Archive for 24 novembre 2006

non dimentichiamo

 

C’è un appello congiunto di Adelphi, Articolo 21, Internazionale e Nessuno Tv indirizzato all’ambasciata Russa: si vuole ricordare l’omicidio di Anna Politkovskaja avvenuto un mese fa, chiedendo verità circa la sua morte (oggi è deceduto per avvelenamento anche l’ex colonnello del Kgb Alexander Litvinenko, il quale stava
indagando sull’omicidio della giornalista – qui l’articolo di Repubblica), con l’intento anche di sensibilizzare l’opinione pubblica circa la questione dei diritti civili in Russia.

Si può firmare qui; citando le ultime parole di un articolo su Peacelink: “Non pensiate che sia solo un gesto simbolico. Se è vero che lì è in corso uno scontro di potere che arriva fino ai vertici dello stato  (lo ha affermato a suo modo anche un uomo di confine come  l’ex Presidente Gorbacev), il nostro ruolo può avere un peso concreto. Perché nel tempo di Internet, strumento che oggi il potere non può mettere sotto controllo, la nostra è una voce che  arriva a destinazione”.

amore e rabbia

Il mio paese produce le ciliegie tra le migliori d’Italia. Sono così tanto le migliori che è in cantiere un progetto per distribuirle gratuitamente sui treni a tratta nazionale (ammesso che le FS non falliscano prima) nel periodo oscillante tra Maggio e Giugno. Il mio paese risulta anche, a detta di una mia amica, tra i paesi italiani a più alto tasso tumorale. Sta di fatto, comunque, che qui i tumori spuntano come funghi. Mia nonna è morta di tumore. Ma non si ammalano solo gli anziani: si ammalano giovani padri, neomamme, ragazzi. E bambini. Si ammalano e quasi sempre muoiono.

Il mio paese vive di agricoltura; qui quasi tutti possiedono terre da coltivare. Quello che forse non è abbastanza chiaro ai miei concittadini, però, è che il clima sta cambiando, e di conseguenza le colture che per decenni hanno fatto la fortuna degli agricoltori, sono destinate a naufragare sempre più, a meno che non si faccia uso di quei “magici” ingredienti che promettono stupori, e che in cambio stroncano solo una manciata di vite. Si usano sostanze tossiche nei campi – a volte perfino senza maschera di protezione per evitare di inalare sostanze nocive alla salute; si mangiano prodotti provenienti dalla terra, ma che di genuino hanno ormai ben poco. E ci si ammala, pur non vivendo in nessuna grande metropoli alle prese con il problema delle polveri sottili, e neppure in zone ad alto tasso industriale.

Il mio paese è chiamato proprio “il paese delle ciliegie”. I miei concittadini ne vanno fieri, e nel periodo di raccolta delle medesime il paese letteralmente impazzisce; c’è anche una sagra che richiama gli abitanti dei centri limitrofi e non solo. Tutto – ad esempio il traffico cittadino, il lavoro, gli impegni, i pernotti scout: tutto – è fatto compatibilmente con la raccolta delle ciliegie. Si cammina a un solo passo dal delirio. 

Nel mio paese ormai si muore quasi solo di tumori. I miei attacchi d’ansia e la mia ipocondria latente fanno sì che mi chieda anche più di una volta al giorno se riuscirò davvero a librare il volo lontano da qui; se non si tratta solo di una mia fantasia; se una malattia divoratrice non colpirà anche me senza che neppure abbia il tempo di accorgermene. Fino a qualche tempo fa odiavo il mio paese. Ora provo solo pena e commiserazione per queste strade, per queste persone, per i loro universi che non voglio neppure più giudicare: non sono nessuno per farlo, né mi interessa esserlo, e soprattutto ho di meglio a cui interessarmi.

Quando penso che la mia vita potrebbe essere stroncata in ogni momento da qualcosa spesso senza rimedio, penso all’amore. Credo che alla fine di tutto, quello che conta è l’amore: quanto hai amato, e come hai amato. Penso all’amore e alla rabbia, perché si deve amare con rabbia intensa e vorace: con la rabbia della mancanza; con la rabbia della passione che esplode e ti fa sentire viva; con la rabbia dell’amore che arde e ti consuma e ti porta al Paradiso o all’Inferno – cosa importa, dopotutto?

