Archive for 28 ottobre 2006

facciamo che stanotte mi basta ricordare

Quante bottiglie vuote
ci trovi in un amore
quante promesse fatte
e mantenute male
quanta rincorsa presa
per non andar lontano
ma per sentire il vento
che sbatte sopra il viso
 

Una morsa traditrice sospesa tra lo stomaco e i ricordi. Sabbia corsa via ignara e inconsapevole. Poi ritrovare certe parole: un sorriso increspa il viso, e si trasforma impercettibilmente in una smorfia di malinconia immotivata. Immotivata perché sei un’altra, perché è andata come doveva andare, come canta qualcuno. Vorresti prendere a pugni questa sensazione di vuoto a perdere: sospensione assoluta dal presente: dolore, amarezza, sgomento sentito all’improvviso. Guardare qualcuno in una foto sconosciuta e irrazionalmente avere la percezione di vedere te.

Quanta distanza credi
ci sia tra il cielo e il mare
se un orizzonte solo
basta a farla sparire
 

Avrei voluto tu mi avessi abbracciato. Una distanza che non era distanza… era solo timore ad abbracciare te, a un passo da me, e ad essere abbracciata, a un passo da te. Quella frase de “Le fate ignoranti” continua a danzarmi attorno. Penso alla musica spagnola allegra e sbarazzina che scoprivo in un pacco scartato a mezz’ora in linea d’aria da quello che sarebbe stato. Caldo, immediatamente seguito da ghiaccio pungente e vetri appannati. Poi a raffica pioggia e rabbia senza destinatario.

Quanta memoria serve
per ricordare bene
e quanta invece
per poter dimenticare
facciamo che stanotte
io mi ricordo il mare
facciamo che stanotte
mi basta ricordare
 

A volte ci arrivo, al mare. Da sola. Stravaganza, ma mi piace così. Chiudo immancabilmente gli occhi e respiro. Passo al setaccio ogni frammento di profumo d’aria e di mare: vorrei tenerli stretti a me, perché mi sento piccola e fragile, eppure così spavalda nell’affrontare a testa alta il vento.
L’orizzonte è così labile, sai? E noi uomini, donne, esseri umani… sappiamo essere così immaturi. Superficiali. Sciocchi, sciocchi, sciocchi. Soprattutto questo: sciocchi. Io ricordo tutto, però. Stanotte sì, mi basta ricordare un attimo. Debolezza inconsueta e immotivata. E vorrei saper dipingere. Dipingerei un cielo notturno e delle macchie di colore improvvise e all’apparenza insensate. Pennellate veloci, quasi imprendibili dall’occhio umano: esattamente come avrei voluto fossimo stati noi, ma era solo idealismo. Non saremmo mai stati così, perché non saremmo stati noi. O forse sì? Confusione. Forse ci avrebbero appartenuto perfino delle pennellate sfuggenti, color pastello.
La mia è solo voglia di essere triste, perché a volte si ha bisogno di essere tristi; di ascoltare a ripetizione una canzone come questa lasciandosene cullare; di assaporare una malinconia dal sapore di miele amarognolo; di scrivere una lettera immaginaria a chi non la leggerà mai.
 

Quanta distanza credi
ci sia tra il cielo e il mare
quanta distanza credi
ci sia tra noi e l’amore
 

Vetri taglienti: provo a camminarci sopra, a volte sembro perfetta. Sanguino e intanto sorrido; sorrido e intanto sanguino. Si tratta di un’equivalenza perfetta, secondo te? E comunque ti saresti mai reso conto del sangue e dei sorrisi, del loro essere così complementari? Forse sì, forse mi conoscevi più di quanto credessi. O forse non sei mai riuscito a decifrare davvero una sola mia sillaba espostasi come stella cadente: fulminea, improvvisa, spiazzante. Mi guardo raccogliere lacrime e conchiglie; canto sottovoce perché sono stonata, e perché il mare va ascoltato in silenzio; poi mi addormento, in una notte come questa in cui cercavo il silenzio e il buio della stanza per stare con me, per ricordarmi che distanza tra cielo e mare non ce n’è, e neppure tra noi e l’amore. Basta librarsi in volo, e forse lo sai – anche senza avermelo mai detto. 

