non ne ho più memoria

mi fa quasi sorridere ripensare alle amiche che ascoltavo sciorinare pensieri su pensieri su come sarebbero certamente rimaste sole nella vita. ne ricordo nitidamente una, la ascoltavo letteralmente per ore e ne perdevo altrettante per ripeterle che si sbagliava, si sbagliava di certo. aveva torto marcio e il tempo mi avrebbe dato ragione. così è stato, in effetti, per lei e per tutte le altre.

cosa ne è stato, invece, di quella ragazza che si sentiva talmente fiduciosa da infondere tranquillità alle amiche su qualcosa di ignoto e imprevedibile? “non ne ho più memoria” – dicevo stasera a chi mi conosce da innumerevoli anni – “ma credo di essere stata, molto tempo fa, una persona che credeva al ‘grande’ amore, che forse lo aspettava, non lo so”. e lei, guardandomi, mi ha risposto: “sì, mi ricordo com’eri”. io sono rimasta un attimo in silenzio, smarrita. mi è sembrato impossibile essere stata quella persona.

a proposito della letteratura che racconta la vita /7

un po’ di tempo fa mentre facevo la bazzanese mi è successa una cosa stupefacente. una sera, mentre stavo tornando giù dalla montagna solo con una ragazza, era una delle prime volte che facevo la bazzanese con questa ragazza, volendo fare il suggestivo a un certo punto le ho detto che stavamo passando in un punto in cui avevo trascorso uno dei cinque pomeriggi più tristi della mia vita. le avevo detto che tra breve, finite le case, sarebbe comparso sulla destra un palasport in mezzo a un parchetto con molti alberi dentro il quale c’era una panchina sulla quale avevo pianto tre ore abbracciato a una ragazza. avevamo pianto in un modo terribile in quanto avevamo deciso di non vederci più perché io stavo con un’altra. quando a un certo punto ho detto alla mia amica che il punto esatto era lì, appena finivano le case, il punto esatto invece non era lì. il palasport non c’era per niente, al suo posto c’era un campo da calcio che con la mia vita non c’è mai entrato niente.
allora in quel momento mi è presa una allegria bestiale perché mi ricordavo ancora tutte le volte che mi ero detto che quel posto non me lo sarei mai scordato. invece me lo sono scordato e l’ho sbagliato. per tre o quattro anni tutte le volte che sono passato in quel posto mi si sono bagnati gli occhi e mi è venuto il cuore in gola. tutte le volte ho accelerato per scappare via. tutto questo, evidentemente, adesso è finito nella dimenticanza.
perciò ho detto alla mia amica che mi sembrava un fatto bellissimo per me di aver sbagliato pari pari e non aver riconosciuto quel posto. perché capisse la mia improvvisa soddisfazione le ho detto che provasse a pensare a come sarebbe di sollievo, se per esempio io e lei avessimo una storia che deve finire in un modo analogo, con tre ore di pianti e abbracciamenti durante i quali pensi che vorresti morire (anche se vivere così non è necessario), come sarebbe bello, già mentre sei abbracciato che piangi, pensare con sollievo che tra qualche anno, cinque, sei, dieci, tu non ricorderai più in modo nitido quello star male. tu, invece di dire lì un pomeriggio sono stato malissimo e volevo scomparire, racconterai a una persona che da qualche parte, nel giro di quindici chilometri, ci deve essere un posto dove un pomeriggio devi esser stato male. e ti rendi conto che un sacco di tristezza, anche densa, nel corso del tempo è diventata sempre più vaga e sta finendo nella dimenticanza. quei discorsi per me erano così rinfrancanti che mi sono messo a superare tutti perché avevo veramente voglia di andare fortissimo.
quando sono arrivato a casa mi ricordo che mi sono chiesto come mai i pensieri più belli vengono sempre mentre uno va in macchina. c’è qualcosa nel guidare, soprattutto se sei solo in macchina con una donna, deve essere il fatto di muoversi, che smuove gli strati bassi del cervello.
[ugo cornia, sulla felicità a oltranza]