Rabbia e amore: alla fine, nulla conta più di questo.
E allora penso alle persone che ho amato: quelle che ho desiderato facendomi male e fregandomene di ogni limite razionale, quelle a cui ho sorriso quasi distrattamente un’ultima volta, quelle dalla patina degli addii impliciti, quelle che sono cicatrici e stelle.
Penso all’amore che riverso nella vita, nei libri che leggo, nelle parole di una poesia, nei racconti delle mie amiche, nelle lettere scritte e in quelle che leggo, nei regali inaspettati, nella musica che mi fa sognare, nelle nuvole che guardo dal treno. E, ancora, nei sorrisi imprevisti che increspano il mio viso, negli occhi che incontro, nei brividi fugaci e in chi mi affascina senza che mai lo saprà, nelle possibilità che aspettano solo di essere colte.
Penso all’amore mischiato alla mia dirompente voglia gitana, ai miei perché infiniti, alla caparbietà che metto nel vivere, ricominciare, crederci – una caparbietà da cui mi faccio cullare quando sono triste, quando ho paura, quando qualche lacrima fa naufragare i miei occhi. 
Penso a come io sia riuscita a fuggire via dalla tristezza e dal pessimismo adolescenziali e a distruggere limiti, paletti, tabù, fino a sentirmi parte dell’aria e del vento e della polvere, senza che nessuna etichetta, imposizione, stupido orgoglio fermi più i miei pensieri, il fiume impetuoso delle mie gambe e del mio cuore.

E mi dico che anche senza poter ancora stringere nulla di concreto tra le mani, forse sono sulla strada giusta per Vivere, e mai sopravvivere – e questo credo sia tutto quanto io possa fare per non avere nessun rimpianto, comunque andrà la mia vita.

colori e ombre

Scivolano via anni ma sei sempre tu. Sentire il tuo sguardo su di me – toccarlo, quasi – e sorridere: un po’ impacciata, un po’ rossa, un po’ incredula. Rivedendoti ho pensato che vorrei esistesse un tempo diverso. Vorrei non essere stata bambina quando tu eri già grande, ma vestivi ugualmente i panni di un Peter Pan di cui infatuarsi irrimediabilmente: eri un bambino come so rimarrai sempre, capace di farmi ridere come nessuno è mai più riuscito a fare. Vorrei ritrovare tra le tue braccia una chitarra, e ad esempio guardarti suonare “Una canzone per te” mentre vengo trascinata dall’amore irresistibile verso le corde di quello strumento tra le tue mani. Vorrei quel lago d’estate e tutto lontano: solo dolcezza e il non dire e il tuo prendermi per mano, abbracciarmi, scattarmi una fotografia – poi fermare il tempo, sostituendolo con la fantasia e il disordine; disegnare con le mie matite e colorare senza razionalità, senza ascoltare “Alice” immaginando quello che mai sarebbe potuto accadere in un matrimonio.

Ora, dopo anni, il tuo sguardo. La cognizione di ogni cosa che scompare. Vorrei non ci fosse mai stata della distanza artificiosa a sovrastare gli occhi. Vorrei non averti sognato. Vorrei non chiedermi ancora se sei insoddisfatto, anche se ho imparato che spesso gli uomini l’insoddisfazione se la cuciono addosso fino a non distinguerla più dal resto del corpo. Vorrei ignorare per un attimo che questi pensieri sono solo screziature impercettibili della donna che sento star lentamente diventando. Incanto fuori tempo massimo: lo riconosco anche io, che a tempo non vado mai: nella musica, nelle infatuazioni, nei treni su cui salire, nelle passioni smodate verso orizzonti di cartapesta. Costantemente scoordinata.

