Archive for 31 dicembre 2006

i dwell in possibility #2

Grazie al profondissimo fascino estatico della letteratura, in particolar modo della poesia, che ho scoperto come non immaginavo e mi ha cambiata per sempre.
Grazie ad Alda Merini, Sylvia Plath, Emily Dickinson, Thomas Eliot, Samuel Coleridge.
Grazie a Mastroianni, Troisi, Pasolini.
Grazie a Modigliani e agli occhi che dipingeva, perché dentro si legge davvero un po’ d’anima; grazie a Cartier Bresson per le sue fotografie che urlano vita.
Grazie a Virginia Woolf, alla cui sensibilità mi sento estremamente legata, e grazie a chi ha il merito di avermi portare a scrivere una tesi su di lei.
Grazie a Moretti, Fellini, Risi, Scola, Monicelli.
Grazie a Vinicio Capossela, Janis Joplin, Ludovico Einaudi, i Cappello a Cilindro, Yann Tiersen, Gianmaria Testa.

Grazie a Jack Folla per quello che mi ha regalato, difficile da esprimere a parole, e per quel pezzo sulla rinascita delle donne, che continuo a leggere senza stancarmi, trovandoci sempre qualcosa di me e tanta verità.
Grazie a Guccini e Faber perché non sarei la stessa senza averli conosciuti e amati, e anno dopo anno non solo non sbiadiscono, ma solcano sempre più indelebilmente la mia anima.

Grazie al primo maggio a Roma, che resterà uno dei giorni più belli della mia vita; grazie all’illusione che la vittoria della sinistra potesse rappresentare davvero la svolta agognata e anelata; grazie alla vittoria dei Mondiali che mi ha fatto gioire come una bambina, e che poi, alla pari di una disillusa, mi ha fatto rendere conto quanto il nostro Paese sappia sentirsi unito solo in queste occasioni, mentre la Francia e i giovani francesi hanno vinto una sfida – quella contro il precariato – ben più importante di un torneo di calcio. 

Grazie a questa estate difficile, all’amarezza provata quando mi sono accorta di aver sopravvalutato persone e situazioni che ho adorato e che sentivo sulla pelle come se si trattasse di un’isola che non c’è; grazie al cambiare rimanendo coerenti verso se stessi, seguendo quel  gucciniano verso “io son sempre lo stesso, sempre diverso”.  Grazie ai tea che sfidano la tristezza, specie quelli ai frutti rossi, e a chi condivide con me questa passione. 

Grazie alla mia querida, alla mia sista e alla mia sadiqaty per farmi scoprire sempre di più che l’amicizia, dell’hic et nunc, se ne frega. Grazie a chi mi fa credere all’esistenza di empatie che sono un sentire forte d’anima, un mischiarsi indissolubilmente per sempre: rappresentano uno dei doni più meravigliosi che abitano la mia vita. Grazie alle persone che mi hanno regalato un pezzo di sé, anche incondizionatamente; a chi ho conosciuto e a chi continua ad esserci.

Grazie a quest’anno di transizione, duro come non immaginavo, trampolino di lancio per il 2007, si spera l’anno delle possibilità. Si spera altresì sia l’anno dei trapezisti e dei funamboli che si incrociano e si amano, l’anno dell’audacia colta sul nascere, l’anno delle scelte e del sudore e dei sacrifici. L’anno in cui il “Volere è potere” baconiano possa trovare una sua dimensione concreta, e la dimensione eterea di quella Bellezza continui a regnare e a farsi beffe del destino e di chi non ha occhi per guardare.
L’anno de “i treni che portano via, non hanno fiori sui sedili ma da fuori non lo sai, devi entrarci per sapere dove vai”; l’anno che vorrei fosse quello del “c’è un tempo bellissimo, tutto sudato, una stagione ribelle, l’istante in cui scocca l’unica freccia che arriva dritta alle stelle”.

Rubo i versi a Emily Dickinson, augurandomi che queste parole possano rappresentare una scintilla luminosa per tutti coloro che leggeranno questo post: per chi non conosco, per chi conosco ma non commenterà, per chi sta sorridendo leggendo le mie parole, per chi abbraccio idealmente ogni giorno e lo sa.