 

quando sai quello che vuoi, prima o poi lo trovi

ho amato moltissimo una persona che, se incontrassi adesso per strada, so per certo non riconoscerei. e non in senso metaforico. fa una certa impressione. è la cifra del tempo che passa, che a volte sa essere dilatato in modo esagerato.
ad esempio, sono trascorsi tre mesi dal mio ultimo post eppure mi sembra un tempo lontanissimo. un tempo buio e triste, in cui ho imparato ancora una volta di più che devi farcela, comunque sia, da sola. unicamente da sola. e allora ci ho provato. perché so cosa cerco e ogni giorno imparo un po’ di più a volermi bene e a camminare verso i miei desideri.

e ho scoperto un mondo bellissimo, di cui sono molto orgogliosa. quando scegli di aprirti al mondo, e lo vuoi davvero, prima o poi incontri persone nuove. se sei fortunata, ognuna di loro ha qualcosa da raccontare. e questa, secondo me, è la vera ricchezza. non sono gli aperitivi a oltranza e non è fare le quattro di notte il week end. e lo dico con cognizione di causa, essendo reduce esattamente da un venerdì sera in cui, mio malgrado, mi sono trovata alle tre di notte in un locale della milano bene a guardare come un’antropologa persone più o meno ubriache che sembravano divertirsi molto ballando, peraltro tutti vicinissime causa mancanza di spazio. forse si divertivano davvero. lo spero per loro.

io, invece, avevo sonno. pensavo che sarei già voluta essere a letto in quel momento, e non sapevo ancora che il giorno dopo avrei incontrato qualcuno con cui girare per mostre fotografiche gratuite e bellissime, e avrei mangiato, bevuto, riso, scherzato. parlato di viaggi, fatti o da programmare. raccontato di me, di questa città. ascoltato tanto. e tutto questo assomiglia un po’ di più alla vita che desidero.

perché quando sai quello che vuoi, puoi stare certa che prima o poi lo trovi.

marzo è il mese dell’audacia

sono una disordinata cronica. una di quelle disordinate che però, a un certo punto, non sopporta più il suo stesso disordine e decide di darsi una regolata.

marzo per me rappresenta il momento in cui mi do una svegliata e mi dico: così non si può andare avanti. è stato così lo scorso anno, prima che arrivassero quelle notizie che di fatto, e con il senno di poi, si sono rivelate le migliori che potessi ricevere.
a marzo ero pervasa da un senso di inquietudine che non riuscivo in nessun modo a mettere a tacere. e così, mentre con l’arrivo della primavera su facebook era tutto un fiorire di foto a mo’ di gara a chi si divertiva di più, io del tutto incoscientemente ho iniziato a trascorrere sabato e domenica a studiare cose di cui non sapevo niente perché volevo diventassero il mio nuovo lavoro. è andata avanti così per alcuni mesi, feste e ponti lunghi compresi. fortunatamente il mio monolocale al quinto piano era abbastanza luminoso da infondermi la determinazione e la forza necessarie per non scoraggiarmi e crederci contro ogni previsione. in quel caso è andata a finire che le cose che imparavo adesso le spiego a qualcun altro (e sono pagata per farlo).

eppure quest’anno l’inquietudine e il senso di disordine sono ritornati, sotto una forma diversa. e mi sono resa conto nitidamente che a me le crisi di insoddisfazione servono tantissimo. sono la spinta finale verso quello che, seppure ancora inepresso, inizia a prendere forma. così ho pensato che anche questo marzo non mi lascerò spaventare dall’audacia del mio desiderio e farò di tutto per avvicinarmi a un nuovo obiettivo. il punto di partenza, questa volta, sarà immaginare di essere appena arrivata in una città nuova, con luoghi e persone da scoprire. come se partissi quasi da zero (ricomincio da tre, in effetti). mi sono accorta che perfino a milano potrebbe non essere così difficile. il resto, probabilmente, sarà un misto di casualità e fortuna. non vedo l’ora di scoprirlo.