E forse è più bello 
ricordarti baciato dai raggi solari in una mattina d’agosto, bello come mai nessuno mi era sembrato nel corso dei miei quattordici anni, prima che arrivassero tutte le domande a travolgermi; prima che mi accorgessi di essere ad un’identica voce troppo piccola e troppo grande, come colori e ombre di una stessa fotografia.

como cheria

Como cheria. Che sarebbe una canzone sarda, anche se ascoltando il titolo vorrebbe da pensare allo spagnolo. Che sarebbe Alghero e la sua eredità catalana e il castello e il mare e il mio (inevitabile) scottarmi al sole quel 16 Agosto 2005. Che sarebbe un (mio) sorriso da Elisewin immortalato in una foto il giorno di Ferragosto. Che sarebbero il pane carasau e il mirto. Che sarebbe una terra che sento un po’ mia. Che sarebbero sorrisi leggeri. Che sarebbe un angolo di cielo puro, incontaminato. Che sarebbe una delle amiche più belle che potessi incontrare. Che sarebbero le persone meravigliose che ho conosciuto; la loro ospitalità, il modo buffo di parlare, gli occhi, la fierezza di essere sardi, l’attaccamento alla loro isola che mi fa emozionare. Che sarebbe la nostalgia che provo ascoltando adesso questa musica. Che sarebbe la voglia di partire e di ritrovare quei luoghi a cui mi sentirò sempre legata. Che sarebbero le risate cristalline e le notti insonni. Che sarebbero i castelli di carta colorati e spensierati. Che sarebbe quando tutto era un po’ più intero. Che sarebbe quando non avevo ancora scoperto la parte di me di cui adesso sono più orgogliosa. Che sarebbe quando la strada pensavo di conoscerla, e invece non avevo ancora capito nulla. Che sarebbe quando le mie paure si mischiavano nella tavolozza al bianco e al celeste, e credevo che nulla mi avrebbe potuto fermare; incrociavo le dita e ricominciavo a sorridere. Che sarebbe quando finalmente sono riuscita a piangere davvero per mia nonna e lei mi abbracciava, e la sentivo di un vicino che non si può descrivere. Che sarebbe il mare di questo blu intenso fotografato un paio di giorni prima di ritornare a casa, con i polpastrelli che profumavano di favola.

…como cheria
fina siccare su mare su riu
a los intendere colare intra mia

e una oche chi cante lontanu, como cheria
e una manu chi stringhe sa manu, como cheria


 

di intuizioni, rivoluzione e libri

Oggi avrei voluto raccontare diversi pensieri che ultimamente mi popolano. Ad esempio del mio ricordare ogni data, e dell’arco lungo un anno esatto disegnato oggi a penna sul mio quaderno, assieme alla sempre più lucida consapevolezza della verità racchiusa nel verso della canzone di De Gregoriquando domani scopriremo che non torna mai più niente, ma finalmente accetteremo il fatto come una vittoria”.
Avrei voluto scrivere del sorriso disegnatosi sul mio volto scoprendo in tv che a Roma oggi c’è stata una conferenza su Ottaviano e la prima marcia su Roma, e c’era una folla immensa di gente ritrovatasi lì per ascoltare questa lezione per voce di Luciano Canfora, noto docente della mia facoltà di Lettere, del quale vado enormemente fiera (per chi non lo conoscesse, è stato intervistato anche in “Viva Zapatero” dalla Guzzanti a proposito della satira nella commedia antica di Aristofane).

Poi invece ho trovato una e-mail proveniente dalla Spagna.
Una e-mail che – per quanto era viva e feconda di sensazioni – mi ha fatto rabbrividire. Una e-mail che è un album di fotografie rappresentato da parole; che scava nello stomaco e lì rimane. Una e-mail che parlava (anche) di intuizioni.
Eppure non credo che abbandonerò questa ossessione, questa delle intuizioni, perché ci credo, e ora è l’unica cosa in cui credo, ed è l’unica cosa che mi lascia sperare. Che il mondo venga salvato da un’intuizione, da mille intuizioni, milioni”.
Mi perdonerà l’autrice se mi permetto di mettere qui un frammento delle sue parole, però dovevo. Perché è meraviglia, e perché io nelle intuizioni ci credo: ci credo troppo per non urlarlo, per non scriverlo in questo che considero il mio pezzo di cielo anarchico e romantico.
Credo nelle intuizioni come nelle empatie: le vivo e le tocco. Perché esistono e sì, Giulia, sono una speranza importante. Una possibilità. Non sono solo stronzate di tre sciocche ragazze che si inviano lettere intrise di domande senza soluzione, che si scambiano canzoni e parole, che sognano una rivoluzione ma non sanno da dove iniziare – forse solo un poco – però vorrebbero. Ma il condizionale non basta, e lo sanno.
Desidererebbero una rivoluzione fatta di poesia come modo di vivere e amare, di arte come iride da cui osservare tutto quello che è loro intorno, di libertà come partecipazione – esattamente come cantava il signor G., vale a dire il grande Gaber –, di politica come piazza, confronto, crescita. E ancora di musica come condivisione e finestra su una particolare interiorità che altrimenti non troverebbe adeguata espressione, di abbracci come strade da percorrere a distanza ma insieme, sentendosi vicini.
Il sogno comune nella notte degli albatros di Jack Folla.

