensione dal tempo stesso e dalla Vita. Sensazione di polvere che vola attorno. Smarrimento, paralisi, inutile annaspare. Negare. Poi credere brillare spaziare (sor)volare inciampare. Singhiozzare cercare abbracciare addormentarsi. Farsi forza da sé essere amareggiata da chi non c’è andare oltre le delusioni. E, senza riprendere fiato, andare anche oltre se stessi. Aldilà dei pianti, delle debolezze, dei tradimenti d’anima. Come suonatori di flauto.

Riappropriarsi delle proprie stelle, dei sorrisi, dell’entusiasmo. Scontrarsi con il fuoco che brucia ma non riscalda e fa lacrimare gli occhi, e poi alla fine lascia intirizziti. Il buio acceca e tormenta e non lascia respiro alcuno. La sofferenza allarga il cuore e modella l’anima; indispensabile quanto la giravolta d’inverno di un cuore fragile nella propria semplicità, per un attimo incapace di bastare a se stesso. Si ritrova disorientato, stanco, deluso. Monco di sogni e disperato. 

***

C’è un tempo corso via: volato, sparito, amato, strappato, disdegnato. Non importa: è andato. Mi viene in mente Il lungo addio di Dylan Dog letto quest’estate: fu una fitta sapiente al petto affrontata poi in una umida notte estiva per scoprire che, senza che lo sospettassi, era divenuta un niente, anzi: il niente.

***

Non è il trovare un senso il nostro errare: il senso è un appiglio, un alibi. Un surplus, alla pari di un compleanno, o del Capodanno: se c’è chi ti ama, ricorrenze come queste diventano meri pretesti. Non cambiano nulla di una virgola, né smuovono sorrisi o causano tristezze: sono un’aggiunta – a volte persino di cartapesta, ed è questo il motivo per il quale a me non piacciono. Anche trovare un senso è un’aggiunta.

Piuttosto capire quando qualcosa è inutile, perché nulla è più terribile dello scoprire la devastante sensazione dell’inutilità. Inutile ricordare qualcuno, rimpiangerlo, desiderarlo. Inutile scrivere una lettera, aspettare, rincorrere il vuoto. Inutile ricamare una finestra che vorresti si spalancasse all’improvviso. Inutile perfino dedicare un pensiero, una poesia, un bacio. Vorrei che nulla fosse inutile, ma sarebbe una forzatura al pure mio sincero idealismo.

***

Leggo Jack a memoria nella mia testa: “E’ da quel gran fegato che ti ci vuole per guardarti così, scomposta in mille coriandoli, che ricomincerai, perché una donna ricomincia comunque”.
Pezzi che si rincorrono e si sovrappongono e si allontanano e si cercano e si evitano e si raccontano e si abbracciano: è tutto qui quello che sono. E mi scopro perfino contenta, ché chi ha un mondo nel cuore troverà sempre la maniera per rinascere, come instancabile araba fenice, indossando un vestito un po’ più largo. Stasera di questo ne sono convinta ancora di più.

undici gennaio

Saper leggere il libro del mondo
con parole cangianti e nessuna scrittura
nei sentieri costretti in un palmo di mano
i segreti che fanno paura
finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace.
Khorakhanè

L’undici Gennaio accendo la radio e ascolto qualche sua canzone. Tributo silenzioso, come direbbe la mia querida. Mi capita quasi ogni giorno di ascoltarti, è vero, però quello di questa data è un abbraccio in più. Undici Gennaio. Nessun santino, nessun altare.
Ascolto le parole tratte dall’album che si intitola “Ed avevamo gli occhi troppo belli”, e penso tu avessi anche la voce troppo bella, e l’anima. Avevi quell’anima indescrivibile da poeta, e in tantissimi t’hanno amato, e tantissimi sentono sempre la tua mancanza, e questo rimarrà immutabile.
Rimane indistruttibile anche la consapevolezza cruda e calda di quello che rappresenti e che non dimentico, perché sei un pezzo di strada stupendo della mia vita.