 

vedi cara è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già

non so quando ho smesso di avere davvero fiducia nelle persone. probabilmente è stato un processo graduale di cui non mi sono accorta del tutto almeno finché non mi è sembrato di avere raggiunto il punto di non ritorno.

ho smesso di credere nel mio paese, inteso come italia, quando mi sono sentita tradita e con le spalle al muro, senza poter chiedere aiuto. ora che di tempo ne è passato, che qualcuno ha scelto di credere in me e che in parte i miei torti sono stati ripagati (anche economicamente), questa sensazione rimane. i tradimenti non si possono perdonare, scrivevo.

ho smesso di credere negli altri quando mi sono sentita tradita nella fiducia e nell’amicizia riposte in persone egoiste o anche solo superficiali che non hanno avuto voglia di capirmi in uno dei momenti più difficili. a un certo punto neppure io mi sono sforzata di farmi capire o di spiegare e allora siamo pari. poi ho conosciuto svariate persone a cui devo dire grazie, ma non è abbastanza. non per colpa loro, ma a causa delle mie ferite e dei miei dispiaceri. a causa dell’aver cercato di essere, con chi amo, la persona migliore possibile (con tutti i miei limiti e difetti) e di essermi sentita talmente sola e sostituibile da esserne annicchilita.

ho smesso di credere (e di amare) la mia città quando sembrava che volesse cacciarmi ancora una volta. ho pensato, di nuovo, che in fondo non mi ha mai resa particolarmente felice (può una città renderti felice, del resto?). più di tutto, mi ha fatto amare un uomo per cui ho distrutto – colpa mia – quella che ero e che non sarò mai più e non so se sono riuscita davvero a perdonarmi e a credere che potrebbe esserci un finale diverso. non mi innamoro da anni e forse questa è già una risposta.
poi milano mi ha tenuta con sé ma nulla è stato più lo stesso. è un amore finito ed è straziante. se ora, qui, non ci fosse qualcosa in cui credo fortemente e in cui sto investendo quasi tutto, probabilmente mi sentirei un’estranea. e sentirsi estranea tra le braccia di qualcuno che hai amato profondamente è devastante.

e allora torna sempre la stessa frase di guccini, quella che inizio a credere non mi abbandonerà mai: “vedi cara, certe crisi sono soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire“.

ogni mattina mi sveglio e penso che possano accadere cose meravigliose. dove per cose meravigliose intendo quello che ti fa stampare un sorriso gigantesco sul viso o ti fa sentire davvero importante per qualcuno. un pensiero particolare, una sorpresa, un fiore, quello che ti non aspettavi che viene alla luce. accade, ogni tanto. ma non mi basta. ed è crisi. ancora, sempre.

 

siediti sulla famosa riva del fiume ma non aspettarti troppo

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lo confesso: appartengo anche io alla schiera di persone che almeno una volta nella vita si sono ritrovate sedute sulla famosa riva del fiume ad aspettare. a volte si attende in maniera instancabile e tenace perché si tratta di una rivincita personale (parlare di vendetta sembrerebbe eccessivo ma ognuno di noi, nel profondo, sa cosa prova). a volte si è talmente arrabbiati da promettere a se stessi, tra le lacrime, di fare tutto il possibile affinché quel momento arrivi. a volte non si riesce a essere sereni fino in fondo perché c’è un tarlo fastidioso a ricordare un momento doloroso, per il quale non è sufficiente una scrollata di spalle. a volte si tratta di orgoglio, di amor proprio, di dignità violata. qualunque sia il motivo e il contesto, ci si ritrova sulla famosa riva del fiume, a occhio direi abbastanza affollata, e si aspetta più o meno pazientemente.