Io abito la possibilità
Una casa più bella della prosa
più ricca di finestre –
superbe – le sue porte –

E’ fatta di stanze simili a cedri-
che lo sguardo non possiede –
Come tetto infinito
ha la volta del cielo

La visitano ospiti squisiti –
La mia sola occupazione –
spalancare le mani sottili
per accogliervi il Paradiso. 

I dwell in possibility #1

Innanzitutto grazie alle rinascite testarde, a volte leggere e a volte sofferte, che hanno attraversato questo mio 2006.

Grazie a chi è rimasto vigliaccamente in silenzio, per avermi fatto capire il coraggio di parlare e di esporsi; grazie a chi mi ha deluso, per avermi permesso di essere più dolcemente disincantata e più consapevole della fortuna che ho nell’avere sempre accanto persone meravigliose; grazie ai treni sbagliati perché gli occhi ne hanno bisogno; grazie a chi ha solo finto di essermi amica, per avermi ricordato quanto raro e prezioso sia quell’insieme di empatie e colori che condivido ogni giorno.

Grazie a chi non ha voluto – neppure tentato, forse – di capirmi, facendomi apprendere più in profondità quanto sia facile vedere e non guardare: ora cerco di impegnarmi molto di più affinché il mio cuore scandagli sempre gli abissi altrui; grazie alle pugnalate e alle girate di spalle istantanee: ho avuto modo di toccare la grande forza racchiusa nella mia fragilità; grazie alla dolcezza che ho sprecato verso chi non lo meritava, perché ho avuto la conferma di quanto le delusioni non riescano a scalfire gli slanci incondizionati di folle tenerezza, e di come i sentimenti – e talvolta anche le parole – siano migliori delle persone.

Grazie a Roma che mi ha fatto provare tanti di quei sentimenti che non riuscirei a descrivere; grazie a Firenze che ho amato e odiato in meno di ventiquattro ore, grazie alla Chiantigiana in auto e ai discorsi di noi Thelma e Louise, grazie al lungarno di Pisa in bicicletta, grazie al primitivo in una piovosa serata estiva e ai nostri discorsi: colorati e speziati ed esistenziali e alcolici.
Grazie a DanteBenigniVecchioni – confidenzialmente apostrofato Rob; grazie ad Andrea Pazienza e al suo genio, a Corto Maltese e al suo disincantato e romantico fascino, a Franco Battiato e al suo omaggio a Faber durante il concerto che mi ha fatto piangere.

Grazie allo spritz che ho riassaggiato e aveva un sapore di rinascita, grazie a una serata estiva veneta e al mio coraggio di affrontare il passato, grazie al sapore stantìo di un fantasma invertebrato che si sbriciola.

Grazie agli esami universitari che mi hanno arricchito; grazie all’Attimo fuggente e al prof. Keating; grazie agli occhi lucidi per Monalise smile e per i batticuori – mischiati a brividi e sorrisi di occhi – ritrovandomi in chi non si stanca di lottare per affermare il proprio modo d’essere e di pensare, anche quando questo si discosta da quello uniformato ed è dannatamente difficile, e ci si sente soli e non capiti e accusati, e sono anche lacrime e sangue.

[ to be continued ]

l’impercettibile che viene alla luce

“Giuro per i miei denti di latte” giuro per il

correre e per il sudare giuro per l’acqua e

per la sete giuro per tutti i baci d’amore

giuro per quando si parla piano la notte

giuro per quando si ride forte giuro per la parola no

e giuro per la parola mai e per l’ebrezza

giuro, per la contentezza lo giuro.

 

Giuro che io salverò la delicatezza mia

la delicatezza del poco e del niente

del poco poco, salverò il poco e il niente

il colore sfumato, l’ombra piccola

l’impercettibile che viene alla luce

il seme dentro il seme, il niente dentro

quel seme. Perché da quel niente

nasce ogni frutto, da quel niente

tutto viene.

 

Mariangela Gualtieri, tratto da “Senza polvere senza peso”

 

 

Se dovessi raccontare questo anno trascorso, se dovessi disegnarlo e dipingerlo, se dovessi ricercare nella tavolozza i colori più giusti, se dovessi aprire un libro illustrato e ritrovarlo in quelle pagine, se dovessi farlo immaginare, se dovessi lasciare un angolino silenzioso alla fantasia, se dovessi descriverlo con le giravolte del cielo e dei batticuori, se dovessi lasciare intatto il sapore della polvere e della stanchezza del viaggio, se dovessi nasconderlo perché gelosa, se dovessi condividere il dolciastro pure racchiuso nei bocconi amari, allora sceglierei esattamente tre fotografie – intendo fotografie reali, non immaginarie.
 