Sei la musica dei miei genitori che è anche la mia, e già questo lo trovo magico.
Sei un album che è stato sottofondo non casuale del sentimento che mi ha legato alla persona che più ho amato. Sei il cantore di Edgar Lee Masters, ad esempio di quel malato di cuore che ha dato voce a una mia lettera d’amore il cui incipit era raffigurato da “non credo che chiesi promesse al suo sguardo, non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce, quando il cuore stordì e ora no non ricordo, se fu troppo sgomento o troppo felice”: versi che ogni volta mi lasciavano senza fiato, perché rappresentavano alla perfezione me, il profumo di quel sentimento, la sua autenticità ingenua e disperata insieme. E poi tra gli altri c’era anche un matto, quello del “tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole”: mi ha segnato così tanto quella frase, che non saprei parlarne.

Sei “e la memoria è già dolore” da cantare assieme a un gruppo di ragazzini che ancora non ti conosce, sei il “o resterai più semplicemente dove un attimo vale un altro, continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?” che fa emozionare e vibrare il groviglio che si agita nello stomaco.
Sei quel solenne “per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”, e sei le lacrime di Hotel Supramonte, “una lettera vera di notte e falsa di giorno, e poi scuse accuse e scuse senza ritorno”, e sei la delicatezza di “signorina libertà signorina fantasia, così preziosa come il vino così gratis come la tristezza”.
Sei le nuvole barocche in cielo, “tu mi hai insegnato il sogno, io voglio la realtà”; l’amara dolcezza di quel “l’amore che strappava i capelli è finito ormai, non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza”; il nodo alla gola di Giugno ’73 e Amico fragile; l’indispensabile domanda “com’è che non riesci più a volare?” che ho scritto innumerevoli volte, pensando a me o a chi accanto a me decideva di non essere più.

Sei la vita accanto a un brigante sardo che ha scelto Franziska, l’assurdità della morte in guerra di Piero, il senso di ingiustizia e perbenismo verso Bocca di Rosa, l’impotenza per la storia di un impiegato e poi, verso la fine del tuo cammino, quella pietra scagliata lì, “che ci deve essere un modo di vivere senza dolore”, anticipato dalla verità che “il dolore degli altri è sempre dolore a metà”.
E sei anche l’anarchismo del “non ci sono poteri buoni”, poi  Suzanne di Cohen e Les passantes di Brassens: il toccare il corpo con la mente e i rimpianti per le occasioni perdute.

Sei quello che non si può raccontare perché le parole per descriverti possono essere solo la sorgente dei tuoi versi, e sei la magia che avvolge e lascia un rimpianto e una felicità muti e vagabondi.

Genova, quando la visiterò, sarà il nome di una via, Via del campo; sarà il gocciolare di calde lacrime pensando alla tua chitarra, al vuoto che hai lasciato, alla fortuna di averti conosciuto, e sì, in un certo senso anche incontrato.
Sarà anche Dori Ghezzi che afferma che è vera la frase “Quel che non ho, è quel che non mi manca”, perché a te non mancava nulla: tu il mondo lo avevi dentro te. E io in questo ci credo con bianca, immacolata fiducia.
E la pochezza delle mie parole la termino con le parole di Smisurata preghiera, tratta da quell’ultimo album che è davvero indimenticabile.

 Ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere.

e io la polvere la voglio sempre

Coltivando tranquilla
l’orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta
come una malattia
come una sfortuna
come un’anestesia
come un’abitudine


per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità

Faber,
Smisurata preghiera

C’è una rabbia che sale piano, non sai neppure da dove arrivi.
A volte basta una canzone, una frase letta, un’assurdità che arriva alla testa e al cuore, e vomiteresti tutte le canzoni, tutte le poesie, tutti i film, tutti i viaggi, tutte le tue parole: assieme formerebbero uno schiaffo superbo e sonoro, e ti calmeresti.