Peccato tu non sia nessuno, perché sei tutti: un mosaico di incastri mancati, di baci che non sono riusciti a combaciare, di notti perdute, di silenzi violati, di pelle solo sfiorata, di parole che sarebbero dovute esser pronunciate, di occhi che avrebbero dovuto specchiarsi anche solo un attimo di più. I miei amori, il mio terribile seppur dolcissimo tutto e nulla. 

[ canzone dei Cappello a cilindro, “All’improvviso” ]

colloquio di anime

Sentire di identificarsi in qualcuno: potrebbe capitare con chi conosci, ad esempio. Sarebbe senz’altro sensazione di leggerezza, e rimarrebbe indelebile impronta sul filo rosso della tua esistenza. Quando però accade di intrecciare quello che sei con chi non hai mai conosciuto, se non attraverso le sue parole – parole non rivolte a te, ladra di parole altrui, perché in fondo leggere è violare l’intimità di qualcuno che sì, è disposto a farsi violare, ma non per questo il tuo violare sarà meno intenso – ti sembra di sfiorare l’inquietante. Ritrovarsi nelle parole di qualcuno a tal punto da provare una sorta di dolore, perché ti pare di sentire quello che lei sentiva. Scrivere appassionata della sua scrittura, e scoprire immediatamente dopo di aver usato le stesse metafore che lei aveva usato per descrivere il proprio modo di scrivere.

Pensare che sì, forse anche tu – in quelle circostanze – avresti messo due pietre nelle tasche del tuo vestito, e ti saresti immersa nell’acqua, cosciente del “per sempre” eterno nel quale ti avrebbero avvolte le onde del fiume; proprio tu che, come lei, ami la vita in tutti i suoi anfratti più nascosti, bui e impervi. Sentire per un attimo – un attimo lunghissimo – di guardare con i suoi stessi occhi, io che sono un millesimo di un millesimo della sua scrittura, della sua capacità di imprimere velocità o lentezza alle parole, di dar loro vita come se si trattasse di un manichino che inizia a parlare e a muoversi. 
Scoprire qualcosa di mio ancora inesplorato grazie alla sua esistenza; al suo modo di guardare, di amare.

Sentire che la mia tesi di laurea non potrebbe che essere su di lei: una sorta di responsabilità, di gratitudine, di abbraccio. “Sarebbe fiera di te“, dice la mia querida che ha contribuito in maniera profonda a farmela esplorare sin da quella notte di Maggio alla stazione Termini, quando abbiamo vissuto l’incanto di una lunghissima giornata di musica e di una notte non meno intensa; quando le ho raccontato di Edipo come se fosse una favola e lei mi ha letto le parole del nuovo libro di Vecchioni (e voglio ricordare sempre tutto questo, perché è oramai parte indelebile di me); quando Berlusconi stava per dimettersi ed entrambe immaginavamo un’alba che io finora non sono riuscita a scorgere – e vorrei che fosse colpa mia, solo una mia terribile, immensa distrazione.

(e intanto consiglio di cliccare adesso su questo link, e poi decidere cosa fare – magari anche farmelo sapere, così per confrontarci, per capire se sono io prevenuta, disfattista, stupidamente illusa di qualcosa che non vedrò mai

Sorrido, perché immaginare lei orgogliosa di me… sembra assurdo. L’idea, però, mi riempie di gioia, e il mio viso si illumina come quando qualcuno mi dice “diventerai una scrittrice” o mi chiede “ma lo sai che hai talento, vero?“, perché mi pare surreale; ora a me basterebbe continuare a nutrirmi di fogli e inchiostro altrui, poi il resto serà lo que serà.
Intanto continuo a leggerla, e rimango spiazzata da tutto questo, ché sentirsi specchiata negli occhi di qualcuno che è vivo e presente accanto a te è molto bello, ma che succedesse con chi viva non lo è più, non l’avrei mai immaginato. Inevitabilmente ripenso a Petrarca, alla sua idea secondo la quale l’amicizia è colloquio di anime: va oltre i secoli, permette un’empatia immaginaria, e dunque anche un intenso legame interiore tra persone di diverse epoche. Quasi io potessi considerarla amica, insomma. Ora credo di capire più in profondità cosa Petrarca volesse dire, e so con certezza che si tratta di qualcosa di reale e bellissimo.