Una nuvola rosa d’inverno catturata nel cielo sopra il Pantheon di Roma; il cielo blu d’Agosto entro il quale si incastonavano bianche nuvole purissime, fotografato dal quadrato delle mura medievali del Comune di Siena; il binario della stazione del mio paese con sullo sfondo un muretto a secco, immortalati in bianco e nero.

solo per me

Mi pare una piccola magia, in un certo modo. Leggerezza. Tanta. E imprevista.
Nessuno da rimpiangereNessuno da sperare non ti deluda. Nessuna ferita. Nessuno di cui sentire quella mancanza che ti mozza il fiato e potresti impazzire, sì, sei a un passo dall’esserne dilaniata, e invece devi sorridere, smettere di fissare il cellulare e spegnere le tue speranze. Nessuno che ti fa odiare le distanza mentre pensi a cosa fa, cosa mangia, come scarta i regali. Il colore dei suoi occhi, lo stupore che lo pervade.

Sarà che ho passato una sfilza di Natali orribili che il Natale me l’hanno fatto odiare. Piangere quella notte in cui tutti si scambiano auguri e tu invece, dismessi i vestiti dei sorrisi forzati in famiglia, alla Messa di Natale, tra gli scout, sei nel tuo letto e odi quelle lacrime che devono essere anche silenziose affinché nessuno se ne accorga. La vertigine del vuoto che ti viene addosso oscurando tutto.  Motivi, persone e situazioni differenti: tutto simile. Per anni.

E questa vigilia, invece, è stata leggera. Scoprendoti a giocare di nuovo a carte dopo anni, entusiasta. E sorrisi: veri. Disincanto che è solo vento leggero che scompiglia i capelli. Risiko e tuo cugino che ti fa morire dalle risate, tanto è buffo. E tu che senti di star bene. Che indossi una gonna ed esci. Giocare a Scarabeo con la tua famiglia, come non accadeva da quando eri piccola: tu, tuo padre, tua madre, tua sorella. Strano, inusuale, inaspettato. Caldo. 

Un pensiero fugace alle persone che hanno rappresentato una tristezza che era solo colpa mia: mia. Per averli amati, o anche solo desiderati. Per aver creduto in alcune amicizie che appena nate erano già cenere, e non lo sospettavo; per avere cercato gli occhi di altre ormai inesistenti. Fino ad anteporre loro a me. Fino a dimenticare che il calore della famiglia muta la cromatura dei colori e l’intensità, ma non sfuma mai. Io invece non sono più riuscita a vedere nulla per tanti anni; ho perduto l’ultimo Natale con mia nonna pensando a un mollusco – e di conseguenza odiando chi mi era intorno, i doni, gli auguri. 
Riscopro un pizzico di magia in quello che dovrebbe essere l’ultimo Natale pugliese prima di un Grande Volo a tempo e distanza indeterminati; sento che non è stato un caso l’aprire gli occhi adesso, cambiando ancora un po’ e pensando che Babbo Natale ha esaudito il tuo pensiero silenzioso: rivivere un attimo di meraviglia ancora viva sotto la polvere.  

Vinicio canta “Solo per me”, e io alzo il calice.

… ma in fondo vivere
non è difficile
non è che un fuoco azzurro e noi
rimaniamo così
a rivedere scintille d’agosto
che il mare gonfia in vapori di nuvole 
solo per me
solo per me
ho visto strade e ho visto guai
solo per me
solo per me
ho amato male e forse mai
ma l’amore è
una chimera che
che se n’è andata così…