***

Quando ho iniziato a scrivere un diario, dovevo avere dodici anni credo, decisi di dare un nome alla mia confidente immaginaria. Avevo preso l’idea dal diario di Anna Frank che chiamò la sua amica immaginaria Kitty. Da piccola, come del resto adesso, mischiavo l’immaginazione di quel che ero con la realtà di quel che leggevo, e viceversa. Decisi di chiamare la mia confidente Trix. Trix come la protagonista di un libro che leggevo spesso da mia nonna, dico leggevo spesso perché lo rileggevo di continuo, assieme agli altri romanzi, perché quando si è una bambina che divora le pagine, e i fumetti e i libri terminano, c’è solo una cosa da poter fare: ricominciare. E io ricominciavo, con una fiducia immensa quanto i mondi di quei libri, e c’era  per esempio David Copperfield, e Gian Burrasca, e Il piccolo lord, e Oliver Twist, e Il ricco e il povero, e così tanti altri che l’elenco sarebbe onestamente lunghissimo.

E c’era anche un libro che si intitolava Una ragazza fuori moda, era un classico per ragazzi risalente all’infanzia di mia madre. C’era una delle protagoniste che si chiamava appunto Trix, e quello fu il nome dato al mio diario. Si trattava di una ragazza francese anticonformista, se ricordo bene, che mal digeriva la realtà ovattata e perbenista che si trovava a vivere essendo ospite di una sua amica inglese.

***

Da piccola iniziarono a dire che ero “strana”. Ero strana per i genitori di una mia amica di classe delle elementari perché mia madre a Settembre, prima che iniziasse la scuola, doveva nascondermi i libri di antologia altrimenti li avei letti (e riletti) prima che la scuola iniziasse. Ero strana per i miei vicini di casa, perché d’estate preferivo leggere piuttosto che giocare a nascondino, che odiavo, e poi perché le bambine con cui avrei potuto giocare non mi stavano un granché simpatiche (e difatti da grandi si è visto che tipe sono diventate) e allora rimanevo con i miei libri, che per tanto tempo sono stati i miei migliori amici. 
Ero strana alle scuole medie per le mie compagne perché non conoscevo se non di nome i Take That e soprattutto non mi piacevano, perché non ascoltavo gli 883 e confondevo le canzoni dei vari cantanti e loro mi guardavano scandalizzate, e io lì mi sentivo davvero uno schifo (!), e poi perché non mi piaceva nessun ragazzo e allora ero una bambina. E io ricordo ancora quel club che qualcuno della classe organizzò, e io non ero invitata perché ero troppo bambina, così dicevano, e ci rimanevo malissimo, e non capivo, e cercavo di cambiare – ovviamente non riuscendoci. E va bè.
Poi per i miei genitori ero strana perché ho avuto (fin) da piccola l’idea che preferivo stare da sola piuttosto che con persone con cui ero a disagio, o che semplicemente non mi piacevano. Ero strana per innumerevoli altri motivi: agli scout per esempio lo ero perché taciturna e timida.
Ero strana perché non mi truccavo, perché non avevo mai visto Beverly Hills o Non è la rai (che i miei mi proibivano).
Ero strana perché ero fissata con le amiche di penna e mettevo annunci su giornali e scrivevo e ricevevo tantissime lettere, e intanto c’è una persona speciale che continuo a sentire dopo quasi tredici anni e la nostra è stata un’amicizia irripetibile ed eccezionale nel senso letterale del termine: è stata di un’eccezionalità unica, e questo mi rimarrà sempre.

Poi è iniziato il periodo in cui mi sentivo io strana, ed  stato il peggiore, perché non sapevo difendermi, incassavo e basta, soprattutto non sapevo spiegare, sembrava un giustificarsi che però neppure mi riusciva, e non bastava certo chi mi rincuorava, chi mi era accanto. Basta un nulla per vedere quello che non hai, quello che non c’è, quello che vorresti essere. Basta un niente per sentirti dalla parte sbagliata e per desiderare oltrepassare la barricata senza esserne neppure convinta, solo perché va fatto, solo perché è così che deve essere. Per essere accettata, per essere invitata alle feste, per far sì che qualcuno ti inviti a ballare. Per sentirti una del gruppo.