“Perché ciò che voglio è frecciare e guizzare da una parte all’altra, spronata da quella che chiamo realtà. Se non avessi mai queste crisi così intense e profonde – di inquietudine o di quiete, di felicità o di sconforto – mi abbandonerei alla rassegnazione. Invece ho qualcosa da combattere; e quando mi sveglio presto mi dico: combatti, combatti. Vorrei riuscire ad esprimere questa sensazione; la sensazione del canto nel mondo reale, quando la solitudine e il silenzio respingono il mondo abitato; la sensazione di essere imbarcata in un’avventura […]” 
[ 11 ottobre 1929, Virginia Woolf ]

 

caminante, no hay camino – se hace camino al andar

Io ogni tanto quel giorno me l’immagino, come se si trattasse di un vezzo, di un pensiero puerile. E’ luce soffusa che rischiara ma non acceca: solo accarezza, ed è lì che fluttua, ondeggiando tra l’invisibile e l’essere in fieri – in punta di piedi.
E allora immagino una gonna appena sopra il ginocchio, un po’ ampia e svolazzante, un po’ zingara come me. Incurante verso quello che dovrei fare o essere perché “è così che si fa”: voglio essere solo e unicamente me stessa.
Immagino scarpe aperte, basse; una maglia aderente, leggermente scollata, un po’ gitana anch’essa; orecchini pendenti; un monile al collo.
Tonalità d’azzurro a dispiegarsi in tutta la mia figura.
Occhiali leggeri; il viso senza trucco, perché i miei occhi, i capelli lunghi che copriranno l’intera schiena e il mio sorriso saranno sufficienti. Mi vedo stringere nervosamente qualcosa tra le mani, forse una penna; le parole invece pulsano nel petto mentre il cuore si disvela a se stesso, ed è febbricitante e danzante.

Sarà un inizio, un semplice inizio, ma sarà il mio inizio, accompagnato da un biglietto aereo di sola andata oltre oceano e una sottile malinconia verso quelle persone che saranno ancora più lontane di adesso, mentre per un po’ ho cullato l’illusione di avere presto i loro occhi stretti, vicini. E invece ora penso a me come a colei che coprirà la propria pelle delle parole di Machado, raggomitolandosi in quel “Caminante, no hay camino/se hace camino al andar“. Accarezzerò la malinconia come un gatto che fa le fusa, e andrò – semplicemente andrò – dove l’istinto mi conduce, decifrando a tentoni quello che pare attorno a me uno schizzo di matita che aspetta ansioso il proseguo della bozza.

Per esempio quel giorno l’immagino quando, tornando a casa, scorgo dal treno le nuvole che sfumano tra il rosa e il viola, e ascolto “Niente da capire” di De Gregori, perché in effetti non c’è nulla da capire, se non che il “Volli, sempre volli, fortissimamente volli” di alfieriana memoria è attuale più che mai.

Sono felice senza che questa felicità abbia una consistenza precisa: pare quasi zucchero filato che si scioglie subito in bocca, e una volta di più mi identifico con gli occhi sgranati sul mondo di un bambino che inizia a scoprire il mondo attorno a sé.

E poi aspetto di abbracciare una gitana che viene dalle fitte nebbie padane, anarchica forse più di me. Lei è una vagabonda delle stelle, e se ho scoperto cosa vuol dire capirsi senza parlare e dopo un nulla che ci si è conosciute, lo devo a lei. Bologna e le due torri non sarebbero mai state la stessa cosa se la prima volta non ci fossimo state insieme; poi la storia di un’amicizia non può essere raccontata, perché certe amicizie attraversate da empatia, telepatia e vicinanza d’anima sono dipinti: “Notte stellata” di Van Gogh, ad esempio. E l’idea di poterle mostrare lo splendore della mia Puglia, i suoi coni di luce e ombra; l’immaginare già le chiacchierate, le risate, l’ironia e il sarcasmo che accompagneranno le nostre parole; il fondersi di sogni diversi e paure simili; il non aver bisogno di spiegarsi per riuscire a capirsi: tutto questo mi rende ancora più felice e fortunata.