caro babbo natale

Ricordo quando ascoltavo un 45 giri con sopra incise le canzoni dei cartoni animati e cantavo, out of tone come mi ritrov(av)o. Nell’infanzia era un niente la sorgente di sorrisi, arcobaleni, felicità. Ieri windows media player suonava “Alla scoperta di Babbo Natale”, e a me pareva buffo trovarmi ad ascoltare la sigla di quel cartone animato proprio adesso.
Ricordo le vigilie a casa di mia nonna giocando a carte e a tombola, la porta della cucina chiusa, l’attesa, le pettole calde con lo zucchero e il vincotto, le cartellate e le maddalene, una luce nell’ingresso sospetta e la fiducia immacolata, imbarazzante dei bambini. E poi la scoperta dei pacchi, chissà quando è arrivato Babbo Natale, le bambole che parlano e il piccolo chirurgo che ogni anno non ricevevo, tanti regali, le risate, il calore. Il calore mi manca enormemente, perché non ha mai più avuto quel gusto, quell’essenza di qualcosa che basta a se stesso.
E poi mia zia che ride, io che ancora non mi sento guardata come un’aliena, i miei cugini che non sono ancora nati, mia nonna giovane, giovane anche l’albero di natale nel corridoio, i miei genitori con pochi capelli bianchi e tanto ottimismo, mia sorella che forse crede ancora alle stupide storie che le racconto sul suo essere stata adottata, il pandoro, la semplicità.
La sera della vigilia a casa suonava il disco in vinile con le canzoni di Natale, e c’erano una candela accesa e il presepe illuminato e la processione con mia sorella e i nostri genitori per fare nascere l’infante in una grotta.
Mi pare ancora tangibile nella memoria la solennità di questo gesto, l’importanza di una canzone, l’entusiasmo delle luci colorate, le renne che si potrebbero vedere in cielo se solo stiamo attenti, la lettera da spedire a Babbo Natale, la lettera con i buoni propositi da leggere la sera della vigilia, la poesia imparata a scuola e recitata, gli abbracci e poi quel “Buon Natale”.  


***
Caro Babbo Natale,
l’ultima volta che ti ho scritto una lettera porta l’anno 2003. Ti chiedevo di farmi risentire qualcuno di cui ero innamorata a tal punto da perderci la ragione: tu mi hai accontentato, benché poi sia andata come io e te sappiamo.
Ora voglio tornare a scriverti, ma non preoccuparti: nessuna richiesta sentimentale, ché ormai sono grande e le illusioni sono meravigliose ma fanno sempre più male, sai? E allora voglio essere realista: ti chiedo solo un po’ di polvere fatata da spargere sulla testa di tutti, ma soprattutto di quelli che hanno paura di crederci ancora, e che però io lo so che continuano ad amare e se ne fregano delle distanze, degli errori, delle bruciature che non andranno mai via. Sai, quelli che in fondo è sempre la stessa storia di passioni e viaggi incoscienti e rincorse folli e di ricominciamo da tre. Quelli che l’idea di rassegnarsi e di accettare un qualsiasi limbo li fa rabbrividire, e viaggiano sempre in direzione ostinata e contraria. Quelli che pensano di essere troppo stanchi e invece continuano a essere dei naviganti “allenati alla corsa, allenati alla gara, e preparati a cadere e a tutto quello che s’impara”.
Che sono tempi duri, mio caro Babbo Natale, non immagini quanto: tu vivi in Lapponia e non conosci lo squallore che ci circonda, l’aridità e la tiepidità con cui si è imparato a convivere. La maniera brutale di gettar via persone, emozioni, intime confessioni d’anima; l’indifferenza degli occhi; l’eco del gocciolare imperterrito delle occasioni perdute e degli abbracci non corrisposti.
C
i sono persone che rappresentano il polmone necessario per far tornare a respirare un cielo ora basso, dal fiato affannoso e sempre più stanco. Almeno idealmente le vorrei abbracciare tutte, anche quelle che non conosco e non incontrerò mai, perché le sento comunque vicine. E vorrei che tu regalassi soprattutto a loro una stella incandescente di vita: vita pura, vita sporca, vita urlata e mai taciuta. Soprattutto per dimostrare che sì, è ancora possibile.

grazie senza tempo

Esattamente dieci anni fa uno degli attori più straordinari del mondo ci lasciava, ma nel 1996 ero ancora troppo piccola e sciocca e inconsapevole per capire la sua grandezza. Complice il primo maggio romano di quest’anno e una bellissima amicizia, ho visto il primo film che mi ha fatto innamorare di lui: “I compagni” di Monicelli. Film meraviglioso, intenso, vibrante. A lui, che è indescrivibile, va un mio grazie senza tempo, ché talvolta altre parole non possono esserci. Ciao Marcello.