Poi non lo so com’è stato, ma ho smesso del tutto di preoccuparmi. Anche quell’aggettivo, strana, ha iniziato a farmi sorridere. Quando ho iniziato ad accarezzare le perle di una solitudine che non era davvero solitudine, quanto piuttosto una comunione con strade e zaini lontani e diversi; quando ho iniziato a non avere più paura di guardarmi allo specchio, quando cioè ho iniziato a volermi bene e a scorgere scorci del mio valere, ecco credo che sia stato in quel frangente che ho iniziato a scoprire parti di me fino a giungere a quella che si è rivelata la mia svolta. Una svolta datata Dicembre 2002. E’ stato quello che mi ha cambiato sempre: l’incontro con persone che per la prima volta parlavano una lingua che era anche mia, che stava nascendo dentro me, e che qui nessuno conosceva. Una lingua fatta di musica che qui nessuno ascoltava, di sensazioni e percorsi e polvere e zaini e salite e urla liberatorie. Senza l’appennino faentino non ci sarebbe stato l’inizio di quella che sono, ne sono certissima.

***

E’ stato molti anni dopo in un bar che qualcuno, alla mia ennesima frase spiazzante che forse rendeva difficile un identificarmi, mi ha detto sorridendo “tu sei strana”, e io di risposta gli ho sorriso, perché quegli occhi mi piacevano già tanto, e perché strana per me era diventato un complimento, o forse per lui non lo era, non lo so, ma per me sì: per me era un aggettivo bello, un bassorilievo in mezzo a tanta banalità che si incontra di continuo, e sono stata felice, strana come non comune, ecco quello che io intendevo e speravo lui intravedesse in me. E penso di essere anche un po’ arrossita, anche perché era un periodo di traffico di farfalle indescrivibile nel mio stomaco. 

Ed è stato bello quel momento, non saprei esattamente spiegare il perché, anche se io il caldo non lo sopporto, e c’era stanchezza e c’era anche polvere, quella c’è sempre nei momenti che mi segnano di più, e io dico che forse un po’ mi porta anche fortuna, sarà che mi contraddistingue. E allora io nella mia vita la polvere dei viaggi e delle scoperte e delle rincorse e degli azzardi la voglio sempre, la pretendo.

E dopo Smisurata preghiera di De Andrè c’è Figlia di Vecchioni, e anche queste sono mie conquiste sudate e bellissime.

E i sogni, i sogni,
i sogni vengono dal mare
,
per tutti quelli
che han sempre scelto di sbagliare,
perché, perché vincere significa accettare,
se arrivo vuol dire che
a qualcuno può servire,
e questo, lo dovessi mai fare,
tu, questo, non me lo perdonare.
E figlia, figlia,
non voglio che tu sia felice,
ma sempre contro,
finché ti lasciano la voce
.
Vorranno la foto col sorriso deficente,
diranno:
Non ti agitare, che non serve a niente”
e invece tu grida forte,
la vita contro la morte.

una favola, sottovoce

The eyes of others our prisons; their thoughts our cages”
Virginia Woolf

Pattinare sul ghiaccio senza temere di cadere, senza neppure immaginare la possibilità che accada: volersi immaginare sempre così, pur cosciente dell’irrealtà racchiusa in questo ricamo.
Guardarsi allo specchio ed esitare un attimo prima di riconoscersi, anzi chiedersi se si è sempre la stessa, se non ci si stia tradendo sottilmente, indossando una gonna leggera e così morbida e delicata, degli stivali, trovarsi di fronte a quella scollatura poi, al viso (leggermente) truccato, e infine, riflesso di stella, un ricciolo ribelle che cade proprio vicino l’orecchio: sentire passare esattamente da lì il tuo essere bambina e il non esserlo più, la tenerezza e la sensualità, il desiderio e il dolore che t’ha reso donna come nulla avrebbe potuto fare meglio.

Percepire anche un bisogno assoluto di reset, di punti e a capo: senza più punti e virgola.
Fotografie da scattare febbrilmente, mani riscaldate da caldi infusi profumati, un dolce alla crema bagnato con caffè e una posta cartacea inaspettata: un pezzo di futuro che fa capolino tra le tende dei punti interrogativi.
Impazzirei di gioia se qualcuno mi raccontasse una favola, sottovoce, se lo facesse solo per me. E poi un bacio sulla fronte.

Questo il mio pezzo di inizio anno.
Buon anno nuovo, che non ci siano occhi alcuni a renderci prigionieri, né pensieri altrui a ingabbiarci.