Le intuizioni – secondo me – sono poi l’espressione, il risultato finale, di chi abbraccia in sé tutto questo, e lo fa proprio a tal punto da farlo sostituire alla propria pelle. E il tutto avviene con naturalezza, come se si muovesse sinuoso su un filo invisibile teso allo stremo delle proprie forze.
E allora – dicevo – ci sono queste tre ragazze che si scrivono e si raccontano, e vorrebbero anche allargare queste intuizioni, scoprirle attraverso occhi sconosciuti ma familiari.

(E se a qualcuno tutto questo interessa, provate a contattare me, e intanto a leggerle attraverso questo e questo blog. Perché io sento fermamente che è tempo di parlare, confrontarsi, osare; è tempo di conoscere, rimboccarsi le maniche, uscire dalle proprie Alcatraz. E’ tempo di smetterla di piangersi addosso; è tempo di sorridere quando tutto va male; è tempo di fregarsene di chi ci ignora o di chi ci fa battere il cuore ma non ha capito nulla di noi. E’ tempo di viversi nel modo più intenso del verbo viversi).

E poi, in finale di post, ci tengo a segnalare queste parole che mi ricordano il pezzo di Jack FollaDonne in rinascita” – di cui avevo riportato qui, nel mio vecchio blog, un ampio stralcio – e che sono state scritte da una mia amica. Credo sia bello condividerle perché dentro c’è tanta Bellezza.

Credo che fino a quando ci sarà chi riuscirà a far vibrare le proprie anime in tal modo, riuscendo a contagiare chi gli è attorno (come nel gioco di Pollyanna), allora forse il mondo avrà qualche speranza di essere migliore, o perlomeno di ritagliarsi delle piccole oasi senza le quali tutto sarebbe grigia razionalità, freddo automatismo e silenzi agghiaccianti. E morte irreversibile dei colori.

Io invece voglio continuare a sognare, a crederci.
Un abbraccio forte fino a Granada, Giulia, y hasta luego.

[ E se oggi avete acquistato il quotidiano “Repubblica“, non potete perdervi il pezzo scritto da Orhan Pamuk. Lo linkerò non appena sarà presente sul web. Leggendo le parole del nuovo premio Nobel turco, il mio cuore batteva come accade solo di fronte a qualche emozione forte, sferzante. Pamuk racconta di come creda che lo scrittore sia alla stregua di un bambino annoiato; di come i mondi paralleli gli siano indispensabili per vivere; di quanto sia assolutamente dipendente dalla letteratura; di quanto desideri ritornare a scrivere non appena è proiettato nel mondo reale che pure gli è indispensabile per annoiarsi e dunque per scrivere; di come interpreti la scrittura come medicina e consolazione alla cui base ci sono i sogni a fungere da spunto e a trascinare.
Lo leggevo e mi serviva per ritrovarci qualcosa di me, dei miei pensieri e del mio modo di essere senza sentirmi aliena.