è dovere della collettività

Così, tanto per ricordare. Che non fa male, e a volte fa sentire più vicini gli intenti e le speranze di chi davvero non vuole smettere di credere: resiste ad oltranza e a muso duro. Sempre. Non può, non dovrebbe essere consentito, altro tipo di futuro.

“Ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo, estremo baluardo della questione morale, è dovere della collettività ‘resistere, resistere, resistere’ come su una irrinunciabile linea del Piave”. 

Francesco Saverio Borrelli, 12 Gennaio 2002 

it’s life and life only

La vita va troppo veloce e trovo difficile ultimamente starle dietro – ritrovare per caso in un cd una canzone di Bob Dylan che non ascoltavo da anni e che è stata importante per me per capirmi, guardarmi, accettarmi, rendermi conto che poi non era tutto sbagliato, che poi non ero tutta sbagliata, sprazzi di Sally di Vasco come neve che si poggia sul cappotto –  “and if my thought – dreams could be seen they’d probably put my head in a guillotine – but it’s alright, Ma, it’s life and life only –  il profumo della notte che vorrei mi stordisse, e invece è solo insonnia e pensieri e ricordi e cercare di soffocare una tristezza fisiologica senza riuscirci un granché – luci che rischiarano oltre l’orizzonte delle Alpi e io incrocio le dita in silenzio –  sento di non avere paura dei sacrifici, di guardare la luna riscaldandomi solo con una sciarpa – voglio continuare a stupirmi per i gesti inaspettati e gli addii impliciti, per i silenzi immotivati e gli abbracci  e i baci che incastoni in quello che sei, non che hai: che sei, ché c’è differenza. Continuare a conoscere lo stupore in piedi, a braccia aperte, sull’orlo di un precipizio marino.

Vederti crescere ed emozionarti da sola nello scoprirti così tanto più concreta nei sogni e negli obiettivi, non lasciando dietro la poesia ma mischiandola alla realtà cruda e terribile e spietata: perché è questo il trucco, il modo di vivere: questo e nessun altro, per me almeno, e forse sto iniziando a riuscirci. 
Infastidita dai vittimismi, dalle parole statiche, dal compiacimento decadente dei pensieri di un disco incantato, oramai stridente e fuoriluogo – guardarmi e tenere nascosto dentro me quello che sarà lo stravolgimento della mia vita, perché sarà stravolgerla, perché voglio stravolgerla – sfide su sfide – e la cosa di cui vado più orgogliosa non è l’amore che ho sempre messo nei miei gesti e nei miei occhi, no, è il fatto di chiamarle per nome le cose e di non rifuggirle e di guardarle in faccia anche quando sono taglienti e bruciano gli occhi, non scappare e non tirarsi indietro e scegliere ciò che si vuole, che sia luce buio chiaroscuro solitudine amicizia amore batticuore melanconia egoismo – tutto ha un suo contorno un suo nome – e vorrei vedere un’alba sul mare, non una qualsiasi però – rimango fedele e coerente a me stessa pur evolvendomi cambiando sbagliando cadendo rialzandomi ricominciando respirando forte imparando la pazienza e l’attesa.

La traiettoria del mio vivere è un granello di sabbia cosciente che invece di ricadere sul bagnasciuga spiccherà il volo.

quale giustizia?

Oggi è un giorno triste per la storia del Cile e soprattutto per la giustizia cilena. Il più grande criminale nella storia di quel paese e forse dell’intera America Latina, Augusto Pinochet Ugarte, è morto nel suo letto. Per i 3.500 desaparecidos, per le decine di migliaia di torturati e prigionieri politici, per il mezzo milione di esiliati non ci sarà mai giustizia. […] Pinochet il sadico, quello che ordinava di torturare infilando topi nelle vagine delle prigioniere politiche, è morto nel suo letto senza essere mai stato neanche per un’ora in carcere. Pinochet il traditore, che si finse fedele al Presidente Salvador Allende fino all’ultimo istante, è morto con qualche vescovone che gli impartiva i sacramenti. Pinochet il ladro, forse solo Francisco Franco e Ferdinando Marcos rubarono come lui, che faceva girare su oltre cento conti correnti statunitensi le centinaia di milioni che sottraeva all’erario pubblico, è morto nel lusso[…]”