poi il momento tanto agognato arriva. e lì accade qualcosa di inaspettato: non riesci a gioire davvero. non inizi a saltellare trionfante e felice, non abbracci tutti in un moto di inevitabile empatia, non urli frasi sconnesse di gioia alla braveheart. sei sulla riva del fiume, hai ottenuto quanto desideravi e tutto quello che pensi è che nessuna rivincita, o presunta tale, potrà ripagarti dei momenti difficili e dolorosi che hai vissuto. la rabbia che ti ha condotta sulla famosa riva non si dissolverà mai davvero del tutto. il piccolo o grande trauma che hai vissuto non smetterà di farti avere paura o di lasciarti addosso, nei casi peggiori, una patina di ansia e di amarezza. non ci sarà nulla a ripagarti nella maniera che hai immaginato e desiderato.

quando ti allontani da quella riva ove non c’è più ragione tu rimanga, speri unicamente di non ritrovarti lì. non nutri più nessun interesse verso il tuo nemico e chi ti ha fatto del male. il pensiero più lucido che partorisci, per quanto banale, è: voglio essere felice. è la rivincita migliore, forse perché dipende unicamente da te.

 

cosa ho capito da un amore (a senso unico) disfunzionale

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quasi due anni fa ho scritto una lettera a lucy van pelt. si concludeva con una speranza che sapevo essere realtà: “aspetto il momento in cui la stanza con il pianoforte di schroeder ti sembrerà un luogo troppo piccolo in cui rinchiuderti, mentre quanto ti circonda apparirà talmente traboccante di vita – pura e impura, sporca e sbagliata, promettente e amara, ma pur sempre vita da stringere e tentare e prendere a morsi – da non permetterti di tornare indietro”.

quando quel momento effettivamente arriva, e quando lo assapori senza fretta e senza timore che evapori, puoi stilare un elenco di quanto hai imparato da un amore a senso unico disfunzionale:

1.  sally ha ragione e ha torto nello stesso momento. esaminiamo la vignetta. non avrei mai dovuto rivolgerti la parola fin dal principio? errore: mi sembravi bello, carismatico, brillante. sarei stata stupida a non farlo (leggi anche: ero già innamorata di te). non avrei dovuto lasciarti entrare nella mia vita? errore: era l’unico modo per conoscerti davvero. avrei dovuto di dirti di andare al diavolo? esatto. avrei dovuto farlo molto presto. perché sia chiaro: tutto deve essere semplice e facile dall’inizio.

2. dove ho sbagliato? ho sbagliato nel credere alle tue paure. non bisogna mai lasciarsi abbindolare da presunti traumi del passato, blocchi emotivi, timore di abbandonarsi a una nuova storia d’amore. sembra che voglia stare con te? vuole stare con te. sembra che sia titubante e reticente? ecco, è esattamente così. tutto è come sembra.

3. puoi concederti di assecondare l’indole da candy candy crocerossina entro e tassativamente non oltre i trent’anni. a venticinque anni puoi ancora sembrare tenera e ingenua. a trenta sembri stupida. non saranno i tuoi gesti a fargli cambiare idea. nessuno cambierà (e ti amerà) perché nonostante i continui smacchi ti ostini a essere dolce, presente e comprensiva. semmai accadrà l’opposto.

4. se sei una donna, non potrai fare a meno di chiederti: dove sbaglio?. nelle peggiori delle ipotesi, lo darai per assodato e ti chiederai: perché sbaglio?. ecco, a meno che tu non sia una stalker compulsiva, gelosa e ossessiva, non sei tu che sbagli. anche se sembra incredibile il contrario, è bene capire che essere innamorati di qualcuno non implica che quella sia la persona “giusta” per te.

5.  è vero: a un certo punto lucy cambia città e schroeder nutre un moto di nostalgia nei suoi confronti. questo ti concede il diritto di poter esclamare, proprio come la tua impavida eroina, “speranza!”? no. coltivare inutili aspettative e arrovellarti su possibili scenari da (improbabili) happy ending ti farà perdere tempo che potresti dedicare a qualcun altro o anche solo a te stessa.