E poi stasera ascoltavo David Grossman ospite da Fazio, e pensavo che sarebbe bello se qualcuno anche una volta sola nella mia vita rimanesse incantato da quello che dico – e da come lo dico – esattamente alla pari di come lo ero io stasera davanti alla televisione. E uno per tutti consiglio il suo “Che tu sia per me il coltello” ]

ma non raccontare a me che cos’è la libertà

Ma i moralisti han chiuso i bar
e le morali han chiuso i vostri cuori
e spento i vostri ardori
è bello ritornar alla normalità
è facile tornare con le tante
stanche pecore bianche.
Scusate, non mi lego a questa schiera:
morrò pecora nera.
Saranno cose già sentite
o scritte sopra un metro un po’ stantio,
ma intanto questo è mio
e poi voi queste cose non le dite
poi certo per chi non è abituato
pensare è sconsigliato
poi è bene essere un poco diffidente
per chi è un po’ differente
pero’ non siate preoccupati
noi siamo gente che finisce male: galera od ospedale
gli anarchici li han sempre bastonati
e il libertario è sempre controllato
dal clero, dallo stato non scampa
fra chi veste da parata e chi veste una risata

Lo capisco se mi prendi per le mele,
ma ci passo sopra, gioco e non mi arrendo,
ogni giorno riapro i vetri e alzo le vele,
se posso prendo,
quando perdo non sto lì a mandar giù fiele e non mi svendo
e poi perdere ogni tanto c’ ha il suo miele
e se dicono che vinco stan mentendo

perché quelle poche volte che busso a bastoni,
mi rispondono con spade o con denari,
la ragione diamo e il vincere ai coglioni, oppure ai bari,
resteremo sempre a un punto dai campioni (tredici è pari),
ma si perda perché siam tre volte buoni
e si vinca solo in sogni straordinari

Ah, quei sogni, ah, quelle forze del destino
che chi conta spingerebbe a rinnegare,
ci hanno detto di non fare più casino, non disturbare:
canteremo solo in modo clandestino, senza vociare,
poi ghignando ce ne andremo pian pianino
per sederci lungo il fiume ad aspettare.

guccini, canzone di notte numero due (e tre)

per chi vive all’incrocio dei venti (ed è bruciato vivo)

Sono solitaria come l’erba.
Che cos’è che manca?
Lo troverò mai, questo qualcosa che non so?
Sylvia Plath, “Tre donne” 


Solo guardarsi all’aereoporto e già iniziare a ridere: non sorridere, non abbracciarsi:
ridere. Una risata che inizia leggera e diventa fragorosa. È questa forse una fotografia adeguata per quello che è la nostra amicizia: una risata spontanea e inevitabile.

Chiacchierate lunghe la notte, con astrazioni che ci sembrano inafferrabili, improvvisazioni di psicoanalisi e interrogativi sulle facce dell’amore, dell’attrazione, delle paure, dei blocchi, dei desideri; girovagare tra le stradine del (mio) paese per entrare nello spirito più propriamente terrone (e talvolta gretto) del luogo che conserva il carcere che vide Gramsci e Pertini; canzoni trash da cantare a squarciagola e lacrime agli occhi per le risate e sentirsi ubriache senza aver bevuto un solo filo di alcool; bicchieri di fragolino; vento di maestrale sul lungomare di Bari, con i gabbiani che non si lasciano fotografare e le nuvole grigio perla nel cielo azzurro che ricordano molto il cielo inglese; sciarpe di lana per proteggersi dal freddo pungente; il Castello Svevo e le illustrazioni di Picasso, l’ammirare più che illustrazioni in sé le diverse tecniche con le quali ritraeva personaggi di libri e animali; il due Novembre e l’anniversario della morte di Pasolini e regalare a se stesse qualcosa che lo ricordi – un modo per non dimenticarlo, per ringraziarlo, per sentirlo tra noi.

Focaccia calda; panzerotti fritti; espressini; tea inglesi con biscotti; sigarette quando scende la sera e si ascolta il Guccio che racconta un amore dei vent’anni, quando  sorridevi e sapevi sorridere” e si rimane in silenzio a toccare l’intreccio dei ricordi di quei fantomatici Don incapaci di resistere alla realtà che avanzava; i trulli e la gentilezza che ci ricorda quella vicentina (?!); guardare una puntata di Alcatraz di Jack Folla e la bellissima trasmissione sui libri dove per coincidenza si parla anche di Madame Bovary; camminare nel centro storico del paese che ospita il mio liceo e i meravigliosi miei ricordi a riguardo; parlare dei propri nonni, io che sento il solito magone implacabile e rimango ad ascoltare, incapace a parlare, per paura di ritrovare quelle lacrime che odio; Ostuni e le sue case bianche e le stradine suggestive e il mare all’orizzonte e le nuvole così soffici da fotografare e tutto che sembra quasi Grecia; il treno preso al volo; i muretti a secco e gli ulivi bellissimi con quei tronchi che racconterebbero storie in una fredda notte invernale; gli applausi indirizzati alle canzoni che in treno ascoltavamo, incuranti di chi, senza capire e con sguardo sgomento, ci guardava applaudire e ridere; capirsi senza parlare e scoprire di guardare le stesse identiche cose e di pensare la stessa identica cosa nello stesso identico istante senza neppure essersi guardate negli occhi.