[ Consiglio di leggere questo post di Beppe Grillo: Reset ]

percorsi

Ero arrabbiata con il mondo e non lo sapevo. Forse, però, più che di rabbia si trattava di astio, una sorta di rancore: un rancore senza destinatario o nome, o forse dai troppi nomi per essere identificato, analizzato, catalogato. Ora mi ritrovo a pensare che amo i sorrisi degli sconosciuti, e sono io la prima a sorridere. La scorsa mattina, un signore incontrato sul marciapiede della casa della mia amica mi ha detto che era bellissimo vedere una ragazza dal viso così sorridente e senza motivo: sosteneva che mettesse di buonumore. Quella ragazza ero io.

Mi alzo la mattina, assonnata cerco gli occhiali, poi muovo lentamente i primi passi fuori dal letto, guardo i miei capelli finalmente di nuovo lunghi e ridondanti di boccoli, e quando esco di casa, anche se è presto e io odio alzarmi presto, sono contenta.
Ho smesso di andare in auto: uso la bici e mi piace il contrasto tra il freddo del vento in faccia mentre la bici prende velocità, e il caldo della mia sciarpa di cotone e del giubbotto di jeans. A volte, poi, mi piace camminare; riscopro il piacere dell’andare a piedi e del guardarmi attorno, e una sorta di incanto mi accompagna attimo dopo attimo, anche quando sono un po’ triste. Poi mi ritrovo a pensare che nella mia vita sono arrivata, non so neppure come, a fare quello che voglio, e che soprattutto sto cercando di costruire quello che vorrei fosse il mio futuro, un futuro in cui credo ogni giorno di più, e trovo tutto questo meraviglioso e meno scontato di quanto possa apparire.

Mi capita di pensare a chi i miei sorrisi indistinti non li ha saputi cogliere, fitta coltre di nebbia, e non so se scrollare le spalle, perché sarebbe anche quello un omaggio all’indifferenza dovuta, e mi chiedo se sia meritato. Mi accorgo di  non portare più rancore a nessuno, neppure a chi mi ha ferito sapendo di ferirmi o a chi avrebbe dovuto cogliere dentro sé almeno un semplice “scusa“, sentito e consapevole, da porgermi; mi rendo conto che in tutta la mia adolescenza, e alla fine dell’adolescenza, e in quello che c’è stato immediatamente dopo, provavo un senso di dolore latente, di abisso nero, di tristezza, ma non di malinconia: la malinconia è un’altra cosa. Io sono malinconica, e mi piace esserlo. Fa parte di me, del mio modo di sentire, e questo non lo cambierei mai. La malinconia, il mio essere innamorata dei silenzi, non prescindono dall’essere traboccanti di vita e passione.

Ho smesso anche di coltivare la diffidenza. Mi sento più ingenua di prima. Ora ho imparato a ignorare chi merita solo indifferenza, ma rimango ingenua. Ingenua nello scoprire, nel raccontare di me a chi non conosco, nel sorridere, perché sorridere davvero, sorridere con gli occhi intendo, non è mica facile. Io, perlomeno, avevo disimparato a farlo.

La solitudine della mia stanza muta, la paura di essere ferita, le tristezze mai rimarginate, i treni fermi su cui credevo di essere salita, la glacialità del disinteresse altrui: tutto aveva contribuito a rendermi arrabbiata – anche se, ripeto, forse il termine arrabbiata non è il più corretto.
Ora mi riscopro incurante della possibilità di sbagliare ancora e ancora. Penso a chi ha paura delle proprie emozioni, a chi si ritrova una bilancia al posto delle vibrazioni d’anima. Io mi sento oltre, io che forse timida non lo sono più, e lo sto scoprendo solo adesso che vivo come credo di non aver mai fatto. 