6. se non arrivi a comprendere la dinamica malata per cui continui ad aspettare qualcuno che, nella migliore delle ipotesi, ti fa trascorrere qualche piacevolissima serata, intervallata da silenzi e atteggiamenti schizofrenici, sarai destinata a ripetere gli stessi gesti e a rivivere le stesse situazioni all’infinito: che sia lui o un altro, poco importa. poniti le domande più spietate, vai alla ricerca delle risposte e smetti di pensare che il tuo amore prima o poi trionferà (sei una persona adulta, ricordi?).

7. a volte ritornano. oppure, nel mentre, le cose cambiano. solitamente accade agli altri. ma poniamo il caso che succeda a te: se hai approfondito il punto cinque, potrai domandarti se è ancora lui la persona che davvero vuoi e vedi accanto a te. potrebbe essere così e allora: libiamo ne’ lieti calici.
oppure potresti renderti conto che con lui accanto saresti destinata in ogni caso all’infelicità. perché la cosa migliore che imparerai da un amore a senso unico disfunzionale, e che niente altro ti insegnerà nella stessa maniera intensa e dolorosa, è proprio questo: volerti bene, stare bene da sola, ascoltarti, capire cosa desideri, sapere cosa può renderti felice. non ripagherà delle notti disperate, dei gesti egoisti che ti hanno straziato il cuore e di quel sentimento che sembrava potesse farti impazzire (ecco una testimonianza abbastanza convincente), ma hey! guarda il lato positivo: se sei arrivata a leggere fin qui, e se hai compreso tutti questi punti, una cosa del genere non potrà accaderti mai più. e sai cosa vuol dire? che, comunque vada, d’ora in poi sei destinata alla felicità.

 

the good wife, ovvero la pragmaticità senza fronzoli di kalinda

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conosciamo tutti the good wife (se così non fosse vi consiglio caldamente di recuperare all’istante) e sappiamo quali perle sia in grado di regalare questa serie. ultimamente sono stata colpita da una frase che kalinda proferisce a robin: nothing changes you like the loss of a job. semplice, chiara, cristallina. pragmatica. la ascolto e rimango un attimo senza fiatare: so di cosa sta parlando kalinda e so quanto sia vero quello che gli sceneggiatori hanno scelto di farle pronunciare.

perdere il lavoro – semplicemente la prospettiva di perdere il lavoro – ti cambia in maniera irreversibile. perdere il lavoro è uno dei grandi traumi che un essere umano possa vivere. ce ne sono di gran lunga peggiori e più dolorosi. ma è evidente che la prospettiva di non alzarsi la mattina con un obiettivo ben definito, né di poter disporre liberamente una somma economica a cadenza mensile, così come l’idea di perdere di fatto la proprio indipendenza e non avere davanti a sé nulla più di un futuro nebuloso sono eventi che possono annicchilire, spronare, dare vita a una serie di cambiamenti epocali. whetever. unico comune denominatore: ti cambiano.

così, quando penso a questo 2013 e mi considero, in un certo, una sopravvissuta, non intendo certo dire che mi sia successa la cosa più grave del mondo. semplicemente il mio mondo è cambiato. è cambiato la mattina in cui, dopo aver serenamente prenotato un volo estivo, mi è stato comunicato che, contrariamente a quanto anticipato poche settimane prima, le prospettive di rinnovo del mio contratto erano pressoché nulle.

tutto quello che è accaduto dopo è confuso e nello stesso tempo impresso a marchio sulla mia pelle. quando ci penso, mi gira la testa e mi manca il respiro. non torni indietro da certe sensazioni e da certe giornate in cui nessuno, nessuno, può aiutarti o capire cosa stai vivendo. cambiano i tuoi occhi, lo sguardo con cui osservi chi hai intorno. non sei più disposta a perdere tempo. sei arrabbiata e hai fame di vita. sai cosa vuoi e cosa ti spetta e non sei disposta a negoziare.