Rivedere Memole facendo colazione, a metà tra le tenerezza dei suoi capelli lilla e la nostra ironia sui personaggi, e poi il mio imitare la sua risata e il saltellare tra le viuzze dei trulli come la folletta e i suoi amici; il mio inventare soprannomi buffi e titoli per improbabili libri, e poi ridicole attribuzioni di nomi a cartoni animati della nostra infanzia (…ma che qualcuno sappia il titolo completo del cartone animato Hilary, quello della ballerina con il nastro rosa? E’ di vitale importanza!); Il cielo sopra Berlino di Wenders e Volvèr di Almodóvar; riguardare vecchie puntate dell’Ottavo Nano e Corrado Guzzanti e il suo “cittadino bibbbitaro – non t’inquietare” e l’irrazionale debole verso i romani che ci accompagna; ascoltare “Santa Lucia” di De Gregori sapendo quante lacrime abbia versato ognuna delle due su questa canzone; lei che mi dice che avere paura di scoprirsi delle trentenni tristi, grigie e disilluse è già la cifra di quello che non potremo mai diventare: voler credere fortemente in questo; canzoni dello Zecchino d’oro per sorridere e sentirsi quello che poi in fondo si è: ancora bambine, ancora ingenue, ancora capaci di avere occhi sognanti, solo un po’ offuscati da quello che è stato il nostro crescere; “Luna” cavallo di battaglia del nostro essere raminghe in auto, cantando e accompagnando le parole da gesti esplicativi delle stesse, sentendoci tanto sceme ma anche tanto allegre e leggere; cantare in macchina a squarciagola “Io vagabondo“, con la sua domanda “Questa la cantavi, vero?” e il mio annuire tra mille ricordi che mi avvolgono; intonare Guccini con la r moscia però, con conseguenti altre fragorose risate; mangiare fino a non poterne più; cioccolate a rullo compressore; fotografie scattate nella mia stanza, sotto le stampe dei quadri di Van Gogh e del puzzle incorniciato del suo “Cafè de nuit“; il mio essere assolutamente e inspiegabilmente senza ritmo; la micia buffa e protagonista di altre risate; sentire una volta di più quanto io ami la mia regione, con tutte le sue contraddizioni, con le sue spine eterne, ma anche con una bellezza talvolta disarmante.

Non trovare le parole adeguate per salutarsi. La distanza sempre ingombrante. Sentire un vuoto. L’amarezza dell’essere consapevoli del non poter mai essere vicine: così banale, così difficile. Sentirmi stanca di dover fare i conti con la lontananza. Poi scrollarsi questa patina grigia e sorridere. Un braccialetto celeste al polso di entrambe. E’ un perenne tendere le braccia all’orizzonte, e talvolta un attorcigliarsi su se stesse. E’ la percezione di sentire l’altra: libro aperto davanti a te: sensazione impossibile da descrivere. E’ un sentire fortissimo.

“Noi” sa di arrogante, sa di privilegio, sa di fuoco danzante sotto la pioggia, sa di quel contrasto che adoro: si divide proprio tra il grigio perla delle nuvole e il celeste del cielo, e a me pare sempre una delicata poesia.
Noi sa di quello che dipingeremmo se sapessimo dipingere, sa di qualcosa che – nonostante creda di intendere le parole di Sylvia Plath citate all’inizio – ho trovato, pur sentendomi solitaria come l’erba.
Leggo qui, in data sei Novembre, un (primo) frangente delle annotazioni gitane della mia sista, e sono cascate di fotogrammi che fanno star semplicemente bene.
E io di tutto questo ne vado fiera: ingenuamente, coscientemente, arrogantemente fiera.