possiedo la mia anima

Mi rendo conto quanto sia riduttivo pensare, dire: amo un uomo; amo una donna. L’amore è talmente totalizzante e straripante, gigantesco, da non poter essere racchiuso in una forma, in un’idea, in una persona o persino nella mera sessualità. Si tratta di una sorgente inesauribile di possibilità: zampilla sfumature differenti la cui radice, però, è la medesima; non può essere oggetto di catalogazione, né può identificarsi con dei limiti. Da quando mi si è svelata quasi impercettibilmente in tutta la sua grandezza un’idea del genere, infiltratasi inizialmente in sordina, io mi sento più viva, più appartenente al mondo, più a contatto con la polvere della terra e il blu del cielo. Semplicemente amo, e percepisco in maniera sempre più irresistibile e folgorante la velocità con la quale muto, mi arricchisco, mi discosto da etichette, convenzioni statiche che spesso annullano la grandiosa possibilità che ognuno ha di scoprire quello che di sé neppure immagina, intrappolato in sabbie mobili di cui non ha percezione, e forse non ne avrà mai. Moralismi e bigottismi sono porte serrate sull’esistenza; sentirsi parte dell’aria, del vento, del flusso della vita è invece una sensazione indescrivibile. Alla conclusione di un libro importante, scrivendo una mail alla mia querida, così affermavo: “E’ come se una volta di più mi fossi sentita in armonia con il mondo, la natura, le mirabili possibilità che la vita ti presenta, lontana da preconcetti, pregiudizi, tabù. L’amore non ha un volto, un nome, un colore. Uno deve lasciarsi andare alle emozioni, qualunque esse siano.”

Mastico un senso di anarchia strano, nuovo. Flaubert guardava al mondo con disgusto, credendo solo nel valore dell’arte: io vivo un’anarchia che non conoscevo, dai contorni affini a quelli del suo pensiero.

Disgustata da un’intera classe politica imbarazzante e squallida; disillusa sulla possibilità che l’Italia raddrizzi la schiena e cessi di sguazzare nella sua atavica mentalità furbetta, distante anni luce da concetti come meritocrazia e capace solo di rendersi dozzinale, meschina, inadeguata verso chi pretende – perché non dimentichiamo che è un diritto, non un privilegio o una fortuna – di vivere in un Paese che offra possibilità degne dei propri studi, capacità e aspirazioni.

Non so se si tratta di una parentesi, ma per quanto io possa essere tacciata di anacronismo, ora sento di avere fiducia solo nelle molteplici sfaccettature che l’arte racchiude; vorrei vestire i panni di chi si avvicina a guardare il mondo come anima colta, intellettuale: so di essere lontanissima dall’esserlo, eppure credo che sarebbe l’unico mondo che forse potrebbe appartenermi, e in cui poter ritrovare sprazzi in cui identificarmi.
L’unica vita possibile, per me, lo sto capendo ora, è la letteratura, e il trasformare in inchiostro le immagini che ho negli occhi, le visioni che mi portano a scrivere, perché io quando scrivo, semplicemente riporto quello che vedo, come se descrivessi quadri estemporanei en plein air. Io dipingo con le parole. E sento fortissimo che senza tutto questo non sono nulla: non esisto. 


[ Ci sono diverse persone che mi leggono, e che conosco sia solo virtualmente sia anche di persona, le quali vivono a Roma e dintorni. Alcune oggi le ho sentite per messaggio, mail o msn, altre no: se volessero farmi sapere che stanno bene, sarei decisamente più sollevata ]

studium

“Appartengo a quella schiera di persone che negli anni Settanta si commuoveva leggendo una poesia: leggevamo Leopardi, per esempio, e ci emozionavamo. […] Poesia è educazione sentimentale, scoperta del mondo e di se stessi, è sensibilità particolare. […] So che ora tutto questo si è perso, nessuno si commuove più per cose del genere, il mondo è cambiato. […] La parola latina “studium” significa passione, dedizione, impegno, ed è questo che dovrebbe muovere ogni studente”.