sono una sopravvissuta molto fortunata. ancora prima di salutare il vecchio ufficio ho incontrato persone che hanno creduto in me. forse hanno scorto la passione e la determinazione che mi hanno permesso di non crollare anche quando sono stata costretta a disdire la microcasa che con tanti sacrifici ero riuscita a conquistare. forse si è trattato semplicemente di una serie di coincidenze fortuite. non mi interessa. quello che conta, alla fine, è che sono una sopravvissuta molto felice. e profondamente cambiata, molto più di quanto potrebbe apparire a prima vista.

se rido alle cose invisibili / se chiedo le cose impossibili

perché credo ancora nel segreto
ficcato dentro una foglia o un frutto
se credo alla tua faccia di ragazzo
spettinato, se credo a tutto, a tutto,
è per avventurarmi anche il lunedì
quando le sale sono chiuse
e sembra così lungo il tempo
così abbandonate le creature del mondo.
se credo se credo se rido alle cose
invisibili, se chiedo le cose impossibili,
se mi batto col vento, se sbando di
continuo, se mi affanno,
è il mio gioco battagliero
di indispettire quel cielo ostinato
che si nasconde dietro al nostro cielo.
mostra solo i suoi buchi di luce
quando dormiamo.

[mariangela gualtieri, senza polvere senza peso]

la costruzione di ogni amore

quando meno me l’aspettavo, è successo di nuovo. mi sono innamorata. e non importa che questa volta si tratti una città, di un uomo, di un lavoro o di un’emozione. mi sono innamorata e quando ti innamori provi le stesse sensazioni, indipendentemente dall’oggetto del tuo amore. tutto, attorno, sembra migliore. ogni cosa è possibile e, perdonate la citazione, anche illuminata. e può accadere di continuo.

mi innamoravo di tutto, scriveva de andrè. eppure pare sempre più difficile, chiusi come siamo nei nostri microcosmi egoisti e cinici. almeno fino a che non accade qualcosa che stravolge il già conosciuto e ti trasporta in un mondo nuovo. perché lo sapevi anche prima che sarebbe potuto essere così, solo che non ne avevi le prove. non potevi dimostrarlo. così lo sussurravi a te stessa facendo attenzione a non alzare troppo la voce, per paura di essere schernita. le persone ti avrebbero guardato con un sorriso carico di un sentimento simile alla commiserazione e avrebbero tenuto stretti a sé dubbi e diffidenza. e tu avresti pensato: vi sbagliate! senza riuscire a provarlo. e in fondo avresti creduto che il tepore del già conosciuto fosse l’unica possibilità.

poi ti innamori e sai di non essere mai caduta in errore. e senti che non contano gli sbagli: ogni passo, anche il più piccolo, ti ha condotta dove sei.
c’è chi sa da subito cosa vuole, c’è chi si accontenta di quello che arriva e c’è chi pensa di avere le idee chiare e intraprende un percorso durante il quale continua a cambiare sempre un po’ di più facendo evolvere, assieme, bisogni e desideri. io, naturalmente, appartengo alla terza categoria di chi sembra confusa tra le mille possibilità e invece sta continuando ad ascoltarsi e a imparare.

come sempre, non si tratta soltanto di cercare quello per cui valga la pena ogni sorriso e ogni sacrificio. si tratta di non finire anestetizzati, come le tante persone che ogni giorno indossano la loro maschera migliore in famiglia, sul lavoro e con gli amici e si illudono di stare bene, raccontandosi che “in fondo è giusto così”. fatevi domande, anche le più crudeli, e abbiate il coraggio di rispondervi e agire di conseguenza. per quanto mi riguarda, è la base per la costruzione di ogni amore.

 

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