[ dal blog di Gennaro Carotenuto. L’intero post si può leggere qui

A volte sembra una gigantesca utopia evanescente, la giustizia – nulla più. Toccare l’indifferenza, la superficialità; scoprire che c’è sempre chi invece resiste e non smette di porsi domande: domande che fanno spalancare gli occhi di disgusto e rabbia. Rabbia che sale lentamente, parallela alla musica di pianoforte e violini di Yann Tiersen. Lo ascolto adesso, e non riesco a non pensare che viviamo in una gigantesca bolla di sapone; ci prendono in giro continuamente trattandoci alla stregua di burattini, e noi non facciamo nulla per scoppiare quest’involucro trasparente ma vorace nel succhiarci intelletto e coscienza, sgomento e indignazione.

… ma dopo le parole cosa si può costruire? C’è qualcuno che lo sa?

io non mi sento italiana

Stasera, dopo aver guardato la puntata di Anno zero, ho percepito ancora più forte sia disagio che sconforto. A chi crede che io stia disegnando il mio futuro a cuor leggero, vorrei dire quanto questo sia lontano dal vero; a chi crede che si tratti di un’azione di disprezzo e di disamore, poi, vorrei mostrare le radici di quel sentirmi italiana che arrivano a toccare la canzone di GaberIo non mi sento italiano”, che ritengo sia anche una dichiarazione d’amore verso la propria nazione – da qui il titolo provocatorio del mio post.

Stasera ho avuto voglia di piangere una volta di più per questa Italia. Mi sono commossa ascoltando un ex deportato di 96 anni che con gli occhi lucidi raccontava quanto si senta distante da questo Paese; ho sorriso amaramente ritrovandomi nella parole di chi affermava di non sentirsi rappresentato dall’attuale governo, ché appare fin troppo labile il confine tra i due schieramenti, a causa dei politici – di questi politici – i quali sono così similari, omologati. Aggiungo evanescenti.

Sconcertata dai giovani che parlavano di libertà affermando così semplicisticamente che tale parola sottintenda il “fare quello che si vuole”, e che si dichiaravano compiaciuti naziskin o fascisti; allibita dalle signore di mezza età che saltavano strillando “Silvio”, affermando che per loro era un Dio e che per lui sarebbero morte; interdetta dai ragazzi che si lamentavano del precariato di “questo governo”, come se il precariato esistesse da soli sette mesi: ma prima dove eravate?
Soprattutto, però, ho odiato profondamente quelle frasi da copione dette e ripetute fino alla nausea senza che dietro ci fosse una coscienza critica, un’opinione personale, un afflato di ideale, di sogno, di desiderio che sinuoso si infiltra dentro la pelle e fa muovere ogni gesto e sorriso.

Ho avuto voglia di piangere per questa Italia che pare così alla deriva, ormai moribonda e quasi esangue. Ho pensato un infinito, incommensurabile quanto inutile “non è giusto“, e mi è venuto in mente il libro di Meneghello che sto leggendo, “I piccoli maestri”. A distanza di attimi, poi, la domanda che a volte ricorre dentro me: “Ma io sarei mai diventata partigiana? Avrei combattutto per la libertà della mia Italia contro i fascisti, anche rischiando la vita?”.
E, come accade ogni volta che me lo chiedo, sento salire un calore che mi riempie tutta, e sarei pronta a scommettere che sì, l’avrei fatto: impaurita, ma l’avrei fatto.
Poi mi desto: ritorno con la mente al panorama contemporaneo, alla sensazione di impotenza e incredulità per come ormai si viva in una società d’immagine, aria fritta e vacuità imbarazzante; rifletto su quanto questo investa soprattutto parte della mia generazione, e mi chiedo: è sempre stato così? Perché so che si parla di fette di una torta ben più grande, ma nutro la triste sensazione che tutto si stia acuendo, complici anche la televisione e una serie di fattori che anni fa erano quasi inimmaginabili.

Provo sempre più spesso la sensazione per la quale credo che finirò per odiarla, questa Italia, se non vado via. E allora mi sento dilaniata, incapace, vigliacca. E anche bugiarda con me stessa, perché io partigiana credo davvero che sarei voluta esserlo, ma forse mi sbaglio.

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