E mentre il professore parlava nell’aula distratta, io sorridevo ed ero emozionata, e pareva che lui parlasse a me, solo a me. Avrei voluto alzarmi, andare lì, alla cattedra, e sussurrargli un timido, semplice grazie; avrei voluto dirgli che aveva ragione, che poesia è tutto quello che diceva: un modo di vivere e di amare. E’ anche il mio modo di vivere e amare: l’unico che conosco, e l’unico di cui mi importa.
Avrei voluto anche dirgli che si sbagliava, perché c’è ancora chi si commuove leggendo una poesia, perché io a volte piango per la bellezza che scopro in certe parole, e mi sento stupida, ma tocco qualcosa che assomiglia alla felicità pura; avrei voluto raccontargli di come a Firenze con la mia compagna di viaggio toscana leggessimo Alda Merini; che a Bologna avevo comprato Cummings, e che Cummings lo regalerò alla persona che amo; che ho una sista padovana la quale adora Emily Dickinson; che ho un’affinità elettiva sarda che un libro di poesia me l’ha regalato al compleanno.
Avrei voluto dirgli che quella sua lezione sulla poesia io non l’avrei mai dimenticata; che per me poesia è uragano, e che a volte non trovo le parole sufficienti per esprimere le onde che si agitano dentro me, e che è per questo che mi ritrovo con gli occhi lucidi quando qualcuno ne parla con la stessa intensa passione e lo stesso amore che riverserei io. Avrei aggiunto poi che desidererei gli occhi di tutti alla stregua di fari luminosi sulla poesia, perché sono certa che il mondo sarebbe migliore: non giusto, ma migliore sì.

Ho un segreto da confessarvi, avvicinatevi, avvicinatevi! Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino, noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria, sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento, ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore: sono queste le cose che ci tengono in vita.
[ l’attimo fuggente ]

ma bella più di tutte è l’isola non trovata

E’ come se la vita fosse una scatola magica, è come se mi trovassi io in una scatola magica dalle pareti dai colori cangianti, con fuochi d’artificio e ogni tanto qualche meteora impazzita – come quelle di cui parla Kerouac, si – e poi cascate fragorose di parole fatate, brividi lungo la schiena e uno sguardo dolce e silenzioso, sorriso luminoso e invisibile.
Le scatole magiche sono tra i fili d’erba nei prati in primavera, oppure nelle vibrazioni d’aria che inseguono gli aquiloni sul mare, i quali a loro volta si specchiano nell’acqua della distesa marina che stanno attraversando.
Le scatole magiche si annidano nei nostri vecchi diari, nelle fotografie dimenticate che ritrovi e che guardi con occhi trasognati e sbigottiti e divertiti, nelle parole che rileggi mentre non riesci subito a ricondurre un nome ad un volto e a una situazione, e quando accade ti sembra impossibile: impossibile aver avuto un rapporto così intenso con quel qualcuno, per esempio, ma impossibile anche aver fatto cadere tutto così nel nulla.
Le scatole magiche sono anche i ritratti di te infante che non temi l’obiettivo fotografico, le cartoline che ti ricordano persone di cui avevi cancellato ogni passaggio nella tua vita, le gocce d’acqua che fanno scivolare lontano memorie e complessi di inferiorità a cui ora guardi con quasi circospetta curiosità e voglia di capire: voglia di capirti, di chiederti perché. 
Le scatole magiche sono gli istanti esatti in cui non hai più paura di raccontare, di denunciare, di chiudere gli occhi e decidere di buttarti. Sono gli istanti esatti in cui percepisci la differenza tra il prima e l’adesso. E’ quando senti la mancanza lancinante di qualcuno e lo accetti, perché è vero: “il dolore è come il postino, suona sempre due volte“(jack folla). E’ quando vuoi scrivere, e scriverai, beffandoti di quello che gli uomini troppo spesso chiamano “destino”, “necessità”, o “cosa preferibile”, solo per circumnavigare i loro alibi, per non dire: non voglio, ho paura, sono indeciso, preferisco arretrare. Tutto questo, però, le scatole magiche lo disprezzano. E anche io.
Voglio amare oltre le mie possibilità, traboccare fino alla follia più pura di emozioni che si sostituiscono alla pelle, e graffiano, e mordono, e bruciano, e riscaldano, e medicano, e baciano, e scaraventano giù negli abissi, e fanno arrivare al cielo, e continuano a farti adorare le isole non trovate, senza che tu abbia mai voglia di scoprire dove esse abbiano forma e sostanza.